Le minacce. La vita cambiata per sempre. La solitudine e l’insonnia. Lo scrittore si racconta a vent’anni dall’uscita del suo bestseller

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – L’ultima volta in cui Roberto Saviano è stato felice era a bordo di una Ducati Scrambler. Dieci giorni in un posto lontano. Da solo. Nella foto che conserva sul telefonino, sotto il casco con la visiera appena sollevata, c’è il volto di un uomo di 47 anni con l’espressione di un bambino che ha rubato la marmellata. Quello che ha rubato, lo scrittore italiano che da vent’anni è sotto scorta per le sue parole, è qualche giorno di libertà a una vita prigioniera. Se gli si chiede quale sia stato il prezzo più alto pagato, in tutto questo tempo, risponde: «Vivere una vita nascosta, come la loro».
Gomorra esce martedì 28 aprile, per Einaudi, in una riedizione che celebra un compleanno importante. È stato tradotto in 52 lingue, ha venduto 10 milioni di copie nel mondo, il film che ne ha tratto Matteo Garrone ha vinto – tra gli altri – il Gran premio della giuria a Cannes. La serie di Sky è stata distribuita in 190 Paesi. Un terremoto sociale, culturale, civile, per il quale da anni Saviano subisce soprattutto attacchi. Anche da parte di chi, in teoria, dovrebbe stare dalla sua parte. «Odio Gomorra, mi ha rovinato la vita», dice oggi Roberto Saviano. «Ma è colpa mia. A un certo punto avrei potuto smettere, tirarmi indietro. Non ci sono riuscito».
Nell’esergo di “Gomorra” c’è Hannah Arendt: «Comprendere cosa significa l’atroce, non negarne l’esistenza, affrontare spregiudicatamente la realtà». Perché mettersi dentro a un’impresa simile, a poco più di vent’anni?
«Quando avevo 16 anni ammazzano don Peppe Diana. La mia ragazza di allora, Serena, andava ai campi scout con lui. Gli sparano in faccia, cercano di screditarlo, dimostrano che il potere criminale era quello che lui definiva: la dittatura in seno alla democrazia».
E lei?
«Ero infastidito dal controllo dalla camorra sui corpi. Dal fatto che non si potesse guardarli negli occhi. Che tien’ a guardà? Come ti permetti? Che mi stai entrando in casa? Questa cosa la ricordo vivissima. Andavi in un ristorante la domenica – mi è successo con mio padre – arrivava Bidognetti e veniva servito per primo. Tutti arrabbiati, quelli in attesa, poi andavi a pagare e i 10 tavoli cui era passato davanti li aveva saldati lui».
Una forma di dominio mascherata da generosità?
«Gestivano tutto, avvelenavano tutto, avevano distrutto il mare, la pineta. Loro le raccomandazioni per lavorare, loro le pompe di benzina, i locali. Era tutto loro e tu non potevi nemmeno nominarli. Una volta facevo un corso di inglese a piazza Vanvitelli, a Caserta, e avevo chiesto: “Oh ma i mazzacani e i quaquaroni – che sarebbero i Belforte e i Piccolo – stanno ancora facendo casini?”. “Sciò, sciò”, mi hanno zittito. Una domanda banale era una mancanza di rispetto».
Francesco Bidognetti è l’uomo dei Casalesi che ha minacciato in tribunale lei e Rosaria Capacchione.
«Ci sono voluti 18 anni per condannare un uomo che in una sparatoria ha messo davanti al suo corpo quello di una maestra elementare, facendola uccidere».
Ece Temelkuran ha definito “psicologia degli sconfitti” la ragione per cui, quando prendi parola contro ingiustizie evidenti, anche chi dovrebbe essere dalla tua parte ti si rivolta contro.
«Nel tempo non ho perdonato, non ho quell’inclinazione cristiana, ma ho compreso. È una reazione che nasce dal senso di colpa. Arriva qualcuno che racconta una storia che ti riguarda, devi prendere parte, ma non lo fai. Ti senti in colpa e cerchi di distruggere quel racconto».

Quanto le è pesato essere accusato di aver danneggiato l’immagine di Napoli?
«Ci ho sofferto moltissimo. E poi non è vero. Oggi, se chiedi a un canadese che viene in Italia quali città vuole vedere, Napoli è tra le prime tre».
Cos’è Napoli per lei oggi?
«È casa, che non ho più. Sognavo di vivere ai Quartieri spagnoli. Quando ci torno, sto male».
Non pensa siano più i napoletani che le sono grati?
«Napoli ha la sindrome del papavero alto, vuole essere lasciata in pace. Non sopporta la visibilità».
Come non l’ha sopportata la camorra, tanto da volerla morto.
«A cambiare tutto è stato il successo, centomila copie nei primi sei mesi grazie al passaparola e a chi ci ha creduto dall’inizio in Mondadori. Anche se – per proteggermi – mi avevano chiesto di non usare i nomi veri. A nessuno importa sapere che Sandokan è Schiavone».
E lei?
«Non ce l’ho fatta. Ma la camorra non era abituata all’interesse delle persone sul sistema, sugli affari, su quegli omicidi efferati, sulla filosofia che c’era dietro. A differenza di Cosa nostra».

