
(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Oggi è la festa di un martire o di un disperso: il lavoro. Ma lo dico sottovoce, perché ad augurare «buon Primo Maggio» si passa per nostalgici dei soviet. Non che vada meglio negli altri giorni dell’anno. Se festeggi il 25 Aprile, ti criticano perché manchi di rispetto ai combattenti di Salò. Se il 4 novembre ricordi la vittoria nella Prima guerra mondiale, ti danno del guerrafondaio. E se il 20 Settembre rendi omaggio alla breccia di Porta Pia, ti prendi come minimo del massone. Stessa sorte per le ricorrenze religiose. «Buon Natale» è diventata una provocazione, e non parliamo della Befana: a farle gli auguri si rischia ancora l’accusa di bodyshaming. La Festa del Papà urta la sensibilità di chi non ha o non è un papà, e così quella della mamma, mentre a San Valentino non festeggia più nessuno e in compenso si intristiscono i single. Quanto alle giornate della Memoria e del Ricordo, meglio scordarsele: le opposte curve le usano come pretesto per insultarsi. Ma ogni festa è diventata una rissa. Nate per condividere, le commemorazioni riescono ormai solo a dividere. Nella giornata dell’Ambiente si arrabbiano i nemici dell’elettrico e nel Dante Day i lettori di Leopardi. Se esistesse il Giorno della Pantegana, si offenderebbero le gattare.
Superato in qualche modo il Primo Maggio, per domani propongo la Festa del Niente. Ma non mi faccio illusioni: ho appena scoperto che il 2 maggio si celebra Leonardo da Vinci. I fan di Michelangelo la prenderanno malissimo.
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