
(Tiberio Graziani – lafionda.org) – Nel quadro della trasformazione sistemica dell’ordine internazionale, i fenomeni relativi alle frizioni tra gli Usa e i suoi alleati non rappresentano episodi isolati, bensì manifestazioni coerenti di una dinamica più profonda: la transizione da un assetto unipolare a una configurazione policentrica ancora instabile, segnata da adattamenti e ridefinizioni di ruolo.
I Paesi europei, tanto nella loro dimensione statuale quanto nella cornice dell’Unione, appaiono oggi ai margini dei processi decisionali che strutturano la geopolitica globale. Tale marginalità non è il prodotto di una contingenza, bensì l’esito di un lungo processo di dismissione della sovranità strategica, avviato sin dal secondo dopoguerra e progressivamente trasferito al garante transatlantico, con una decisiva accentuazione nel corso della fase unipolare. Si tratta, in altri termini, di quella che potremmo chiamare una eterodirezione interiorizzata, che ha finito per svuotare le capacità autonome di analisi, decisione e proiezione del continente.
Privata di una autonoma visione geopolitica, l’Europa si è adattata a concepirsi come periferia funzionale dell’egemone statunitense, rinunciando a costruire una propria postura nei confronti dei grandi dossier internazionali: energia, sicurezza, relazioni con il vicinato eurasiatico e mediterraneo. Il risultato è una condizione di dipendenza strutturale e psicologica che, nel momento in cui il centro egemonico modifica le proprie priorità, lascia il Vecchio Continente esposto e privo di strumenti decisionali efficaci.
Parallelamente, si assiste a un fenomeno ancor più rilevante: la progressiva erosione della credibilità degli Stati Uniti quale garante dell’ordine internazionale. Tale mutamento non investe unicamente gli alleati europei, ma si estende all’intero sistema periferico dell’Occidente a trazione statunitense, includendo quei Paesi arabi che, per decenni, hanno rappresentato snodi essenziali della proiezione strategica di Washington nel Golfo.
In questo contesto, non può essere esclusa la prospettiva di un progressivo disaccoppiamento anche lungo assi finora ritenuti strutturali, come quello tra gli Stati Uniti e il Giappone, a testimonianza di una più ampia rinegoziazione dei rapporti centro–periferia all’interno dello spazio di influenza statunitense.
Dinamiche analoghe, per quanto già in atto e più visibili, si riscontrano nel rapporto con la Turchia, alleato formalmente integrato nel dispositivo occidentale ma sempre più orientato a una postura autonoma, quando non apertamente eterodossa. Ankara ha progressivamente riconfigurato la propria collocazione da periferia disciplinata a soggetto strategico capace di oscillare tra più poli, segnalando così le difficoltà del centro egemonico nel mantenere coeso il proprio campo di proiezione.
La crisi di fiducia ha radici strutturali. Essa deriva dalla fine del ciclo dell’universalismo liberaldemocratico, ovvero di quella fase storica in cui Washington si proponeva come promotore di un modello politico-economico universalizzabile. Oggi tale paradigma mostra segni evidenti di esaurimento: non solo non è più esportabile, ma non è più sostenibile nemmeno come architrave ideologica della leadership globale americana.
In questo contesto, gli Stati Uniti operano un processo adattivo tipico delle potenze in fase post-egemonica. Non più in grado di garantire stabilità sistemica su scala globale, essi selezionano ambiti e teatri di intervento secondo criteri di opportunità contingente, riducendo il costo della propria proiezione esterna e scaricando le conseguenze sulle proprie periferie.
È in questa chiave che va letta la nuova postura statunitense nei confronti delle sue periferie storiche. Una postura che si situa nel più ampio processo di disarticolazione del sistema internazionale avviato dalle Amministrazioni Trump I e II.
L’Europa, privata dell’accesso a fonti energetiche stabili e sottoposta a scelte strategiche unilaterali, viene esposta a costi sistemici elevatissimi, sul piano economico e sociale, senza alcuna contropartita in termini di autonomia o sicurezza.
Analogamente, i Paesi del Golfo e più in generale il mondo arabo, un tempo considerati “alleati privilegiati”, entrano in una condizione di vulnerabilità sistemica. Le dinamiche conflittuali che investono la regione li espongono direttamente a rischi economici e militari, senza che il tradizionale “ombrello” statunitense offra loro più garanzie credibili.
