Ricatta, attacca, provoca, posta, negozia, fa marcia indietro, poi fa passi in avanti con un effetto contaminazione mostruoso e creando uno show demenziale e ipnotico di cui tutti noi ci siamo inguaribilmente infettati

Immagine di La sindrome di Trump

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – “Una parte di me pensa che sia pazzo; una parte di me pensa che voglia dare l’impressione alla gente che è pazzo; parte di me pensa che voglia fare impazzire tutti gli altri”. (Bret Stephens sul Nyt). Le cose stanno esattamente così, e il mondo si è ammalato dell’abominevole Trump. Ci si sveglia con lui, che fa notizia, a ogni fuso orario. Si lavora con lui sullo sfondo, si pranza con lui, con lui si fa merenda, con lui attivo e squillante, assurdo e buffo, carogna e nunzio di pace, orrendo e spiritoso, ci si addormenta. Potrà finire sul Monte Rushmore, con Washington e gli altri, o all’inferno. Intanto si è fatto la copertina della Domenica del Corriere con tanto di tavole di Beltrame, una collana di figurine Panini in cui si rappresenta come Papa, come Gesù, come l’apostolo più amato dal Signore. Certo è che questi dieci anni appena di politica trumpiana, l’ultimo al massimo livello di incandescenza, sono la fantasmagoria patologica ovvero lo show demenziale di cui tutti noi ci siamo inguaribilmente infettati. Al momento sembra in recupero e in manovra, sorvegliato, se lo si sta a sentire nelle dozzine di conferenze stampa improvvisate l’impressione è che stia per arrivare di nuovo il suo momento Venezuela, ma questa volta con il bestione iraniano e con l’economia mondiale in ballo, e forse c’è anche un tocco di momento Groenlandia, con la Nato e l’Unione europea pregate di non rompere le balle ché lo Stretto lui l’ha chiuso e lui lo riapre, non servono aiuti pusilli dopo la vittoria. Vittoria? Ma dove. Eppure assicura che a Teheran c’è gente affidabile che ha capito la lezione e si libera della polvere nucleare, garantisce a comando l’armistizio aereo e missilistico e lo replica in Libano. La vittoria è elusiva, ma i libanesi sparano fuochi d’artificio, le borse volano, il petrolio scende di prezzo. Ha anche spiegato senza piegare il sopracciglio che tutte quelle bombe erano inutili, perché il big beautiful blocco navale è molto più efficace. Nessuno gli domanda se non poteva pensarci prima, tutti sono tetanizzati, avvinti al suo abbraccio funambolico, e ascoltano le sue spiegazioni.

La sindrome Trump rende tutti gli altri capi di governo e di stato funzionari grigi di un potere che non si vede più, che dipende dalla catena burocratica, che non ha autonomia e inventiva strategica, che non riesce non si dica a splendere o luccicare ma nemmeno a farsi vivo come un soggetto attivo. Lui è in torto, sempre e sistematicamente, e vantarsene è la sua ragion di stato. Con le vanterie da ballroom e da arco di trionfo conferma e smentisce di ora in ora decisioni sempre diverse e contraddittorie ma sempre inseguendo la verità effettuale di una cosa che solo a lui è squadernata davanti nei suoi significati più arcani. L’effetto di contaminazione è mostruoso, la democrazia liberale non è più forte o più debole, è solo un ricordo, un’ipotesi di scuola, e a tutti compreso il Papa tocca la sua razione di ingenua fremente rutilante avida presenza scenica e retorica dell’uomo più potente del mondo che esercita a piacimento, e con piacere narcisistico evidente, la sua potenza. Da quando si cominciava a formare il sistema europeo degli stati, dall’epoca dei re francesi in lotta con l’impero, dai tempi dei Borboni e degli Asburgo, con i Machiavelli e i Bodin e i successori che guardavano e giudicavano la grande politica, mai un tipaccio così destro e furbo aveva calcato la scena.