L’Italia è tra i Paesi a rischio. Il Ministero della Difesa britannico ha contratti con Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro. Anche l’esercito tedesco ha un contratto con Google e la Polonia ha firmato con Microsoft. Unico esempio alternativo è costituito dall’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice

(di Virginia Della Sala – ilfattoquotidiano.it) – Esiste un “interruttore di spegnimento”, un cosiddetto “kill switch” digitale a disposizione degli Stati Uniti che potrebbe di colpo interrompere i servizi tecnologici europei. Secondo una analisi del think tank FOTI, Future of Technology Institute (che ha sede a Bruxelles) dal titolo “Cloud Defense: An Exposed European flank” oggi le aziende statunitensi detengono circa l’80% del mercato cloud europeo. “Mentre l’Europa si muove per rafforzare la propria difesa interna di fronte a una gamma crescente di minacce – si legge nel rapporto – Una delle principali vulnerabilità oggi è il cloud computing, che alimenta sistemi vitali per le forze armate europee, dalle armi alla logistica fino alla gestione del personale”.
Contratti nascosti, dipendenza reale
La reale entità della dipendenza europea resta però in gran parte invisibile perché molti contratti sono classificati. Eppure i dati pubblici mostrano già rischi elevati: “Oltre tre quarti degli Stati europei dipendono dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi per funzioni critiche di sicurezza nazionale – si legge – : i sistemi in 23 dei 28 Paesi analizzati sembrano fare affidamento su tecnologia statunitense”. I principali fornitori sono Google, Microsoft e Oracle: “Le aziende statunitensi detengono, secondo le stime, circa l’80% del mercato cloud europeo”. Parallelamente, “il governo degli Stati Uniti ha perseguito aggressivamente l’accesso ai dati degli utenti considerati avversari… Questo alimenta le ben note preoccupazioni europee riguardo al CLOUD Act”. Non a caso nel 2022 l’esercito svizzero ha vietato WhatsApp. “Tuttavia, gli eventi recenti hanno ampliato il ‘modello di minaccia’, includendo la concreta possibilità di perdere completamente l’accesso a servizi chiave”.
Il precedente della Corte Penale Internazionale
Il rapporto elabora un parallelismo con quanto è successo lo scorso anno alla Corte Penale Internazionale: Nicolas Guillou, giudice francese della CPI, è stato uno dei sei giudici e tre procuratori sanzionati dall’amministrazione Trump per aver autorizzato mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Ai sensi della legge statunitense – spiega FOTI – persone o aziende americane, comprese le loro filiali all’estero, non possono fornire servizi a individui sanzionati. Questo ha incluso la cancellazione di prenotazioni di viaggio da parte di Expedia, costringendolo a chiamare gli hotel e pagare in contanti, e l’impossibilità di utilizzare il treno nella sua città”. Le stesse sanzioni avrebbero portato Microsoft a disattivare l’email del procuratore capo della CPI Karim Khan. Microsoft ha successivamente contestato la propria responsabilità per gli eventi senza spiegare nel dettaglio cosa fosse accaduto. O ancora, il caso Ucraina durante i negoziati per i minerali critici. Spiega Katja Bego, ricercatore senior presso il Programma Europa di Chatham House: “Un esempio è Maxar, un fornitore commerciale di immagini satellitari, che è stato temporaneamente disattivato nell’ambito dei negoziati. Hanno minacciato di fare lo stesso con Starlink. Se si può fare questo a Kiev si può fare a Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino. Si può fare a Copenaghen passando per la Groenlandia”.
Sistemi “sovrani” ma vulnerabili
In Europa 16 ministeri o agenzie della difesa sono classificati ad alto rischio. Anche i sistemi “air-gapped”, teoricamente isolati, utilizzano tecnologia statunitense. “Necessitano di aggiornamenti regolari – spiega il rapporto – e dipendono dalla manutenzione del fornitore statunitense”. Se tale manutenzione venisse interrotta la loro affidabilità e la loro sicurezza sarebbero compromesse”. Il problema è anche tecnico ed economico: margini elevati e licenze brevi. “Molti servizi cloud richiedono il rinnovo delle licenze dopo 30 giorni. Se ti interrompono l’accesso, non puoi più usarli” spiega Tobias B. Bacherle, responsabile Senior per la Promozione in Germania presso il Future of Technology Institute
Mappa dei rischi e casi europei
L’Italia è tra i Paesi a rischio medio insieme a Francia, Spagna e altri, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. Solo l’Austria è classificata a rischio basso. I legami con le Big Tech sono diffusi: il Ministero della Difesa britannico ha contratti IT con Google, Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro, in Germania la Bundeswehr ha affidato i propri servizi IT interni a BWI GmbH per un valore totale di 1,6 miliardi di euro, includendo servizi cloud Google. Nel febbraio 2025, il Ministero della Difesa polacco ha firmato un accordo con Microsoft per sviluppare collaborazione in ambiti come intelligenza artificiale e quantum computing. In aprile, ha firmato un accordo analogo con Oracle per servizi di cybersecurity. Ci sono poi i casi di dipendenze nascoste: in Danimarca il governo ha annunciato la sostituzione di Microsoft Office con soluzioni open source in alcune agenzie pubbliche ma il contractor militare SitaWare ha sviluppato BattleCloud, che generalmente opera su infrastruttura Microsoft Azure. Nel 2024 la Spagna ha affidato a Telefónica un contratto da 80,3 milioni di euro per costruire il sistema informativo della difesa (I3D) ma a sua volta Telefónica utilizza infrastruttura Oracle, e il Ministero della Difesa ha speso oltre 7,6 milioni di euro in licenze. “L’Italia – si legge – ha recentemente trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (PSN), la soluzione cloud sovrana nazionale. Il PSN utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”.
Il modello alternativo
L’unico caso realmente autonomo è l’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice, abbandonando le Big Tech. Un esempio che mostra come la sovranità digitale sia possibile, ma richieda scelte politiche e investimenti strutturali.