Grandi grane sociali insieme a voglia di spensieratezza, novità (importate) e ferie. Il cinema rinasce col neorealismo: escono “Paisà” di Rossellini e “Sciuscià” di De Sica

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Nella primavera del 1946 la guerra è finita da un anno, ma in molte città la gente cammina ancora sulle macerie. Mancano le case (il conflitto ha distrutto 6 milioni di vani), le strade, i servizi pubblici. Il Comitato Interministeriale per la Ricostruzione calcola un “abbassamento del tenore di vita a livelli tali da far temere fortemente per l’esistenza stessa del popolo italiano”.
[…] Il valore della lira scenderà in autunno addirittura di due terzi. La sopravvivenza degli italiani è affidata a Stati Uniti e Gran Bretagna, da cui importiamo di tutto, dal grano agli insetticidi. C’è chi sopravvive grazie ai pacchi mandati dall’Unrra, l’agenzia dell’Onu a cui gli Usa contribuiscono per il 73%, che nel 1946 ci versa 520 milioni di dollari in denaro e altri 507 milioni in soccorsi d’emergenza (cibo, medicine, vestiario). Ma lo spettro della fame è dietro l’angolo. La scarsità del raccolto di grano del 1945 (42 milioni di tonnellate contro gli 80 del 1938) obbliga il governo De Gasperi a prorogare il razionamento del pane. E, contro il dilagare della borsa nera e degli accaparramenti, ad adottare altre misure impopolari: dal 6 giugno le operazioni di mietitura e trebbiatura sono controllate dai carabinieri. In ogni parte d’Italia scoppiano rivolte contadine. Il governo abolisce per decreto i ristoranti di categoria “extra” e “lusso”. Scriverà lo storico Lucio Villari: “Chi ha l’età per ricordare quei mesi durissimi non dimentica facilmente la folla di gente magra, affilata, che si incontra per le strade, sui treni, spesso vagoni merci adibiti a vetture viaggiatori…”. Il latte, anch’esso razionato, costa 50 lire al litro. I giornali escono ancora in formato-guerra, due o quattro pagine, e costano 5 lire. Un chilo di porri viene pagato 20 lire, di piselli 34, di cipolle 40. I disoccupati sono oltre 1 milione e mezzo, i suicidi 3mila in un anno, i nuovi emigranti 110.286.
Eppure anche in questa Italia alla fame e in macerie non mancano gli svaghi e i divertimenti. Dopo due anni di sospensione, è tornato il campionato di calcio, vinto dal solito Torino dopo un lungo “sprint” con la Juventus. Causa “ristrettezze finanziarie”, le squadre genovesi dell’Andrea Doria e della Sampierdarenese si fondono nella Sampdoria. È ripreso anche il Giro d’Italia, ribattezzato dal quotidiano cattolico L’Italia “Giro della Speranza”: lo vince Gino Bartali del team Legnano, davanti a Fausto Coppi della squadra Bianchi. Il 10 maggio Eduardo e Titina De Filippo debuttano a Milano con Questi fantasmi, reduci dall’Eliseo di Roma. L’indomani Arturo Toscanini, di fronte a 3.500 spettatori, inaugura la nuova Scala, ricostruita dopo i bombardamenti. Una poltrona viene a costare anche 100mila lire: musiche di Rossini, Verdi, Puccini. Ma la colonna sonora del 1946 non è classica, è moderna e americana: il boogie-woogie, il ritmo esportato in Italia insieme ai cibi in scatola e alle sigarette Chesterfield. “La Repubblica italiana – ricorderà Oreste Del Buono – ballò tutta un’estate. La proibizione del ballo era stata una delle prime disposizioni in occasione della sciagurata entrata in guerra. Avevamo enormi arretrati da consumare. Ovunque furono improvvisate piste da ballo e balere all’aperto: 8mila in tutto”.
