Giù la crescita, su i prezzi. Su il debito, giù la spesa. L’analisi dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio è impietosa, per l’economia italiana. Ed è figlia di quattro anni di nulla cosmico.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Crescita zero. Inflazione che sale. Debito che si impenna. Tagli, tagli e ancora tagli.
Questo, in sintesi, è quel che dice il documento dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio sul Documento di Finanza Pubblica presentato dal governo qualche giorno fa.
Un documento che il governo più o meno ha presentato così, in estrema sintesi: ok, non siamo riusciti a rientrare dalla procedura d’infrazione sul deficit per pochi decimali di PIL, ma è colpa del superbonus di Conte, delle guerre americane, e delle regole europee.
E ok, basterebbe anche solo obiettare che il superbonus l’hanno votato, difeso, gestito pure loro. Che le guerre le hanno iniziate i loro amici Trump e Netanyahu, tra mille applausi delle destre per i liberatori dell’Iran. E che le regole europee le hanno firmate ed esaltate loro, non venti, ma due anni fa.
Il problema è che se fosse solo una questione di incoerenza, sarebbe tutto più semplice. E invece no. Perché la vera questione è che l’economia e i conti pubblici italiani stanno molto peggio di quanto dice il governo.
A certificarlo, per l’appunto, è il documento dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, presentato ieri alle Camere, che traccia un quadro più che fosco sul futuro del Paese. Un quadro, soprattutto, che mostra sotto una nuova luce la (non) azione del governo Meloni di questi anni.
Partiamo dalla crescita. Che nel 2025, scrive l’UPB, ha visto ampliarsi il “differenziale negativo con l’area Euro”. Tradotto: gli altri rallentano, noi di più. E perché rallentiamo? Perché per la prima volta dal 2022, le esportazioni hanno fatto registrare un segno meno, e perché ha rallentato la manifattura, con tanti saluti a chi diceva che i dazi di Trump erano un opportunità per le imprese italiane (per i solutori meno abili, l’ineffabile vicepremier Matteo Salvini).
Tutta la poca crescita italiana è sostenuta dalla domanda interna, insomma, cioè da quel che spendiamo noi. Ed è qui che arriva il secondo problema: i prezzi. La domanda interna, dice sempre UPB, rallenterà nel 2027 a causa dell’aumento dell’inflazione. Tradotto: se crescita sarà, sarà pochissima. E sarà di nuovo trainata solamente dalle costruzioni, cioè da quel che rimane dei fondi del Pnrr. Insomma, se cresceremo ancora di qualche decimale – cosa non esattamente certa: dipende da quanto durerà la guerra in Iran – Meloni deve ringraziare Conte.
Ok, ma almeno i conti pubblici li abbiamo sistemati, in questi anni? Insomma. Di fatto, se in quei anni il governo può dire di aver ridotto il deficit è grazie all’aumento delle entrate fiscali, e non tanto grazie alla diminuzione della spesa. E l’aumento delle entrate fiscali, scrive l’UPB, è dipeso in larga misura dai contributi a fondo perduto del PNRR; di nuovo. Finito quello, le entrate diminuiranno, mentre aumenteranno gli interessi sul debito e il rapporto debito/PIL che già è cresciuto quest’anno e che potrebbe tornare sopra il 140% il prossimo anno.
Tutto questo riduce, e di molto, gli spazi di manovra del governo, per la prossima legge di bilancio. Se vuole spendere per la difesa, come si è impegnato a fare con la Nato e con Trump, il governo dovrà tagliare altrove: “in termini di spesa netta – conclude l’UPB – appaiono già utilizzati i margini di bilancio lungo tutto l’orizzonte di previsione: ciò limita l’uso della politica di bilancio per contrastare l’attuale crisi, soprattutto, nel caso in cui i rischi al ribasso sulla crescita dovessero materializzarsi”. Tradotto: di fronte alla crisi, non ci sono soldi per poterne mitigare gli effetti.
Ecco: se vi state chiedendo cosa ha fatto il governo, in quasi quattro anni, per evitare questa situazione, la risposta è semplice: nulla.
E queste, per l’appunto, sono le conseguenze del nulla.
