Censurato e oscurato perché parla di genocidio a Gaza, umanità e contaminazione. “Io rappresento l’incontro tra le culture, la possibilità di potersi unire anche grazie alle canzoni ed è questo che fa davvero paura”

(Beatrice Dondi – lespresso.it) – Chissà come sarebbe stato l’inno nazionale cantato da Ghali davanti alla platea mondiale delle Olimpiadi. Fratello di un’Italia in cui è nato e cresciuto, Ghali si è caricato sul suo corpo sottile e lunghissimo il peso di non voler tacere e ha continuato a nutrire la musica e le parole di quel vezzo ostinato chiamato libertà.

Ma questo è un Paese in cui l’unione rende deboli, e che della fratellanza non sa bene che farci. Sarà per questo, che nella cerimonia di apertura è arrivato il diktat del silenzio e dopo le prime tensioni niente inno per lui,  meglio una rassicurante Laura Pausini. «So quando una voce viene accettata. So quando viene corretta. So quando diventa di troppo», scrive in una lettera sui social. 

L’asticella si alza e gli viene negata anche la lingua araba nella sua esibizione, pericolosa come una poesia di Gianni Rodari sulla pace. Infine, niente nome. Nell’infausta telecronaca di Paolo Petrecca su Rai Uno, lo show potente di Ghali resta senza commento, un innominato spinto verso l’invisibilità, senza essere citato mai, come una voce senza nome. E pazienza che il resto del mondo invece quel nome lo conosca assai bene, 60 dischi di platino, 21 dischi d’oro nel palmares e pazienza che il Time lo abbia inserito tra le cento giovani personalità che stanno plasmando il futuro.

Ma al cantante di origini tunisine il silenzio non appartiene. Ha sempre voluto vederci chiaro, come si dice nella sua lingua d’origine, “Bayna”. Che è il brano di apertura di un suo album ma anche il nome della barca donata a Mediterranea con cui nel 2023 sono state messe in salvo 227 vite, tra cui un bimbo di due mesi, il più piccolo mai salvato. E vederci chiaro significa schierarsi, sempre. Eppure ci sono tempi in cui un rapper che usa la parola diventa una cosa anomala, soprattutto se denuncia il massacro del popolo palestinese.

Era il 2024, il festival era quello curato da Amadeus e Ghali che portava all’Ariston “Casa mia”, si fece sussurrare all’orecchio dal suo alieno tre semplici parole: stop al genocidio. La bufera che ne seguì è ormai cronaca, le sue parole vennero considerate «inaccettabili», piovvero richieste di scuse. «Ma per cosa avrei dovuto usare questo palco?», rispose Ghali all’indomani, durante la diretta nella “Domenica in” di Mara Venier. «Io sono un musicista e ho sempre parlato di questo da quando sono bambino. Continua questa politica del terrore, e non va bene. La gente ha sempre più paura di dire “stop alla guerra” e sente di perdere qualcosa se dice “viva la pace”. E questo non deve succedere ». Perché la realtà, e come la si decide di vivere, spunta e colpisce sempre, persino in un luogo altro come Sanremo. A volte fortissimo, tra le note, senza alcun bisogno di alzare un megafono. Ghali Amdouni da Milano, “Un italiano vero”, come quello di Toto Cutugno, canzone scelta per far evaporare i confini, capovolgere l’idea di identità, aprendo all’apparenza di chi vive insieme in un unico suolo con sguardi diversi.

Ghali non parla con i giornalisti da tempo, preferisce rivolgersi direttamente al suo pubblico attraverso i social, che pulisce dall’odio quotidiano con dovizia accudente. Non ha mai smesso di credere nel valore universale della pace, in direzione ostinata e contraria come diceva qualcuno, e vive il suo essere italiano in maniera profonda, senza per questo dover rinunciare alla forza potente delle sue radici. Ma il momento che il Paese tutto sta attraversando forse merita le sue parole e quando gli chiediamo di affrontare alcune questioni non si tira indietro. Come sempre.

