Dietro la morte di Ali Larijani si muove un retroscena da guerra fredda 2.0: quello della partita sotterranea tra Donald Trump e Israele sul futuro dell’Iran

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Altro che raid “tecnici”. Altro che bersagli militari. Dietro la morte di Ali Larijani si muove un retroscena da guerra fredda 2.0: quello della partita sotterranea tra Donald Trump e Israele sul futuro dell’Iran. Perché Larijani – raccontano fonti di intelligence – non era uno qualsiasi. Era la carta coperta. L’uomo su cui una parte dell’establishment americano avrebbe puntato per chiudere la partita senza far saltare il banco.
Il canale segreto: telefonate, contatti e diplomazia ombra
Mentre in pubblico Teheran alzava i toni, nel sottobosco si muoveva altro. Secondo indiscrezioni provenienti da fonti di intelligence, Trump nelle scorse settimane aveva aperto un canale diretto proprio con Larijani. Non un nome a caso: ex presidente del Parlamento, uomo di sistema, ma con un profilo “trattabile”. Uno che in passato aveva già incrociato gli americani, anche attraverso figure come John Kerry. Un dettaglio che negli ambienti dell’intelligence pesa: Larijani non era un falco puro. Era un possibile gestore della transizione.
Il piano Usa: regime change “soft”
L’idea della Casa Bianca era semplice: togliere di mezzo l’attuale vertice legato alla Guida Suprema (il figlio di Khamenei già di per sé malandato) e sostituirlo con una figura interna, ma meno ostile all’Occidente. Non distruggere l’Iran. Rifarlo dall’interno. Un “regime change soft”, pilotato, con Larijani come garante. Una soluzione che avrebbe evitato una guerra lunga e incontrollabile.
Israele dice no: meglio il caos che un Iran riciclato
Ed è qui che le strade si dividono. Per Israele, questa opzione non sarebbe mai stata accettabile. Perché un Iran “normalizzato” ma ancora in piedi resta una minaccia. Meglio indebolirlo radicalmente. Da qui – secondo la lettura più maliziosa che circola nei circuiti diplomatici – la scelta di colpire proprio Larijani: eliminare l’uomo del possibile compromesso. Far saltare il tavolo.
Dopo Larijani: il potere ai falchi
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Con la morte di Larijani il potere scivola nelle mani dei duri e puri. In pole position c’è Saeed Jalili, ultraconservatore, anti-occidentale, uomo della linea più rigida. Tradotto: addio trattative, addio canali paralleli.
Trump incassa (e ora che fa?)
Il cortocircuito è evidente. Se davvero Larijani era la carta americana, la sua eliminazione costringe Washington a giocare una partita diversa. Più dura. Più lunga. Più rischiosa. Quella che – almeno nelle intenzioni iniziali di Trump – si voleva evitare.
La guerra nella guerra
Morale: non c’è solo il conflitto tra Israele e Iran. Ce n’è un altro, più silenzioso, tra alleati. Da una parte chi voleva chiudere. Dall’altra chi vuole andare fino in fondo. E nel mezzo, un nome cancellato: Ali Larijani. Forse non solo un bersaglio. Ma un ostacolo.
Sempre più pezzo di 💩, l’uno.
Sempre più zimbello, l’altro.
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