(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – L’Iran ha presentato una nuova proposta ai mediatori pakistani per superare lo stallo con gli Stati Uniti. Teheran si è detta pronta a riaprire lo Stretto di Hormuz, mantenendo a quanto pare l’ipotesi di un pedaggio, in cambio della revoca del blocco navale statunitense. L’obiettivo sarebbe la fine della guerra, più che un prolungamento del cessate il fuoco. Verrebbe dunque rinviata a un momento successivo la discussione sul nucleare — punto su cui l’amministrazione Trump resta inamovibile, essendo il casus belli ufficiale dell’aggressione del 28 febbraio scorso. A Washington la proposta iraniana non è stata formalmente respinta ma trapela molto scetticismo, con la Casa Bianca intenzionata a chiudere un unico accordo su tutte le questioni in ballo. Nel frattempo la guerra è entrata nel sessantesimo giorno di ostilità, i prezzi del petrolio sono tornati a correre sui mercati internazionali e la chiusura prolungata di Hormuz rischia di mandare l’economia globale in recessione.

Posticipare i colloqui sul nucleare e concentrarsi sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. È questa la sintesi della proposta che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha consegnato ai mediatori pakistani. Teheran rilancia anche l’ipotesi di istituire un pedaggio per le navi in transito: una novità rispetto allo status quo pre-bellico che, più di una richiesta concreta, appare come un modo per rafforzare la propria posizione negoziale e ottenere la fine del blocco navale americano. L’embargo sui porti iraniani e quindi il calo nelle esportazioni sta portando al limite le capacità di stoccaggio del petrolio, nonostante la produzione giornaliera sia stata ridotta di due milioni di barili. Secondo la società di dati Kpler, l’esportazione iraniana si sarebbe attestata la scorsa settimana a circa 500mila barili al giorno, a fronte dei 2,5 milioni pre-guerra.

La chiusura di Hormuz ha conseguenze mondiali, anche negli Stati Uniti, dove le multinazionali del petrolio si arricchiscono per l’aumento delle vendite internazionali ma trascurano il mercato interno, condannandolo a inediti rialzi per i cittadini. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha di recente pubblicato uno studio su diversi scenari economici, in base alla durata della guerra in Asia Occidentale e dunque al prezzo del petrolio. Lo scenario peggiore, con ostilità prolungate per mesi e il greggio stabile sui 110 dollari al barile, si materializzerebbe il rischio di una recessione globale, tra inflazione e aumenti dei tassi di interesse, come accaduto durante la pandemia di Covid-19.

Cresce dunque l’attesa per un nuovo round negoziale tra Iran e Stati Uniti. Al momento la risposta di Washington all’iniziativa iraniana è avvolta dallo scetticismo e nelle prossime ore dovrebbe arrivare una controproposta. Secondo la CNN, Trump, che ha esaminato l’offerta iraniana insieme ai consiglieri per la sicurezza nazionale, pare intenzionato a respingerla. Gli fa eco il segretario di Stato Marco Rubio che, in un’intervista a Fox Newsha ribadito che il programma nucleare iraniano è la «questione centrale» tra i due Paesi. Rubio considera la proposta di Teheran come un tentativo di prendere tempo, sottolineando che un accordo con l’Iran dovrebbe includere un’intesa per «impedirgli definitivamente di accelerare verso un’arma nucleare».

Le preoccupazioni di Washington sono chiare e riguardano la perdita di credibilità internazionale. Accettare la proposta iraniana sarebbe un’ammissione di sconfitta, formalizzando uno status quo addirittura migliore per Teheran dopo due mesi di guerra. La limitazione del programma nucleare iraniano è un caposaldo della politica estera USA, nonché il casus belli ufficiale della recente aggressione condotta insieme a Israele senza la consultazione degli alleati europei. Uno di questi, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha attaccato l’amministrazione Trump, sostenendo che «gli americani non hanno una strategia veramente convincente su come uscire dalla guerra. Un’intera nazione viene umiliata dalla leadership iraniana. Il problema di conflitti come questo è sempre lo stesso: non devi solo entrare, devi uscire di nuovo. Lo abbiamo visto molto dolorosamente in Afghanistan per 20 anni. Lo abbiamo visto in Iraq».