Le mafie oggi sono più forti o più deboli?
«Dipende. Cosa nostra è in ginocchio perché dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino l’ondata di sdegno che l’ha sommersa le è stata fatale. È importante questo, fa capire quanto conti il sentimento delle persone. Per la camorra, per le “bande” di Roma, per la ’ndrangheta, non è accaduto lo stesso e oggi non hanno bisogno nemmeno del consenso del territorio. I soldi si spostano con un token, sono penetrati ovunque nel mondo. Lo sdegno si è spostato sulla criminalità di strada, sullo spaccio, ma alle persone vorrei chiedere: di chi è la droga? Sempre la loro».
Ha voluto fare delle storie che da ragazzino incrociava sulla sua Vespa, dei morti ammazzati che andava a vedere da vicino, dell’ombra che avvolgeva la sua città, un’epica. Ci è riuscito e l’hanno accusata di aver glorificato la camorra.
«L’epica racconta anche il male e facendolo lo espone, lo mostra per quello che è. La sua bruttezza, la sua ferocia. C’è un giudizio morale dentro Gomorra anche se non è un saggio e non ha un intento didascalico. Ho avuto l’ambizione di trasformare quei trafiletti di cronaca che non andavano al di là di Napoli, in letteratura».
Era quello a muoverla?
«L’ambizione della parola che cambia il mondo. Che oggi maledico».
Perché?
«Perché a un certo punto avrei potuto fermarmi. Vivere due anni in Svezia o in Islanda. Poi tornare, non attaccare più i politici, ritrarmi. La camorra non mi sarebbe venuta a cercare a Reykjavik, ma non l’ho fatto. Confesso che nei primi anni vivevo in una sorta di delirio. Ero sicuro che sarei morto, che mi avrebbero ammazzato, e allora gonfiavo il petto ancora di più, li sfidavo».

Cos’è successo dopo?
«Mi sono spezzato».
Quando?
«Il tempo ti spezza. Il tempo e l’isolamento. Dovermi nascondere come i latitanti. Ed essere contemporaneamente sempre esposto allo sguardo degli altri come colui che non deve sbagliare, non deve cadere. Ma se uno scrittore non cade, cosa racconta?».
Quando ha avuto più paura?
«Quando è cominciato il processo Bidognetti e quando Salvini ha minacciato di togliermi la scorta. Non come fa un ministro dell’Interno, non prendendomi da parte e dicendomi che non c’era più pericolo, ma con parole che mi hanno disegnato un bersaglio addosso».
Perché la destra l’ha così presa di mira? Nelle chat di Fratelli d’Italia pubblicate in un libro di Giacomo Salvini perfino Giorgia Meloni dice di voler scaricare su di lei palate di merda.
«Perché quando parlo di camorra parlo anche ai loro. La destra ha bisogno di simboli da abbattere e la sinistra ne aveva pochi. Ero perfetto. Dicevano che sarei entrato in politica, ed è vero che me lo hanno chiesto tutti, senza capire che non era la mia strada».
Si è pentito dei toni usati in alcuni momenti contro Meloni e Salvini, anche se è appena stato assolto per aver usato l’espressione di Salvemini “ministro della Mala Vita”?
«Assolutamente sì. Mi sono procurato molti guai e sono andato incontro al loro desiderio di delegittimare, attraverso di me, la battaglia antimafia che rappresentavo».
Ha ancora gli attacchi di panico?
«Sto meglio. Mi sono curato con i farmaci e con la psicoterapia».
Ma mangia poco.
«E dormo male».
Come mai la morte di sua zia Silvana l’ha così colpita, tanto da dire di essersi pentito di aver scritto “Gomorra”? Nella nuova introduzione scrive che non lo rifarebbe nemmeno sotto tortura.
«Quando mia zia stava già male, ma mi riconosceva, si agitava e diceva: devo prendere il telecomando. Ha vissuto per anni aprendo il cancello prima, quando andavo a trovarla, perché per ragioni di sicurezza la macchina non si poteva fermare. Ha vissuto quasi vent’anni pensando di dovermi proteggere».
Cosa la fa sentire protetto oggi?
«Mi hanno sempre fatto sentire protetto le persone che venivano ai miei incontri, ai reading, alle presentazioni. Le guardavo e pensavo: non possono farmi niente».
Ha mai parlato con sua madre di quello che avete perso in questi venti anni?
«Mia madre è una scienziata, era di Trento ma ha insegnato tutta la vita all’università di Napoli. Hanno chiamato un minerale col suo nome. Pensava che quel bambino che studiava tanto e amava i gorilla sarebbe diventato un etologo. L’ho delusa, ma no: non siamo mai riusciti a parlarne e forse è meglio così».
Vorrebbe davvero essere un gorilla?
«Tantissimo. E invece sono un sapiens».