In entrambi i casi, emerge una percezione condivisa: gli Stati Uniti non sono più il “garante” dell’ordine regionale, ma un attore che agisce secondo logiche proprie, spesso indifferenti agli interessi dei partner, con l’eccezione di specifici nodi strategici ritenuti irrinunciabili, tra cui Israele.
Le guerre attualmente in corso – in aree tutte esterne all’emisfero occidentale – non devono essere interpretate quindi come anomalie, bensì come parte integrante delle prassi adattive dell’egemone in declino.
Esse svolgono una duplice funzione: da un lato, consentono agli Stati Uniti di mantenere un grado di influenza indiretta nei teatri strategici; dall’altro, contribuiscono a impedire l’emergere di poli regionali autonomi che potrebbero accelerare il superamento dell’ordine unipolare e rendere irreversibile le residue potenzialità egemoniche di Washington.
Si tratta, dunque, di conflitti che non mirano necessariamente a una vittoria decisiva, bensì alla gestione prolungata dell’instabilità, in una logica di contenimento e di continua ridefinizione degli equilibri. In tale prospettiva, il fattore tempo assume un rilievo strategico centrale: esso consente agli Stati Uniti non solo di “prendere fiato”, ma anche di riorganizzare e rimodulare il proprio sistema di alleanze in funzione delle nuove priorità sistemiche.
Il quadro che emerge è quello di un sistema internazionale in fase di riconfigurazione, nel quale l’Europa appare smarrita e marginale, mentre gli Stati Uniti, pur restando una potenza di prim’ordine, non sono più in grado di esercitare una egemonia piena.
La perdita di credibilità americana e l’assenza di autonomia europea rappresentano quindi due facce della stessa crisi: quella di un ordine ormai esaurito, che lascia spazio a nuove configurazioni di potere ancora in via di definizione.
In questo scenario, la vera posta in gioco per le periferie dell’ex impero non è più la fedeltà all’alleato storico, ma la capacità di ridefinire sé stesse come soggetti strategici autonomi in un mondo definitivamente post-occidentale.
Ma mi faccia il piacere
(Di Marco Travaglio) – La soluzione finale. “Netanyahu ha sconfitto il cancro: ‘Mi conoscete, elimino problemi’” (Libero, 25.4). Quindi medita il suicidio.
Equiparaculi. “Equiparare Israele e Russia nel male, l’errore dei nostri sentenziosi giudici d’arte, di etica e di politica” (Giuliano Ferrara, Foglio, 25.4). Finalmente l’ha capito anche lui che Netanyahu è peggio di Putin.
Sangue e merda. “Giuli che non va all’inaugurazione della Biennale fa la metà del suo dovere. L’altra metà, quella che non è riuscito a fare, è evitare lo scempio del padiglione russo riaperto sul sangue degli ucraini. Una vergogna internazionale” (Filippo Sensi, senatore Pd, 24.4). Giusto: il sangue deve sgorgare solo dai padiglioni di Usa e Israele.
La Rissa. “Ignazio La Russa: ‘Onore anche ai comunisti che non volevano la libertà’” (Giornale, 26.4). Mica come i fascisti.
Bandierine. “Siamo stati aggrediti al 25 aprile. L’unica colpa? Aver portato una bandiera dell’Ucraina” (Matteo Hallisey, presidente +Europa e Radicali Italiani, 25.4). Prossima volta prova con le svastiche del Battaglione Azov.
Morbida, mi raccomando. “Il bisogno urgente della carta d’Europa” (Andrea Malaguti, Stampa, 26.4). Per i bisogni urgenti.
The Genius. “L’opposizione sbaglia se crede che sia una vittoria politica. Le elezioni non si vincono con i No” (Carlo Nordio, ministro FdI della Giustizia, Corriere della sera, 25.4). Infatti tu hai perso.
Hanno capito tutto. “Cantiere per una nuova giustizia. La battaglia dei Magistrati del Sì. Separazione delle carriere, riforma del Csm e stretta sulle correnti” (Dubbio, 22.4). Non li hanno avvertiti che si è già votato.
Forza Pm. “Delmastro e il caso-Cospito: il pg chiede l’assoluzione. Per il procuratore di Roma ‘non c’è certezza sulla segretezza degli atti diffusi’” (Libero, 23.4). Bisogna assolutamente lasciare unite le carriere.
