La linea inflessibile dei Pasdaran e il no di Trump: colloqui rinviati. I missili e il nucleare, le sanzioni e il blocco navale, il regime spaccato su tutto. Ma anche Israele

(Alessia Melcangi – lastampa.it) – Dopo il mancato incontro della scorsa settimana e l’estensione della tregua trumpiana sine die(ma senza esagerare), a passi lenti e incerti sembra avvicinarsi la tanto attesa trattativa di pace tra la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti.
Nel frattempo, il rischio di un riaccendersi del conflitto torna puntuale a occupare lo spazio lasciato vuoto dalla diplomazia.
Il crinale su cui tutti gli attori sembrano ballare è sempre lo stesso: sottilissimo. Ma più che una linea di equilibrio, assomiglia sempre di più a un esercizio di funambolismo senza rete. Linee rosse, leve strategiche, fratture interne: ogni elemento che dovrebbe rendere possibile il negoziato finisce per restringerlo. Sul tavolo restano le stesse carte di sempre: nucleare, sanzioni, sicurezza regionale. Ma è il tavolo stesso, intanto, a spostarsi continuamente: da Teheran a Islamabad, da Hormuz a Beirut. La guerra ha cambiato i pesi, ha ridefinito le priorità, ha trasformato strumenti tecnici in armi negoziali. Oggi non si tratta più di capire cosa si può ottenere. Si tratta di capire cosa si può perdere. Il nodo nucleare resta il cuore del negoziato. Washington chiede zero arricchimento e lo smantellamento completo del programma. Teheran richiama l’Articolo IV del Trattato di Non Proliferazione (Tnp, a cui aderisce dal 1970) e rivendica il diritto all’uso civile dell’energia nucleare. Il divario è netto: gli Stati Uniti propongono uno stop di vent’anni, l’Iran lo riduce drasticamente.
Ma il punto non è solo il calendario. È il contesto. Israele è generalmente ritenuto in possesso di un arsenale nucleare, pur mantenendo una politica di opacità e restando fuori dal Tnp. L’analista Jeffrey Lewis, esperto di non proliferazione al Middlebury Institute, l’ha definita implausible deniability: un’ambiguità formalmente sostenuta ma difficilmente credibile. Per Teheran, il problema non è tecnico. È politico. Accettare limitazioni profonde in un contesto percepito come asimmetrico sarebbe difficilmente sostenibile sul piano interno. È qui che il negoziato si blocca.
Se il nucleare è il nodo storico, lo Stretto di Hormuz è la vera novità strategica. La sua chiusura dopo l’escalation militare ha trasformato una vulnerabilità geografica in una leva negoziale. Attraverso quello stretto passa una quota decisiva del petrolio e del gas globale. Bloccarlo – o controllarne selettivamente l’accesso – significa incidere direttamente sull’economia mondiale. Teheran ha già cominciato a usarlo in modo politico: aperture mirate, corridoi privilegiati, autorizzazioni differenziate. Non è un embargo totale. È un controllo calibrato. E soprattutto è un “regalo” – in larga parte effetto della guerra – il cui peso cresce nel tempo. Più lo stretto resta instabile, più aumenta il valore negoziale dell’Iran. La questione, quindi, non è più soltanto la necessaria riapertura ma accettare che Teheran, ormai, non rinuncerà più a questo asset strategico.
Se il nucleare è oggetto di trattativa, il programma missilistico non lo è. Per Teheran rappresenta l’ultima garanzia di sicurezza dopo gli attacchi subiti alle proprie infrastrutture strategiche. Rinunciarvi significherebbe esporsi completamente. Non a caso, il tema è progressivamente scomparso dall’agenda negoziale. Un silenzio che segnala un limite riconosciuto: ci sono linee che non possono essere attraversate.
A conti fatti, dunque, cosa può offrire davvero la Repubblica islamica per raggiungere un accordo? La piattaforma negoziale iraniana dovrebbe non cambiare nella sostanza: revoca delle sanzioni, sblocco dei beni congelati, garanzie giuridiche sulla tenuta di un eventuale accordo, fine delle ostilità. Sul piano operativo: un arricchimento limitato e monitorato, una gestione controllata dell’uranio ad alto livello, una riapertura negoziata di Hormuz. I due nodi non negoziabili restano il controllo dello stretto e il diritto all’arricchimento. Tutto il resto diventa moneta di scambio.
In questo quadro, tuttavia, il negoziato non si gioca solo tra Washington e Teheran. Israele rappresenta una variabile autonoma, capace di alterare costantemente il contesto. Operazioni militari, dichiarazioni politiche e pressione sul fronte libanese restringono lo spazio di manovra iraniano. Più aumenta la tensione regionale, più si rafforzano i settori più radicali del sistema. E più il compromesso diventa difficile.
E qui rientra l’altra variabile, tutta interna all’Iran. Il sistema decisionale appare frammentato, le catene di comando indebolite. Chi oggi tratta e tenta aperture si trova esposto al fuoco incrociato delle nuove linee dei Pasdaran: duri, puri, inamovibili nella loro avversione agli Stati Uniti. Le dinamiche interne possono ancora cambiare tutto. O far saltare tutto.
E allora gli incontri si annunciano, si rinviano, si negano. Il negoziato aleggia nell’aria. Ma non si realizza. Nel frattempo, il tempo lavora. Stringe gli spazi, sposta gli equilibri, consuma la fune. I funamboli restano in piedi. Ma sempre più vicini alla caduta.
“A conti fatti, dunque, cosa può offrire davvero la Repubblica islamica per raggiungere un accordo? ”
Quindi un paese sotto sanzioni dal 1979, aggredito, bombardato a tradimento, uccisi tutti i suoi vertici politici e militari, deve cedere ogni elemento strategico di difesa, e sperare bel buon cuore degli aggressori assassini bugiardi?
Alla faccia di prof. di: GEOPOLITICA E STORIA DEL MEDITERRANEO E DEL MEDIO ORIENTE, ma la Sig,ra ALESSIA GIORGIA SALVATRICE MELCANGI è stata allieva di sCassese per caso?
Se formano così i nostri diplomatici, capisco perchè siamo sempre a 90° gradi.
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