Ghali ma non è stanco di sentirsi ancora definire  “Italiano di seconda generazione”? Cosa manca per diventare italiano e basta, o “italiano vero”?
«No, quello che mi fa davvero essere stanco non è la definizione in sé. Sono stanco di sentirmi dire che non sono italiano nel Paese in cui sono nato e cresciuto, dove ho studiato, dove mia madre ha vissuto la maggior parte della sua vita e dove un giorno farò famiglia. All’estero sono considerato un “artista italiano”, e l’Italia è un Paese di cui vado fiero e rappresento con orgoglio».

Le sue dichiarazioni in musica e parole sono molto semplicemente di buon senso. Lei parla di pace, di umanità, invita al dialogo. Eppure appena muove un dito si scatena l’inferno. Perché secondo lei le sue esternazioni vengono vissute con questo carico polemico?
«Noi stiamo vivendo in un momento in cui non è certo facile distinguere le fake news dalla realtà. Ecco, il mio obiettivo è quello di creare una discussione costruttiva, provare ad aprire a un confronto che spinga ad approfondire chiunque mi ascolti. E forse è proprio questo che spaventa, perché distoglie dalla più comoda narrativa a senso unico dello straniero cattivo, da emarginare. Io rappresento l’incontro tra le culture, la possibilità di potersi unire anche grazie alla musica, parlo di tolleranza e contaminazione ed è probabilmente questo che fa davvero paura».

Si è mai chiesto per quale motivo non esista un “contro Ghali”, un artista che dica il contrario di quello che solitamente sono i suoi messaggi, insomma un artista in grado di diventare il portavoce della parte che generalmente la attacca?
«In realtà non ci può essere perché il mio non è un pensiero politico, è un pensiero umano, che appartiene a chiunque voglia semplicemente vivere nella vera pace e in armonia».

Dai giardinetti di Baggio, ai grandi live, a Sanremo, alle Olimpiadi. In pochi anni la sua platea si è allargata a dismisura. Ma lei ha un pubblico di riferimento, al quale vuole veramente rivolgersi?
«Quando parlo penso a me stesso e poi, di conseguenza, al resto del mondo».

Che Paese è quello che ancora considera la parola pace divisiva?
«Non è l’intero Paese a ritenere divisiva la parola pace. Perché non lo è per chi scende in piazza, non lo è per le persone che incontro ogni giorno per strada. La parola pace diventa divisiva solo per chi ha bisogno dell’odio, perché tenendoci divisi è più facile controllarci».

Una volta ha detto che i trapper sono i cantautori di oggi. È ancora così?
«I nuovi cantautori ci sono in ogni genere musicale, anche nella trap. Raccontiamo storie di vita vera, guardiamo al nostro presente e a quello che verrà».

Quando ha capito cosa voleva diventare grande?
«Ah no, questo non l’ho ancora capito». 

In questo momento è al lavoro sul nuovo disco che uscirà entro l’anno, ma il giorno dell’apertura delle Olimpiadi ha fatto uscire a sorpresa il brano “Basta”. Una delle strofe recita “Sono da solo ma sembro un esercito”. Che cosa voleva dire?
«“Basta” è un urlo che viene da dentro, una domanda così urlata da riuscire a trasformare il punto interrogativo in esclamativo. “Basta” è una provocazione lanciata a due classi sociali diverse che non riescono più a comunicare e che sono sempre più lontane tra loro. Ho voluto giocare sugli stereotipi continui che ci vengono spesso attribuiti, facendone un punto di forza e di stile. Se ci pensiamo, alla fine basterebbe poco per risolvere tanti problemi nel nostro Paese, ma chi ci governa preferisce che lo scontro continui e lo alimenta marciando sull’odio».

E come ne usciamo?
«Basterebbe farli scendere per strada a parlarne con le persone, per ritrovare finalmente unità. Basterebbe l’onestà».