Dall’Istituto di statistica alla Banca d’Italia, dalla Corte dei conti ai tecnici del Parlamento: accuse e segnali di fastidio nel centrodestra e ai piani alti del governo

(di Serenella Mattera – repubblica.it) – È novembre 2025 quando l’Istat segnala che il taglio della seconda aliquota Irpef prevista dalla legge di bilancio del governo Meloni andrà a favorire i due quinti degli italiani più ricchi. La lettura non piace al governo, impegnato a raccontare “la più grande redistribuzione di reddito degli ultimi anni”. E il viceministro all’Economia Maurizio Leo, di fede meloniana, fa un’intervista al Sole 24 ore per spiegare che i detrattori del governo usano “analisi parziali con chiavi di lettura fuorvianti” e che l’Istituto nazionale di statistica ha adoperato per i suoi calcoli una metodologia a suo avviso sbagliata.
L’episodio torna alla mente nelle ore dell’attacco più esplicito e duro di Giorgia Meloni ai certificatori dei dati. La misurazione del Pil che ha portato l’Istat e l’Eurostat a collocare il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo dell’Italia al 3,1% – e quindi in procedura d’infrazione – è “una beffa per l’Italia e per gli italiani”, ha scritto la presidente del Consiglio in un messaggio pubblicato direttamente sui social, in favor di elettori. Non ce l’ha con i vertici dell’istituto, hanno spiegato fonti a lei vicine in un retroscena su Repubblica (e come potrebbe: quei vertici sono frutto di una scelta del suo esecutivo). Ce l’ha “con la struttura, erede di altri equilibri politici” di un’altra non precisata fase (e non è difficile immaginare si riferisca ai governi del centrosinistra). Ce l’ha con i tecnici, con gli statistici, con i quadri intermedi, par di capire.
Hanno sbagliato a calcolare il Pil? Hanno evitato di “aggiustarlo” in un modo che permettesse di certificare l’uscita dalla procedura d’infrazione? Insomma, hanno scelto di far fare una brutta figura al governo, nel momento più difficile per la sua leader, a un mese dalla batosta referendaria, dopo una lunga sequela di guai e inciampi, per rompere pure l’incantesimo di una gestione virtuosa e performante dei conti pubblici? Meloni non esplicita il sospetto, ma l’accusa sì: “Il paradosso – scrive – è che, da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo”. Sintesi: se avessero alzato un po’ i numeri adesso, avrebbero aiutato.
La premier aggiunge che “con buona probabilità” quei dati saranno aumentati anche quest’anno. E si vedrà se vincerà la sua scommessa. Ma la sua accusa non tiene conto del fatto che nei primi anni del suo governo gli aggiustamenti al rialzo hanno certificato la lunga fase di uscita dal Covid e invece ora siamo nel bel mezzo di una crisi globale, con la crescita in frenata già da mesi. E inoltre dimentica che nel 2024 i dati Istat sono cambiati – spesso al rialzo – per le revisioni generali dei conti nazionali dettate da nuovi standard europei.
Tutto ciò considerato, se il governo non ce l’ha fatta a uscire dalla procedura d’infrazione europea per seicento milioni di euro, prendersela con i tecnici dell’Istituto di statistica appare operazione discutibile almeno quanto quella che, per amor di provocazione, fa Riccardo Magi, segretario di +Europa, quando afferma che se il governo non avesse speso 678 milioni di euro per i centri in Albania, sarebbe stato promosso.
Comunque andrà a finire, l’affondo meloniano porta alla luce un tic che sembra scattare spesso, ai piani alti del governo. Ricordate la Corte dei conti e il ponte sullo Stretto? La bocciatura dell’opera, con svariati rilievi di carattere tecnico e contabile, fu vista da Meloni, lo scorso ottobre, come “l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del governo e del Parlamento”. Con parole che riecheggiano quelle riservate a più riprese – ma basterà qui un accenno, per non rischiare di andare fuor di tema – ai magistrati che hanno ripetutamente con le loro sentenze riportato a casa i migranti dai centri in Albania.
Non si può a questo punto non ricordare che anche altri governi in passato hanno mostrato qualche fastidio per la macchina di controllo che vigila sui conti pubblici: i cinque stelle ingaggiarono un lungo duello con la Ragioneria dello Stato e anche del ben più accorto Renzi si ricorda uno scontro con i tecnici del Senato sul bonus degli 80 euro. Nel centrodestra oggi al governo però si registra una costante: serpeggia dall’inizio una mai taciuta insofferenza, tra i parlamentari di Fratelli d’Italia e della Lega, per la Ragioneria dello Stato, che rovina ogni volta i più creativi interventi parlamentari – da ultimo quello escogitato per tentare di rimediare al pasticcio del premio per i rimpatri del decreto Sicurezza – con i suoi richiami alla realtà su risorse inesistenti e conti che non tornano. Ne sa qualcosa Biagio Mazzotta, sostituito nell’estate 2024 dopo mesi di tensioni, ma anche colei che governa oggi la Ragioneria, Daria Perrotta. Ma ne sanno qualcosa anche i tecnici di Camera e Senato, accusati nei travagliati percorsi di approvazione di decreti legge e leggi di bilancio di infilare trappole con le loro manine o manone. E persino la Banca d’Italia, che a dicembre 2022 il braccio destro di Meloni, Giovanbattista Fazzolari, con l’entusiasmo di chi da poco aveva festeggiato la presa del potere, rintuzzò per le sue critiche alla prima manovra del governo, con queste parole: “Non mi sorprendono, Bankitalia è partecipata da banche private”.
Manine e manone. Tecnici e ragionieri, statistici e bancari. Tutti lì a mettere ostacoli, paletti, interpretazioni sfavorevoli, conteggi ostili. E torniamo al novembre 2025, al rimprovero di Leo all’Istat. L’accusa era più o meno questa: aver calcolato l’impatto del taglio Irpef sui redditi familiari, perché se l’avessero calcolato sui redditi individuali avrebbero concluso, come il governo, che favoriva i redditi bassi e non i redditi alti. Peccato che Istat, per poter comparare l’impatto su famiglie di dimensioni diverse, ha adoperato il metodo usato dagli istituti di statistica anche a livello europeo: il reddito familiare equivalente. E senza addentrarci in un campo ostico, lasciando il giudizio agli addetti ai lavori, si arriva qui a concludere che probabilmente se il metodo scelto dall’Istat avesse portato un risultato favorevole al governo, nessuno avrebbe avuto da ridire.
Perché un non detto accomuna i casi che qui abbiamo provato a mettere in fila. Un messaggio di fondo abbastanza chiaro. Se il metodo penalizza, si cambi il metodo. Se i conti non tornano, si facciano tornare i conti.
Fosse così, cara Gioggia hai lo stesso problema dei primi 5stelle capitanati da Giggino di Maio: non ha la classe dirigente adeguata per difenderti(dubbi non se ne aveva vedendo i poveretti di cui sei circondati).
Cara mia, hai capito perché c’è stata la svolta progressista di Giuseppe? Per andare al governo bisogno avere il Kulo parato, e avere il supporto dei professionisti tecnici del pd,competenti benchè banderuole,venduti e in pieno conflitto di interesse, serve…e molto.
Questa è politica, questo è usare la testa e non le chiappe,facendo compromessi intelligenti(si spera)
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