Ancora troppi sono convinti che l’uomo sia il padrone dell’universo, che possa fare quello che vuole su questo pianeta, che solo i suoi interessi contino, che l’armonia naturale e la biodiversità non abbiano influenza sul suo futuro. Eppure gli scienziati ci avvertono che stiamo distruggendo l’ambiente in cui viviamo in delicato equilibrio

(di Dacia Maraini – corriere.it) – Nel parco nazionale di Abruzzo Lazio e Molise, uno dei più antichi e ben tenuti del nostro Paese sono stati avvelenati una decina di lupi due settimane fa e ora la strage continua con altri 13 trovati avvelenati. Naturalmente di nascosto, all’oscuro di chi ama il parco e conosce le sue ricchezze, spinti da una crudeltà stupida e oscena. La terra, spiegano gli scienziati, vivrebbe benissimo senza l’essere umano, mentre l’essere umano non potrà vivere in una terra privata della sua vitalità bioecologica. Ancora troppi sono convinti che l’uomo sia il padrone dell’universo, che possa fare quello che vuole su questo pianeta, che solo i suoi interessi contino, che l’armonia naturale e la biodiversità non abbiano influenza sul suo futuro. Eppure gli scienziati ci avvertono che stiamo distruggendo l’ambiente in cui viviamo in delicato equilibrio, che il riscaldamento creato dalle nostre pretese produttive sta portando a pericolosi risultati, e che continuando così ci stiamo dirigendo verso l’estinzione della specie umana. Ma in questo momento di regresso culturale, di sfiducia nella scienza (tanto da arrivare alla stupidissima affermazione che la terra è piatta), di ambizioni interplanetari rivendicate da ricchissimi tecnocrati privi di empatia, ci sono ancora molti che credono di potere fare i propri privati interessi senza pensare alle conseguenze. Persone che ritengono di risolvere le differenze di potere e le rivendicazioni geografiche con le guerre. Persone che pensano di potere moltiplicare l’energia atomica senza però sapere di fare delle scorie che stanno rimpinzando i sotterranei di pericolosissimo materiale radioattivo. Persone che invece di puntare sull’energia alternativa, tornano alle miniere di carbone e al continuo risucchio di petroli che spingono al ricatto i pochi sui molti.
Quei lupi ormai fra i pochi rimasti che sono stati avvelenati, sappiano gli egocentrici ciechi e irresponsabili, sono quella parte della natura con cui dobbiamo convivere se non vogliamo trovarci soli su una terra desolata e destinati a morire di stenti. Tutti gli animali, perfino l’ape, fanno parte di un ecosistema che dura da miliardi di anni, ma che nella nostra enorme presunzione crediamo di potere eliminare perché «l’uomo è il centro dell’universo». Oggi sappiamo con certezza che la natura si adatta ai cambiamenti cercando di ripristinare ogni volta un nuovo equilibrio, ma solo fino a un certo punto, oltre c’è la discesa verso il disastro finale.
L’avvelenamento del lupo rappresenta non solo un atto illegale, ma un intervento antropico che altera profondamente gli equilibri degli ecosistemi. Il lupo è un predatore sociale la cui unità fondamentale è il branco (nucleo familiare). La rimozione indiscriminata di individui tramite veleno può causare la destrutturazione del branco. La letteratura scientifica dimostra che la perdita di individui dominanti o esperti può portare alla frammentazione dei gruppi. Paradossalmente, questo può aumentare i conflitti con l’uomo: lupi giovani o dispersi, privi della guida del branco per la caccia coordinata alle prede selvatiche (come il cinghiale), potrebbero ripiegare su prede domestiche più facili da catturare. L’uso di bocconi avvelenati innesca una reazione a catena bio-ecologica pericolosa. Molte sostanze utilizzate sono altamente persistenti e non selettive. Questo porta al fenomeno del second poisoning (avvelenamento secondario): i necrofagi, come i rapaci (aquile, grifoni) e i piccoli carnivori, alimentandosi della carcassa del lupo o dei bocconi stessi, subiscono tassi di mortalità elevatissimi. Questo compromette la biodiversità locale e i servizi ecosistemici legati alla necrofagia (smaltimento naturale delle carcasse). Il lupo esercita un controllo “top-down” sulle popolazioni di ungulati. La sua presenza regola la densità e il comportamento di cervi, caprioli e cinghiali (concetto di Ecology of Fear). Ridurre artificialmente la popolazione di lupi tramite l’avvelenamento significa indebolire questa pressione predatoria, favorendo l’aumento incontrollato degli ungulati, con conseguenti danni maggiori all’agricoltura e alla rigenerazione forestale. La scienza ci dice che il bracconaggio non è mai una soluzione gestionale valida. Studi a lungo termine indicano che la rimozione letale non autorizzata non riduce stabilmente i danni al bestiame. Al contrario, la soluzione risiede nella coesistenza proattiva: l’adozione di misure di prevenzione (recinzioni elettrificate, cani da protezione) è l’unico strumento che ha dimostrato efficacia statistica nel ridurre le predazioni. Dal punto di vista ecologico, avvelenare i lupi è un atto che ignora la complessità biologica della specie. È necessario superare la logica del conflitto basata sull’emotività e investire in una gestione basata sull’evidenza scientifica, che tuteli il ruolo del predatore come perno della salute dei nostri ecosistemi.
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