Tutte le polemiche sul ministero della Giustizia, dall’affaire Andrea Delmastro al rinvio a giudizio di Giusi Bartolozzi per il caso Almasri

(di Fabrizio Roncone – corriere.it) – Ecco il ministero della Giustizia, palazzo Piacentini, con spigoli rinascimentali, massiccio, sul marciapiede di sinistra, appena svoltato l’angolo tra Lungotevere De’ Cenci e via Arenula. Ma che posto è diventato? In questa legislatura è stato il teatro buio di gravi pasticci e di memorabili baruffe, di gaffe e di arroganze, di storiche sconfitte e adesso pure di un disastroso incidente che coinvolge, addirittura, quel luogo sacro chiamato Quirinale.
C’è un lungo corridoio nella penombra. Il marmo. Il silenzio. Gli impiegati camminano sulle punte dei piedi. Un tempo sarebbe uscita lei, Giusi Bartolozzi. Alta, imperiosa, accigliata. Il rumore dei tacchi rimbombava fuori dalla stanza, la voce squillante. «Che succede?». Controllava tutto, decideva tutto. Molto più di una capa di gabinetto. Persino più di una zarina. «È la mia ministra», diceva lui, Carlo Nordio, il Guardasigilli in carica. Spesso compiaciuto, talvolta atterrito.
Ma la Giusi non c’è più. E non c’è più nemmeno il sottosegretario Andrea Delmastro delle Vedove, un Fratello d’Italia che in pubblico faceva tutto il puntuto e il severo e intanto s’era però messo in affari con gente legata al clan camorrista dei Senese. Giorgia Meloni li cacciò entrambi poche ore dopo aver perso il referendum sulla Giustizia (aggiungendo, nel charter dell’ignominia, anche la ministra Daniela Santanchè). Ora, qui, nel suo ufficio al piano nobile, non c’è nemmeno Nordio. È andato a Palazzo Chigi. Ma non a rassegnare le dimissioni, come chiedono le opposizioni. Solo a fare due chiacchiere con Alfredo Mantovano, l’inflessibile Mantovano. Questa storia della grazia a Nicole Minetti, no, sul serio: ma in che modo può essere stata possibile?
Si arriva in via Arenula mettendo in fila tutti i casini degli ultimi tre anni e mezzo, uno dietro l’altro, uno più incredibile dell’altro, però davvero tanti, troppi, in un luogo designato per amministrare il diritto e la legge, nell’imparzialità, nella rettitudine. Certo quella Bartolozzi è stato un personaggio tragico. E sublime. E sempre centrale. Il fascicolo che riguardava l’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi «fu istruito quando lei era ancora al comando dell’ufficio di gabinetto e dell’intero ministero», soffiano malvagi, godendo come pazzi, protetti dalla luce fioca dei putti appesi alle pareti.
Per Giusi Bartolozzi, la Procura di Roma, due settimane fa, ha chiesto il rinvio a giudizio: è imputata per «false dichiarazioni» rese agli inquirenti durante l’indagine su un altro tremendo guazzabuglio, il caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato dal governo italiano, con un volo di Stato, nel gennaio del 2025. I magistrati ritengono «mendaci e inattendibili» le ricostruzioni fornite da questa siciliana di Gela, 56 anni, anche lei giudice prima nella sua città, poi a Palermo e, quindi, alla Corte d’Appello di Roma. È la compagna di un potente esponente del centrodestra nell’isola, il professor Gaetano Armao, amministrativista. La magistratura le sta stretta e così, nel 2018, il Cavaliere la paracaduta alla Camera. Resta con Forza Italia tre anni: poi rompe, passa al Gruppo Misto, risucchiata nell’anonimato. Ma ecco che Nordio la chiama a fare la vice-capo del suo gabinetto. La grande occasione. Senza perdere un giorno, inizia la scalata. Spavalda, insonne, accentratrice («Voleva rileggere persino le interviste di Nordio»). Il capo di gabinetto, Alberto Rizzo, già presidente del tribunale di Vicenza, molla «stremato».
Faranno le valigie — come ricostruito dal Foglio — anche il capo del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, la direttrice dell’ispettorato generale, il capo del Dap, il direttore generale dei sistemi informativi, il capo dell’ufficio stampa. I cronisti dietro a tutti: perché? «Clima invivibile».
E Nordio?
Non si rassegna all’idea di essere ricordato solo come il Guardasigilli che ha accompagnato al fallimento il referendum sulla riforma della Giustizia: e, con sorprendente ostinazione, s’impegna a diventare anche il ministro delle gaffe di questo primo governo Meloni. È un ex magistrato di rango, un uomo di grande cultura: ma toglie il fiato a tutti. Vado a memoria. Sul caso di Garlasco, dove si sospetta possa esserci un innocente in cella: «Sono convinto — dice — che si debba avere il coraggio d’arrendersi. È difficilissimo dopo vent’anni ricostruire una verità giudiziaria». Notevole pure quella volta alla Camera, parlando di femminicidi: «Se oggi l’uomo accetta un’assoluta parità formale e sostanziale con la donna, nel suo subconscio, e nel suo codice genetico, trova però sempre una certa resistenza». Durante la campagna referendaria, si esalta. La Meloni gli chiede prudenza, misura. Ma lui, rispondendo a coloro che sostenevano come la riforma delle Giustizia attuasse, di fatto, il piano della P2, dice: «Se l’opinione del signor Licio Gelli era giusta, non si vede perché non si debba seguire! Se Gelli ha detto che Gesù Cristo è morto in croce, non vedo perché si debba dire che è morto di polmonite». Con la Bartolozzi l’intesa è pazzesca. Così lei, in un dibattito a Telecolor, tv siciliana, aggiunge: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione».
Ma che posto è questo ministero? La sera chi va a farsi più di qualche spritz e chi invece, come la Bartolozzi e altri alti funzionari, dice no, grazie, noi andiamo proprio a cena. Lì fuori ci sono le scorte con i motori già su di giri, i lampeggianti accesi, e così subito via allegramente verso la bisteccheria preferita da Delmastro e dai Senese, i camorristi che a Roma controllano le principali piazze di spaccio. Delmastro, tra l’altro, nel capodanno del 2024 è già finito dentro una sparatoria e forse sarebbe il caso di evitare d’andarci a mangiare insieme. Ma lui assicura che certi filetti al sangue sono imperdibili, è pure entrato in società con i proprietari, e trascina tutti.
Li accolgono come si deve. Anche voi con Delma dal ministero della Giustizia? Allora cin cin!
Come dice sempre Nordio, «Hic manebimus optime», qui staremo benissimo.
Epperò gli Italiani hanno dato un segnale forte alla politica… si sono astenuti dal voto!
Viva l’Italia!
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SÌ, sempre convinti, quelli…
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