Sembra che i russi di Putin abbiano perduto il gusto privato del sarcasmo, dell’invettiva mascherata, della lingua in rivolta contro la banale comunicazione ordinaria, che fu il tratto grande e assoluto del loro modo di essere russi. Il popolo capace sempre di ridere di sé e delle sue sfide sta perdendo il succo divino della sua anima nell’ostinata presunzione neoimperiale

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Ma quanto è diventata gradassa e volgare la Russia, il paese dell’umorismo grottesco più sofisticato, della malinconia ridente, della risata mistica? In prima battuta, com’era ovvio e necessario, sta l’indignazione per quel monologo dai bassifondi della televisione di stato putiniana, l’insulto degradato e degradante, l’offesa piatta, banale, che si ritorce contro sé stessa in una sceneggiata da due soldi contro il capo di un paese tradizionalmente amico e tradito dall’impresa criminale di Bucha. Convocato l’ambasciatore, ora bisogna convocare Gogol’ e le conversazioni del suo Cicikov, Babel, Charms, oppure Cechov, Goncarov, o Bulgakov, Nabokov con le disavventure accademiche di Pnin, anche il miglior Dostoevskij dei Demoni, per capire fino a che punto è arrivata la notte, nel declino dello spirito russo. Quella nazione, quel suolo e quel sangue letterario che ha prefigurato futurismo, avanguardie, teatro dell’assurdo, che ha irriso e scalcinato il mondo reale per sostituirlo con esplosioni fantastiche e sperimentazioni linguistiche ardue, coraggiose, di una sconfinata bellezza e tristezza, ecco che quella eccezionale cultura della parola e del simbolo, dell’autoironia e dell’eleganza formale, risulta inequivocabilmente spacciata da un ridicolo Solovev, una specie di Tucker Carlson in caratteri cirillici da caricatura, uno che crede di far ridere dicendo puttana di una donna.
Ma che cosa è successo nella Russia di Putin, dopo decenni di nuova autocrazia seguiti alla grande rottura iconoclasta degli anni di Gorbaciov e poi degli anni alcolici e appassionatamente corrotti di Eltsin, l’instauratore improbabile di un capitalismo di predazione che aveva aperto il vaso di Pandora ed era finito tra i fumi del proprio fallimento per lasciare il passo a uno perfino peggiore di lui? Ci ripetiamo sempre lo stereotipo di un popolo russo disposto a tutte le avventure e a tutte le durezze del più spietato esercizio dell’autorità sovrana ma sempre tragicamente riluttante alle lusinghe della democrazia e del liberalismo. Povero e limitato ma credibile, come tutti gli stereotipi. Una cosa però i russi l’hanno sempre trovata, anche nella tragedia nera, anche nella soffocante retorica pauperista e populista, l’aneddoto o la barzelletta traversa, il gioco di significati attraverso formule e segni che fanno del riso una risorsa più stordente e focosa del sorso di vodka, con la potenza della preghiera e della fede popolare, e pazienza per il liberalismo. L’aura infetta della burocrazia, della gerarchia paraimperiale, della finta distinzione dei titoli di stato, della dittatura dell’ovvio ha sempre prodotto l’antidoto fantastico e comico, comico e fantastico. L’umorismo umanizzante, per superare il freddo dell’inverno e le asperità del potere invernale eterno, per descrivere e raccontare l’inverosimile e il nulla della vita, il suo fatale spaesamento, è sempre stato il re della foresta immaginativa e letteraria dei russi.
L’impressione è che a questo giro, in guerra con la radice ucraina del meglio della loro facoltà d’artisti, i russi di Putin e di Solovev abbiano perduto, ed è ancora più grave dell’insulto pubblico, il gusto privato del sarcasmo, dell’invettiva mascherata, della lingua in rivolta contro la banale comunicazione ordinaria, che fu il tratto grande e assoluto del loro modo di essere russi. Il popolo capace sempre di ridere di sé e delle sue sfide, delle sue sconfitte e delle sue miserie, della falsa ricchezza e del falso potere detenuto dagli altri, sta perdendo il succo divino della sua anima nell’ostinata presunzione neoimperiale. Se Putin fosse un vero zar, Solovev dovrebbe farlo arrestare.
Noi invece: da Pasolini, Prezzolini, Calvino a V.Feltri, Ferrara, Sallusti…
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Hai tristemente ragione…io mi sono fermato prima a Pirandello e Svevo.
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Da buon adepto USA e pasgato dall’ìItalia .. cosa vuoi aspettarti…un riconosci,mento dell’attuale governo!
Ni chiedo come si possa ancora finanziare con denaro pubblico un editore del genere!
Sta girando nell’aere un foglio di sporco di m-…a!(cit. poetica)
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Come si fa a scrivere roba del genere ? Non posso credere che sia uno SCIOCCO.
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un giornalista, di fa per dire, già prezzolato come spia da potenti.
un parassita che campa grazie al finanziamento pubblico a fondo perduto, fatto di tasse di chi le tasse le paga…
un favoreggiatore di (nazi)liberisti col cu.. degli altri…
che altro aggiungere e dire di questo essere viscido…!
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Mi verrebbe da chiamarlo imbecille,ma sarebbe una perdita di tempo come lavare la testa all’ asino . Non ha più argomenti e si limita a fare il pappagallo di quelli che stanno sopra di lui .Scrive su un giornale tenuto su dai nostri soldi che non legge nessuno tanto è completamente avulso dalla realtà. Torna a casa Lessie beviti un brodino e vai a dormire.
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75mila palestinesi. perlopiù donne e bambini, uccisi.
L’unica giustificazione per le donne eliminate poteva essere che fossero uguali alla Santanchè. Il che mi pare molto improbabile, anzi impossibile. Quel modello di donna infatti appartiene esclusivamente all’Italia.
Stesso discorso per gli uomini: nessuno di loro, antropologicamente, aveva nulla da spartire con Giuliano Ferrara per meritare quella orrenda fine.
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Un conduttore televisivo russo vomita offese contro la nostra “scadente” presidente del consiglio e se la prendono con tutta la Russia… noi, dove parlare male dei russi, della Russia, di Putin, ecc è lo sport nazionale (a calcio non sappiamo più giocare) di pseudo-giornalisti tanto al chilo, politicanti e opinionisti a libro paga.
Ma andate a prendere i ratti! o Ferrara!!!
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