
(di Marcello Veneziani) – Negli ottant’anni di repubblica, la destra è andata tre volte al governo, anche se nell’immaginario collettivo del Paese è stata quasi sempre un corpo estraneo e una forza di opposizione.
Ci andò la prima volta come Ulisse e i suoi uomini uscirono dalla grotta di Polifemo: nascosti sotto il ventre degli armenti democristiani. C’era un’Italia destrorsa nella pancia della Dc, un’Italia moderata e conservatrice, cattolica e anticomunista, ma era sotto falso nome e conviveva con l’anima centrista e democratica, progressista e incline al dialogo con la sinistra. La Dc restò un partito-fisarmonica che si allargava a destra, centro e sinistra, più un’ispirazione cristiana che faceva sia da collante che da diluente. Solo una volta quella tendenza uscì dalla latenza allo scoperto e fu quando si tentò di far nascere il centro-destra agli albori degli anni sessanta, includendo tutte le destre in campo, liberali, monarchici, missini (appoggio esterno). Ma il tentativo fu stroncato dalla violenza della piazza, a Genova, e dalla paura dell’establishment di forzare i tempi e generare una pericolosa radicalizzazione. La forza vincente della Dc era anestetica, sedativa, addormentava le tensioni, rassicurava il paese, come già era stato per le contrapposizioni tra fascismo e antifascismo o tra monarchia e repubblica; non amava un bipolarismo netto. E la sinistra non capì o non aveva sufficiente autonomia nazionale e internazionale per farlo, che un governo aperto alla destra avrebbe creato le condizioni per una democrazia dell’alternanza: oggi voi, domani noi. Alla fine la Dc restò in permanenza al potere, e che le opposizioni restarono sempre tali, al più guadagnando alcuni spazi, o allargando il governo alla sinistra non comunista. La destra nella Dc restò una cripto corrente, anche se a volte alzò la testa, come ai tempi della Maggioranza Silenziosa, del divorzio o in qualche elezione del Quirinale o con le campagne di Indro Montanelli che esortava quelli di destra a turarsi il naso e a votare la Dc.
La seconda esperienza della destra al governo fu aperta ma laterale. Si erano create le condizioni per un bipolarismo dell’alternanza. E la destra missina, dapprima sdoganata, con Cossiga e con Craxi, andò al governo con Berlusconi e con una coalizione tra reduci del vecchio centro-sinistra, missini e leghisti. Quella destra, concentrata in Alleanza Nazionale, non ebbe mai la guida dei governi e mai si pose effettivi propositi di portare le idee, la cultura, la visione del mondo di destra alla guida dell’Italia. Fu alleata e ospite, alla fine riluttante, del Re leader, fece alcune battaglie identitarie e nazionali, s’insediò al potere come seconda forza, sposò il pragmatismo e visse a rimorchio del berlusconismo. A sua volta Forza Italia non fu mai una forza di destra ma cercò di essere un po’ come la vecchia Dc, contenitore di più tendenze. Nella sua esperienza di potere fu una monarchia nata dai media, che trasformò l’audience in consenso popolare, incentrata sul Re leader e rivestita di un lessico liberale, anticomunista, filoamericano. Non monarchia illuminata né oscurantista, semmai monarchia luccicante, come le paillettes e i fari degli studi televisivi. Quella destra durò poco meno di un ventennio, seguendo la parabola del berlusconismo.
Venne poi dalla gavetta neomissina e da una costola del Popolo delle libertà, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che in dieci anni passò da piccolo frammento destrorso a partito di maggioranza relativa e di governo. Andando al governo e restandoci a lungo. A conti fatti, la durata resta la sua qualità maggiore. Anche in questo caso la destra vera e propria, i temi cruciali della sovranità e dell’identità nazionale, della famiglia e della tradizione, delle idee e dei principi che solitamente caratterizzano la destra, furono al più ingredienti di comizi e posture elettorali. Ma i contenuti si dispersero nell’aria un po’ come le scie verdi, bianche e rosse dopo un’esibizione delle frecce tricolori. Si può avere un giudizio anche positivo sul governo Meloni ma oggettivamente non c’è nulla di significativo che esprima la presenza di un disegno culturale che abbia qualche attinenza con la “destra”. E i recenti fatti hanno mostrato l’irreparabile conflitto con ogni espressione variamente definita, a torto o ragione, di cultura di destra.
Stiamo ragionando di destra, dando per scontato il suo significato. In realtà sono molteplici e contrastanti le versioni della destra. E sul piano storico c’è un paradosso ancora più grande che accompagna la definizione di destra. L’espressione destra è stata sempre rigettata da coloro che provenivano da una tradizione sociale e nazionale, come i missini, che sconfinava nel fascismo. Ma anche i cattolici ritenuti di destra rigettavano l’etichetta, pur essendo conservatori, legati alla tradizione, o in alcuni casi reazionari. E non basta: i liberali e gli anticomunisti hanno quasi sempre rigettato la collocazione a destra. Pure i monarchici non l’hanno mai issata come bandiera e come identità, anche perché la monarchia voleva essere popolare e trasversale, super partes, non collocata a destra. A dividere la destra c’erano e ci sono ancora linee di fondo che riguardano il rapporto tra stato e mercato, tra Europa e Nazione, e fra entrambi e gli Stati Uniti, oltre che differenti sensibilità sul piano religioso, culturale, geopolitico e civile.
La parola destra assunse rilevanza nella repubblica italiana solo agli inizi degli anni settanta, quando si cominciò da un verso a parlare e scrivere di “cultura di destra”, nacquero riviste che si definivano di destra, e il vecchio Movimento Sociale Italiano confluì coi monarchici più ex liberali ed ex democristiani dando vita alla Destra Nazionale.
Sotto l’etichetta di cultura di destra oggi si indicano, come nel passato, del resto, personalità assai diverse, irriducibili a quel comune denominatore, individualità spiccate, refrattarie a ogni intruppamento.
I cosìddetti intellettuali di destra hanno sempre avuto rapporti ostili con il potere culturale e non solo; e rapporti conflittuali con le forze politiche di destra. A dio spiacenti e a li inimici sui. Già trent’anni fa lo riassunsi in una formula: all’intellettuale di destra la sinistra non gli perdona di essere di destra e i governi di destra non gli perdonano di essere intellettuale. Un disagio salomonico, bilaterale, che ancora più spinge alla solitudine se non all’isolamento.
Paradossalmente la definizione politica di destra è stata usata per decenni con più disinvoltura dalla sinistra, e usata con un significato negativo, accusatorio, denigratorio, e spesso era considerato il primo step di una progressione inesorabile: destra, estrema destra, fascismo, nazi-razzismo.
In definitiva, la destra al governo ci è andata tre volte ma senza mai avviare, non dico realizzare, una coerente riforma civile e morale, prima che politica e culturale. La destra, alla fine dei conti, è rimasta una forma platonica, che forse non è mai scesa dai cieli.
… O risalita dagli inferi…
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