
(di Michele Serra – repubblica.it) – In vista del 25 aprile, e delle ricorrenti e annose dichiarazioni sulla pari dignità dei morti (ultima in ordine di tempo, e certo non imprevedibile, quella del presidente del Senato La Russa), va detto che la pietà umana è un sentimento universale, e astenersi dal compiangere chi muore a vent’anni è segno di aridità e grettezza. Tutt’altra cosa è il giudizio sulle ragioni e gli ideali per i quali si muore — per esempio: la libertà, la fine di una dittatura, la fine della spaventosa guerra conseguente alla dittatura. È a quel giudizio, e a nient’altro, che deve attenersi una comunità cosciente di se stessa. Con le sue istituzioni, i suoi simboli, la sua ritualità pubblica. Per questo si commemorano i partigiani e non i repubblichini.
Perché gli uni morirono per la libertà e per una democrazia che non videro, ma seppero sognare. Gli altri morirono per molto dubbie questioni di “onore patriottico” e di lealtà all’ex alleato nazista. O più banalmente per ostinata fedeltà al regime fascista, totalitario e razzista fin dalle origini, ben prima di sprofondare nel nero della guerra.
Qualche pensiero a quei ragazzi inchiodati “dalla parte sbagliata” può spenderlo chiunque, anche chi è del tutto estraneo a quella ideologia necrofila (il «viva la muerte» falangista ne è il sunto perfetto). Ma non è neppure in discussione l’univocità del 25 aprile, il suo essere Festa della liberazione dal nazifascismo: e nient’altro.
Si capisce che questa univocità possa avere, per qualcuno, qualcosa di escludente. Ma se c’è una occasione nella quale gli esclusi possono farsene una ragione, e gli inclusi non dolersene, è proprio il 25 aprile.
Forrest Gump direbbe: Invasore è chi invasore lo fa. Ma se ce li hai chiamati sono solo invitati, capisco che stamattina mi son svegliato e ho trovato l’invitato non suona bene ma così è.
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