(di Michele Serra – repubblica.it) – Un propagandista di regime è quasi sempre un cretino, proprio in senso tecnico. Una persona predisposta a ignorare la realtà delle cose (che per essere còlta richiede un minimo di intelligenza), esaltare la sua parte politica e insultare il nemico. Tale dev’essere questo Solovyev, un ufficialetto bellicoso delle truppe mediatiche di Putin: e davvero dispiace lo scompiglio che i suoi insulti a Meloni hanno provocato. È uno scompiglio sproporzionato all’accaduto.

So che è un’utopia, ma ci vorrebbe una specie di apparecchio riduttore (un algoritmo virtuoso) che, in automatico, declassi le parole dei fanatici. Le classifichi e le segnali come poco importanti, una specie di rumore di fondo, di schiamazzo irrilevante.

Il pensiero totalitario (tale è il putinismo, in stereofonia transoceanica con il trumpismo), a parte i danni sociali e politici a scapito dei rispettivi popoli, ha come suo obiettivo anche l’avvelenamento del dibattito mondiale. Desidera abbassare il livello, ridurre le parole a proiettili o a randelli, insomma adattare le parole alla guerra. Un linguaggio violento e sommario è il sottofondo ideale per l’instaurazione di una cultura di guerra permanente.

In un mondo migliore di quello in cui viviamo, un Solovyev verrebbe liquidato come un patetico provocatore e ricollocato nella sua nicchia molesta, che è quella dei militanti esaltati. Scomodare i rapporti diplomatici tra Italia e Russia è, per quelli come Solovyev, una medaglia immeritata. Ora è autorizzato a credere che le sue parole siano gravi e pesanti. Che contino qualcosa. E un cretino di regime si sentirà un protagonista dei tempi.