(Paolo Arigotti – lafionda.org) – Lo “scontro” tra i due statunitensi più famosi e potenti al mondo – Donald Trump e Leone XIV (al secolo Robert Francis Prevost) – non giunge inatteso. Piero Schiavazzi, docente universitario e collaboratore di Limes, lo aveva previsto circa un anno fa, e i fatti gli hanno dato ragione.

Per quanto stia facendo discutere l’ultimo episodio in ordine di tempo, non è la prima volta che le visioni assai diverse, per non dire antitetiche, circa i destini degli Stati Uniti e la situazione internazionale emergono chiaramente, solo che stavolta il Pontefice ha voluto parlarne direttamente coi giornalisti, palesando le sue posizioni contrarie alla guerra. Il che detto da un Papa non dovrebbe stupire nessuno, tranne il presidente statunitense, che rivendicando una maggiore adesione del Pontefice alle sue decisioni, semplicemente perché americano (e peruviano), si è spinto sino a dire che Prevost dovrebbe a lui l’elezione al soglio. Dio solo sa come o perché!

Se la politica bellicista è al centro della “contesa”, non può dirsi l’unico elemento di discussione, visto e considerato che pure sul tema immigrazione le posizioni non potrebbero essere più distanti. Se Trump sostiene la necessità di contenere i flussi, Prevost non solo si dichiara a favore dell’accoglienza, ma ha deciso che il 4 luglio prossimo – quando si celebrerà il duecentocinquantesimo anniversario della dichiarazione d’indipendenza delle allora colonie americane – non sarà negli States, dove era stato invitato per l’occasione, ma a Lampedusa, riproponendo quello che fu il primo viaggio di Papa Francesco.

E non finisce qui, perché occorre tenere a mente che in occasione di una conferenza stampa prepasquale al Pentagono il segretario alla Guerra – come oggi si fa chiamare – Pete Hegseth, evangelico e fedelissimo di Trump, aveva invitato i presenti a recitare un salmo, chiedendo di colpire con una “violenza d’azione schiacciante” i nemici, parlando di “guerra santa” o preventiva, promossa nel nome di Gesù Cristo. Ebbene, nell’omelia per le celebrazioni della domenica delle Palme Leone XIV aveva esecrato l’invocazione di Dio per giustificare ogni forma di conflitto, aggiungendo che il Signore non ascolta le preghiere di chi commette (o incita alla) violenza, citando un passo del Vangelo, dove si legge: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno».

Pochi giorni dopo, durante la Via Crucis al Colosseo, e lo stesso in occasione del messaggio Urbi et Orbi per la Pasqua, Prevost ha detto che coloro che avviano o scatenano guerre saranno chiamati a risponderne dinanzi a Dio.

In questo senso, le parole dette direttamente, e sua sponte, ai giornalisti fuori dei cancelli di Castel Gandolfo sono solo le ultime di una serie di prese di posizione, che individuano chiaramente Donald Trump (e la sua cerchia ristretta) come destinatari degli strali del Papa, non evocando tanto uno scontro tra due autorità, quanto tra due opposte visioni dell’America, e del mondo.

Trump ha gettato la maschera, o forse e per meglio dire dice apertamente quello che molti dei suoi predecessori hanno cercato di spacciare come difesa (o esportazione) della libertà e della democrazia, rinnegando molte delle promesse fatte in campagna elettorale: non a caso l’indice di gradimento anche all’interno dei MAGA è in caduta libera. E lo scontro col Papa potrebbe avere ulteriori e forti ripercussioni in vista dell’appuntamento elettorale di medio termine, dato che negli Stati Uniti i cattolici sono circa cinquanta milioni, e il loro peso elettorale è di tutta evidenza.

Per spostarci alle nostre latitudini, l’Italia nazione a sovranità limitata dalla fine della Seconda guerra mondiale (dal lato USA) e da molto prima per quanto concerne la “moral suasion” proveniente dall’altra sponda del Tevere (diciamo dal 1870 in poi, con la fine del potere temporale dei Papi), vive una condizione per nulla agevole. Non si tratta di scegliere tra Stati Uniti e Vaticano, quanto tra due visioni di America, quella incarnata da Trump, in evidente remissione, e quella promossa da Leone XIV.

Per quanto la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sia stata una sostenitrice di Trump, probabilmente si sta facendo sempre più forte l’esigenza di distanziarsi, almeno a parole, da una linea politica che l’opinione pubblica italiana non condivide, e che lo scontro con la massima autorità religiosa del cattolicesimo può solo rafforzare.

Del resto, se non manca molto alle elezioni di mid-term, lo stesso dicasi per il voto politico in Italia, in calendario al più tardi alla fine dell’estate del prossimo anno, il che impone una svolta, pure sulla scia dell’esito del referendum sulla giustizia. Si può ragionevolmente ipotizzare che diverse scelte del Governo, come pure la sospensione dell’automatico rinnovo del memorandum d’intesa con Israele, vadano in questa direzione. Tutte decisioni, si badi bene, che non incidono sul pregresso, e non ne mettono in discussione i fondamenti.

Solo il tempo ci dirà se questa strategia sortirà gli effetti (forse) desiderati: di sicuro la sponda del Vaticano potrebbe rivelarsi propizia, ma se ad essa non si accompagnasse una prova della stessa statura (e autorità) morale servirebbe a poco; detto in altri termini, se alle parole non seguissero i fatti, ben difficilmente si andrà lontano.