Numeri grillini. “Deficit-Pil al 3,1%. Spunta il giallo della manina 5S. Influenze sospette sui dati negativi dell’Istat. Il nodo degli statistici ‘targati’ M5S” (Giornale, 23.4). Sicuri che non ha stato Putin?
Superbonus, minibuco. “Superbonus, Cottarelli dà ragione al governo: ‘Il deficit sarebbe al 3% senza quel macigno’” (Giornale, 26.4). Il famoso mega-buco dello 0,1%.
Dio li fa… “Zelensky si intende bene con i Paesi del Golfo” “Zelensky in Siria. Al Sharaa coltiva rapporti con ucraini e russi” (Foglio, 30.3 e 4.7). Fra sinceri democratici, basta un’occhiata.
L’esperto. “In materia di libertà di stampa le disgrazie si succedono l’una all’altra… Contro i giornali dell’editore Angelucci – Libero, Giornale e Il Tempo – i Grillini hanno dati vita persino a manifestazioni di stampo squadrista. I capi grillini che in materia di mascherine per il Covid, primo fra tutti Conte, e di spericolate manovre giudiziarie sul terreno delicatissimo della strage di Via D’Avanzo che ha colpito Borsellino erano sicuri di essersi coperti…” (Fabrizio Cicchitto, tessera P2 n. 2232, Libero, 24.4). Via D’Avanzo, certo, come no.
Tortellini Fini. “È una settimana che a Travaglio si gonfia la vena per la questione Minetti, amica maggiorenne dell’Amor nostro… A Travaglio è corso in aiuto Gianfranco Fini, statista monegasco a metro quadro, risorto al mondo per denunciare come i potenti alla Minetti non finiscano mai in galera. L’ha detto proprio. La signora Giulia aveva ottenuto la grazia presidenziale da Sergio Mattarella…” (Andrea Marcenaro, Foglio, 21.4). Il Fini che ha scritto quelle cose sul Fatto è Massimo, non Gianfranco. E la Minetti si chiama Nicole, non Giulia. A questo poveretto verrebbe da dire di posare il fiasco, se non fosse così anche da sobrio.
Il vicepapa. “L’enciclica invecchiata male. La ‘Pacem in Terris’ di Papa Giovanni fu una svolta nel pensiero cattolico sulla guerra. Ma nella realtà effettuale dei nuovi imperi basta l’appello morale? Per parlare di pace, alla Chiesa serve in piano B” (Maurizio Crippa, Foglio, 25.4). Urge l’enciclica “Bellum in Terris”.
La gasista. “Elly Schlein: ‘Comprare gas russo aiuta solo Putin. Più rinnovabili come ha fatto Sànchez’” (Stampa, 21.4). Che compra il gas russo.
Slurp. “Il Richelieu di Rignano. Il gran ritorno del Kraken Renzi. Ma ora gioca da regista…” (David Allegranti, Dubbio, 22.4). Altre cazzate?
Il titolo della settimana/1. “Dopo il No, ci aspetta un’altra Tangentopoli?” (Giorgio Merlo, Riformista, 1.4). Ma magari.
I titoli della settimana/2. “Vergogna svizzera. Crans, è confermato: vogliono i soldi per tre ragazzi ricoverati dopo il rigo” (Libero, 25.4). “Vergogna Svizzera: ‘Pagateci le cure’. Meloni: ‘Ignobile’” (Giornale, 25.4). Ma perché, nelle cliniche di Angelucci è tutto gratis?
Il titolo della settimana/3. “‘Parigi celebra Scarpinato’. Ma l’intervista è fatta da Mediapart, la rivista vicina al Fatto” (Giornale, 25.4). E quindi?
Il titolo della settimana/4. “Garlasco, pm pronti a scoprire le carte: ‘Stasi fuori dalla scena del crimine’” (Corriere della sera, 24.4). “’Stasi non poteva essere lì’. L’eterno dubbio di Garlasco” (Dubbio, 25.4). Mi sa che non è mai stato a Garlasco e non ha mai conosciuto Chiara Poggi.
Il titolo della settimana/5. “Mosca è debole anche grazie al ruolo dell’Italia” (Mario Sechi, Libero, 22.4). Uahahahahah.
Il titolo della settimana/6. “Jovanotti: è qui la poesia” (Robinson-Repubblica, 26.4). Dopo Foscolo e Leopardi, lui.
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