(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] La stampa italiana, sempre in cerca di donne che governino come o peggio degli uomini in vista dell’imminente débâcle della Meloni (una “fuoriclasse”, “avercene”, nel 2022), è divisa in tre come la Gallia di Cesare. Sono tre, infatti, le donne che vellicano gli appetiti del blocco borghese.

[…] Una è Marina Berlusconi, che ha acquisito dall’albero genealogico l’inevitabile fascino nero, ma è riuscita a conquistare la prima pagina di Repubblica (per sponsorizzare il Sì dal referendum di Nordio). Neo-cavaliera del Lavoro per evidenti meriti (aver ereditato un impero costruito con la frode, l’inganno, la corruzione), proprietaria col fratello Pier Silvio di un semi-monopolio editorial-finanziario-televisivo e del non-partito Forza Italia, Marina porterebbe in dote, più che un amore per l’Italia che non sembra nutrire (peraltro ricambiata), una tanica di liberalissimi diritti civili. Marina è quasi Lgbtq (proprio lei, la figlia di quello per cui “è meglio essere appassionati di belle ragazze che gay”) e paladina dei diritti delle donne, dei quali si è erta a difesa biasimando un puntuale articolo di Pino Corrias in quanto “misogino” (sempre lei, la figlia del raccontatore compulsivo di barzellette sporche a tema “culo”, “tette” e “fica”, colui che disse a Rosy Bindi: “Lei è sempre più bella che intelligente”). Una sua discesa in campo sarebbe salutata con favore, oltre che dalle banche, da quel sistema estremista di centro che ha pompato personaggi come Passera, Cottarelli, Calenda, Ruffini etc.; vedrete che ci sarà chi, dopo aver retto bordone alla Meloni per 4 anni, vorrà spiegarci che è pur meglio una liberale che una post-fascista. Ricordiamo che il babbo a un certo punto è stato “un argine ai populisti”.

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Un’altra è Stefania Craxi, rivalutata come possibile Merkel da quando è stata nominata capogruppo di FI al Senato al posto di Gasparri (era meglio anche niente, piuttosto che Gasparri), intervistatissima sui rapporti tra Italia e Usa, come se dall’episodio di Sigonella di cui fu protagonista il padre lei avesse tratto per osmosi schiena dritta e pugno di ferro. Dopo che al babbo sono stati dedicati libri, film, spettacoli teatrali e strade per eternare il contributo che egli ha dato al progresso etico del Paese, sarebbe ora di restituire qualcosa agli eredi Craxi, ai quali nel 2021 la Cassazione ha intimato di pagare allo Stato oltre 10 miliardi di lire delle tasse evase dal papà nascondendo fondi illeciti in conti svizzeri. “Non abbiamo ereditato nulla, nulla c’era da ereditare, se non i valori e le idee”, ha detto Stefania, quindi nisba: ci ripagherà in valori invece che in miliardi di lire (e dove approda naturaliter un politico coi valori? In Forza Italia, ovvio).

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La terza donna scatena la stampa marpiona: è Silvia Salis, sindaca di Genova. Salis è il segno che il virus renziano ha fatto il salto di specie, o meglio di genere, incubandosi in questo modello aggiornato e con cromosomi XX del vecchio prodotto di punta del neoliberismo. Dovrà avere lo stesso ruolo che aveva Renzi: triturare lo Stato sociale con sorrisi e fresco entusiasmo. Salis è la continuazione di Renzi con altri mezzi, ma non è un clone 1:1 del prototipo: laddove l’eloquio di Renzi gronda di retorica, celie, minacce, quello di Salis è basic, levigato e light come il pensile di una cucina Ikea; mai un guizzo, mai un’asperità che possa impensierire gli elettori (e giammai gli intervistatori, che tornano da un colloquio con lei risanati come dopo un’ora di spa in un centro termale); anche quando fa cose di sinistra, come cantare in piazza Bella ciao, sembra Chiara Ferragni quando pubblicizzava gli Uffizi. Il Foglio si porta avanti quale organo ufficiale di un partito-startup guidato da lei, pop in superficie e conservatore in sostanza, chiamandola “la Nilde Iotti con giacca Armani”. Lei seleziona il suo elettorato: giovani (perciò il concerto […] techno “gratis” a Genova, in realtà uno spottone elettorale costato 140mila euro pubblici); anziani del Pd spaventati dai “comunisti” à la Schlein (sì, buonanotte), ma non tanto da votare FI; “riformisti”, cioè renziani dormienti, pronti a usare la ex martellista olimpica per tornare ai piani alti delle Istituzioni. Lo fa pubblicando una foto in cui appare in poltrona a piedi nudi; in bella vista, un paio di scarpe da 1.300 euro, lo stipendio medio di un insegnante, di un operatore sanitario, di un metalmeccanico. Perché non farne la nuova madonnina di un Pd pastorizzato e innocuo, archiviate la botticelliana Madia e la giaguara Boschi? Schlein, dicono i giornali, ha “sbilanciato il Pd a sinistra”; in realtà aprirebbe le porte delle primarie e del governo al M5S, cosa da evitare assolutamente. Dopotutto, il blocco borghese è di bocca buona: ha provato a rivenderci come candidata di centrosinistra pure Letizia Moratti, arruolata a Milano da quei grandi statisti di Renzi e Calenda.