(di Michele Serra – repubblica.it) – È possibile che qualcosa ci sia sfuggito, in questo affastellarsi di dichiarazioni, dispacci, bombe, mine, riunioni di dignitari colate a picco, petroliere immobili ma ancora a galla, ultimatum via social che smentiscono quanto appena detto.

Ma Hormuz è aperto o chiuso? La guerra è ancora in corso? La tregua prelude alla pace o è solo una breve interruzione delle ostilità? Il regime di Teheran (obiettivo dichiarato dell’attacco) è più forte o più debole? L’Iran avrà o non avrà il suo nucleare? Chi ha vinto davvero, visto che tutti dicono di avere vinto? Chi ha perso, visto che nessuno ammette di avere perso?

Bisognerebbe inventare un neologismo che indichi la condizione di caos permanente nella quale un «manipolo di tiranni», dice il Papa, ci ha condotti (L’Osservatore romano traduce elegantemente: manipolo di dominatori). Vale il nuovo disordine mondiale al posto del vecchio ordine mondiale, e questo lo avevamo capito. Ma la condizione di guerra diffusa, mai dichiarata e mai conclusa, senza un inizio e senza una fine, come chiamarla?

Fu Putin, quando coniò l’eufemismo «operazione militare speciale» pur di non dire “guerra contro l’Ucraina”, a dare per primo il segnale che la vecchia antitesi guerra/pace appartiene al passato. Il rapimento di Maduro prevedeva l’uso delle armi, e la violazione della sovranità di un altro Paese, ma gli Usa non sono in guerra con il Venezuela. Né assomiglierebbe alla pace l’allentamento della morsa di Israele sul Libano.

Forse l’obiettivo è fare della violenza militare, dei bombardamenti, del massacro di civili nelle loro case, non una grave emergenza (la guerra!) ma una presenza endemica. Le bombe e i carrarmati come i parlamenti e le diplomazie: normali attori politici.