Ci hanno sgamati
(Di Marco Travaglio) – Le meglio firme del bigoncio rischiano un’ernia al cervello cercando i mandanti dei nostri scoop su Santa Minetti piena di grazia. A Mario Sechi di Libero non si può nascondere niente: tipo che c’è “uno scenario internazionale”. L’import-escort in Uruguay? Magari: “La storia della grazia è gettonatissima nei media filorussi”. E “non è casuale”, eh no: “Mattarella e Meloni sono sotto attacco del Cremlino fino all’assedio di Dimitri Solovyev” (che si chiama Vladimir, ma fa niente). Ergo “il dossier arrivato sul tavolo di Mattarella e Nordio” è un “falso”: colpa della “magistratura”, ovvio, ma il “gioco pericoloso ha un solo vincitore in maschera”. Ha stato Putin, che tramite Dimitri o Vladimir Solovyev ha truccato le carte in cirillico e le ha tradotte in italiano per le toghe e in trevigiano per Nordio con l’aggiunta di una damigiana di vodka. Lo conferma Gianfranco Pasquino su Domani: “I più o meno espliciti putinofili” vogliono “screditare e indebolire il presidente”, insinuando financo che “sbaglia” (mentre è ispirato dallo Spirito Santo) per via della sua “critica all’aggressore russo e il suo incondizionato appoggio all’Ucraina”. Ma non da soli: in combutta con “le destre”, spingitrici del premierato col “sorriso beffardo di Almirante”: quindi ha stato Putin contro gli amici di Zelensky, ma pure la Meloni amica di Zelensky.
Un altro a cui non la si fa è Tommaso Cerno del Giornale: il mandante del Fatto è Ilaria Salis, che “utilizza la Minetti per liberare delinquenti che i figli minori li usano davvero”, tipo “la ladra rom con nove figli che evita il carcere”. Elementare, Watson. Il sagace Mieli non ha dubbi: “Il Fatto attacca Minetti per fermare la riabilitazione di Berlusconi e perché ce l’hanno con Mattarella che ha concesso la grazia a Minetti”. Qualunque cosa significhi.
Cicchitto, sul Riformatorio, si leva un attimo il cappuccio e vede una “perversa operazione di distrazione di massa” per oscurare “lo squadrismo palestinese” contro la Brigata Ebraica. Sansonetti chiude il cerchio sulla fu Unità: “Bisognerebbe capire se nella vicenda c’entrano i servizi segreti”. Ma non solo: “E quali pezzi”. E non basta: “E a nome e per conto di chi”: certamente “la magistratura”, che “non ama la clemenza”. Ma non è finita: “Come mai proprio in questo momento?”. Forse perché è il momento in cui Mattarella ha graziato la Minetti e poi ha cambiato idea? Troppo banale: “Forze consistenti gradirebbero l’esodo di Mattarella” (primo esodo individuale della storia, ndr) prima delle elezioni” per metterci uno di destra. Tipo la Meloni, che però non ha l’età, o Nordio, che ha fatto un altro figurone.
Circola financo l’ipotesi che il Fatto dia le notizie per dare le notizie, ma chi non ne ha mai vista una in vita sua la scarta a priori.
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Con Santa Maria Goretti Minetti la mummia sicula l’ha fatta un’altra volta fuori dal sarcofago. Svelato il mistero dell’improvvisa presenza della mummia in cerca dei rotoli Regina. Dove si firma per abolire il finanziamento pubblico ai giornali?
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“Cicchitto, sul Riformatorio, si leva un attimo il cappuccio e..”
😂
Per il resto cosa si può commentare? Rimangono solo termini poco urbani a disposizione..
Rimaniamo sulle cose serie va’:
la raccolta firme per togliere i milioni regalati ai giornali sta andando alla grandissima con oltre 70 mila adesioni (70.532 per la precisione in questo momento) in un paio di giorni.
Se va avanti così in un mese o poco più l’ obiettivo (500.000) è 🎯
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6200004
🚀🚀🚀💪💪💪🎉🎊🎉🎊
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Mettete insieme uno laureato in una università PRIVATA, più una diplomata all’alberghiera anch’essa privata e sbaglieranno anche i conti della massaia.
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