[…] Nei cinema dominano i film d’importazione: 850, di cui 600 made in Usa. Quelli italiani, per ovvi motivi, scarseggiano: appena 65 (il 10% degli incassi). Ma sta nascendo una nuova scuola cinematografica tutta nostrana: il neorealismo. Nel 1946 escono Paisà di Roberto Rossellini e Sciuscià di Vittorio De Sica. L’estate del 1946 è, nonostante tutto, allegra e spensierata: la gente ha una gran voglia di dimenticare. La Stampa, a Ferragosto, informa che 200mila torinesi sono partiti per le ferie: “ma una volta l’esodo era molto, molto più imponente ed era di prammatica parlare di città deserta”. Le auto sono in difficoltà per la carenza di benzina, ma in un modo o nell’altro ogni famiglia riesce almeno a tener fede alla tradizione della scampagnata ferragostana. Le piscine comunali di Milano fanno il tutto esaurito. Le spiagge della Liguria sono affollate di bagnanti, malgrado la devastante epidemia di tifo scoppiata a Diano Marina per l’acqua inquinata, che mette in fuga molti turisti.
La ricostruzione è iniziata, forse prima nell’animo della gente che nei decreti governativi. Indro Montanelli ricorderà “l’impeto con cui tutti si gettarono a ricostruire ciò che le bombe avevano distrutto, ma anche il disordine con cui lo fecero, ognuno intento soltanto alle cose proprie e al proprio tornaconto, senza un minimo di programmazione, senza alcun riguardo all’interesse generale; la rapidità e la spregiudicatezza con cui furono aggirate tutte le restrizioni imposte dall’amministrazione alleata; il fiorire della borsa nera, che creò una categoria di nuovi ricchi dediti ai lussi più sfrenati in un panorama di macerie; l’epopea della bicicletta, unico mezzo di locomozione sicuro e sottratto alle strettoie dei tesseramenti del combustibile; le strade rigurgitanti di gente indaffarata a rimettere in piedi i propri affari, studi e negozi… E una gran voglia di vivere mescolata a un’altrettanto grande ansietà”.
[…] Oltre al disastro economico-sociale, il governo De Gasperi affronta anche altre grane: l’amnistia, l’ordine pubblico, la presidenza della Repubblica. L’amnistia post-bellica avrebbe voluto concederla Umberto, appena asceso al trono, in omaggio a una lunga tradizione sabauda. Ma il governo non gliel’aveva permesso, per non avvantaggiarlo in vista del referendum. Il Guardasigilli e leader del Pci Palmiro Togliatti aveva concesso una “mini-amnistia” prima del voto, promettendone un’altra molto più ampia dopo il 2 giugno. E così avviene. Il decreto viene firmato il giorno 21 tra mille polemiche e ostruzionismi. Cancella le condanne principalmente per i reati politici commessi dai fascisti durante il Ventennio e la Repubblica Sociale (esclusi i delitti Matteotti, Minzoni e Amendola), e le esecuzioni sommarie perpetrate da partigiani dopo la fine della guerra. A beneficiarne saranno in tutto 50mila detenuti. Togliatti è accusato da destra di voler salvare i “compagni assassini”, da sinistra di voler ricompensare i voti pro repubblica giunti da gruppi neofascisti, previo accordo segreto. In ogni caso l’amnistia ha gravi ripercussioni sull’ordine pubblico. Gruppi di ex partigiani, infuriati per la scarcerazione di tanti fascisti, dissotterrano l’ascia di guerra, cioè le armi nascoste in arsenali clandestini dopo la Liberazione (negli anni seguenti la polizia sequestrerà loro 173 cannoni, 719 mortai, 3.500 mitragliatrici, 37mila pistole, 250mila bombe a mano e 309 radiotrasmittenti). La parola d’ordine è “epurazione”. A Milano spara e uccide la “volante rossa”, una squadraccia di una trentina di uomini, con tanto di vessilli, uniformi e inno, che la polizia riuscirà a sgominare solo nel 1949. Ondate di violenze anche in Piemonte e in Veneto. Ma l’epicentro è l’Emilia-Romagna, nel cosiddetto “triangolo della morte”, dove vengono trucidati “borghesi” e proprietari terrieri. Igino Giordani, direttore del quotidiano democristiano Il Popolo, calcola 35 aggrediti nella sola Emilia. Intanto nell’Italia Meridionale imperversa il brigantaggio, che fa leva sul malcontento per la miseria e acquista sempre più proseliti e simpatie. Il ministro dell’Interno Romita il 20 giugno offre una taglia di 800mila lire a “chiunque fornisca esatte notizie che portino alla cattura del bandito Salvatore Giuliano”. Il quale, per tutta risposta, mette una grossa taglia sulla testa del ministro. (2. continua)
Ormai stiamo perdendo la memoria dei disastri di quel periodo. Pensiamo che tutto ci sia dovuto e invece bisogna continuare a lottare.
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