Palazzo Chigi teme la tempesta perfetta. Crescita debole, asta Btp deserta e rendimenti in salita, un mix pericoloso, aggravato da fattori strutturali: popolazione che invecchia, produttività stagnante e margini fiscali ridotti

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Crescita debole, asta Btp deserta e rendimenti in salita accendono i riflettori sul governo Meloni. Altro che semplice contabilità. Il debito italiano torna a essere un’arma politica. È in questa zona grigia che, secondo fonti finanziarie e istituzionali, riemergono i soliti attori: Fondo Monetario Internazionale, Ocse e quel sottobosco di “manine” che si muove tra Roma e le capitali europee. Il copione è noto: quando i conti si complicano, le pressioni aumentano. E oggi i numeri iniziano a mandare segnali tutt’altro che rassicuranti.
I numeri che pesano: crescita al palo e debito verso il 140% Secondo le stime riportate, la crescita italiana resta debole: +0,4% nel 2026 e +0,6% nel 2027, tra le peggiori performance tra le economie avanzate. Un ritmo che non basta a sostenere un debito destinato a salire fino al 140% del Pil tra il 2025 e il 2029. Un mix pericoloso, aggravato da fattori strutturali: popolazione che invecchia, produttività stagnante, margini fiscali ridotti. Il risultato è un sistema più esposto agli shock. Ma il vero campanello d’allarme arriva dai mercati. E non è solo una questione di numeri: è una questione di fiducia.
Lo spread Btp-Bund resta intorno ai 79 punti, ma il dato più significativo è il rendimento del decennale, arrivato a sfiorare il 3,9%. Non è ancora emergenza, ma è una crepa che si allarga. E quando i mercati iniziano a frenare, la pressione politica sale. A rendere il quadro ancora più fragile c’è lo shock energetico. L’Italia importa circa il 38% delle forniture, restando esposta alle tensioni internazionali. Questo aumenta il rischio Paese e alimenta la narrativa della vulnerabilità. Una narrativa che, nei circuiti finanziari, può trasformarsi rapidamente in pressione concreta. In questo contesto, il bersaglio diventa inevitabilmente Giorgia Meloni. Non con attacchi diretti, ma attraverso report, previsioni e raccomandazioni. Il parallelo con il passato è inevitabile: lo schema visto ai tempi di Silvio Berlusconi, quando lo spread diventò strumento politico. Oggi il meccanismo sembra ripartire, in forma più sofisticata ma con lo stesso obiettivo: aumentare la pressione.
E poi ci sono loro: le “manine”. Tecnici, funzionari, advisor che si muovono tra istituzioni italiane e internazionali. Non complotti, ma dinamiche consolidate. Un ecosistema che orienta decisioni e percezioni. “Non serve forzare”, spiegano fonti economiche. “Basta accompagnare i segnali”. E i segnali, oggi, iniziano a essere chiari. Il confine tra economia e politica si assottiglia sempre di più. Il debito diventa leva, i mercati amplificatore, le istituzioni moltiplicatore. Con una crescita debole, rendimenti in salita e aste Btp che non andrebbero come si vorrebbe, il rischio è che si riapra una stagione già vista. La domanda torna a rimbalzare nei palazzi romani: è solo una fase economica difficile o l’inizio dell’offensiva finale sul governo? La tempesta perfetta? Perché quando la fiducia si ritira, anche di poco, qualcuno – dentro e fuori – è sempre pronto ad approfittarne.
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Quegli stessi poteri forti che prima la incensavano, ora la scaricano.
Sipario!
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L’abbraccio mortale con Trump paradossalmente la teneva a galla, ora può solo affondare….per fortuna degli italiani.
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GIULIO CAVALLI
Giorgia Meloni ieri a Parigi, seduta accanto a Emmanuel Macron, quello stesso Macron che per anni ha incarnato tutto ciò che lei giurava di combattere: l’eurocrazia arrogante, il globalismo, il nemico ideologico. Sorridente. Collaborativa. Quasi commossa di esserci.
Ricordate il piano? L’Italia come “ago della bilancia” tra Trump e l’Europa. Il ponte transatlantico. Meloni aveva il filo diretto con Mar-a-Lalgo, il numero di Musk, la foto con Trump incorniciata nel cuore. Mentre gli altri leader europei venivano trattati dal presidente americano come dipendenti in mora, lei era l’eccezione. L’amica speciale.
Quel privilegio è durato fino al giorno in cui Trump ha cominciato ad attaccarla. Sui dazi, sul Papa, sull’Europa. Ha capito che per Washington era solo un’altra europea da usare quando serve e ignorare quando non serve.
Prima l’Italia al Board of Peace come “Paese osservatore”, una formula che Tajani ha difeso con la faccia di chi sa che sta dicendo qualcosa di imbarazzante ma proprio non riesce a fermarsi. Osservatori. Paganti. L’opposizione chiedeva se l’Italia facesse “il guardone dal buco della serratura”: la risposta era sì.
Adesso la logica si ribalta. Trump definisce il vertice di Parigi su Hormuz “molto triste”. Meloni è lì con Macron, Starmer e Merz ad annunciare che l’Italia metterà a disposizione proprie navi, proprio quelle che Washington considera un ostacolo alla propria strategia.
L’ago della bilancia si è rotto. Quello che resta è materiale di risulta.
C’è una continuità quasi poetica tra il “Paese osservatore” di Tajani e la Meloni di Parigi. In entrambi i casi l’Italia arriva quando gli altri hanno già deciso e ringrazia di essere stata invitata. La costante non è la posizione geopolitica – quella cambia con il vento – ma il ruolo: chi non costruisce le stanze dove si decide, ma ottiene, con fortuna, un posto in fondo alla sala.
Meloni è arrivata al governo promettendo di cambiare l’Europa dall’interno. Oggi è a Parigi a sperare di rientrarci dalla finestra.
Sorridente. Accanto a Macron. L’ago della bilancia, diventata la presidente del Paese osservatore, come certi anziani davanti ai cantieri.
LaNotizia
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