Beirut, Teheran, Doha: tre fronti, un solo conflitto

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Il punto non è più il singolo bombardamento, il singolo raid, il singolo nome eccellente caduto sotto i colpi. Il punto è che il Medio Oriente è entrato in una fase in cui ciò che fino a ieri appariva diviso in teatri distinti oggi si salda in un’unica crisi strategica. Beirut, Teheran, il Qatar, il Golfo, il Levante: tutto comincia a rispondere alla stessa logica. La guerra non resta più confinata nel luogo in cui esplode. Si propaga per onde successive, colpisce la catena politico-militare degli avversari, travolge i mercati energetici, costringe gli attori regionali a ridefinire posizione, rischi e priorità.
Il bombardamento israeliano su Beirut nella notte tra il primo e il 2 marzo va letto esattamente in questa chiave. In superficie, la sequenza è quella di una rappresaglia: Hezbollah colpisce nei pressi di Haifa con razzi e droni, Israele risponde con raid sulla periferia meridionale della capitale libanese, sul Sud del Libano e nella Valle della Bekaa. Ma chi si ferma a questo livello vede solo la cronaca tattica e perde la sostanza politica. La realtà è che il fronte libanese, rimasto formalmente sotto il logoro ombrello del cessate il fuoco del novembre 2024, è rientrato a pieno titolo dentro la guerra regionale apertasi con l’uccisione di Ali Khamenei e con l’operazione israelo-americana contro l’Iran.
Hezbollah non ha presentato il proprio attacco come un semplice gesto militare, ma come una rappresaglia per l’eliminazione della Guida Suprema iraniana e come un atto di difesa del Libano. Israele, da parte sua, ha reagito rilanciando la propria dottrina: colpire in profondità, con rapidità e intensità, per ristabilire la deterrenza e impedire che il fronte settentrionale torni a essere uno spazio di pressione continua. Ma né Hezbollah né Israele stanno parlando solo al Libano. Il primo deve dimostrare che l’asse sciita non è rimasto paralizzato dopo il colpo subito da Teheran. Il secondo deve dimostrare che la libertà d’azione dell’asse anti-iraniano resta intatta anche mentre il conflitto si allarga.
Dahiya come messaggio politico
La scelta di colpire Dahiya non è una semplice scelta di bersaglio. Dahiya non è solo una roccaforte di Hezbollah: è il simbolo politico, sociale e psicologico della sua presenza nella capitale. Colpirla significa toccare il centro nervoso del movimento sciita, mandare un messaggio alla sua catena di comando, alla sua base e, indirettamente, a tutto il Libano. Non è soltanto un attacco a infrastrutture o uomini: è un attacco alla rappresentazione stessa del potere di Hezbollah nel cuore di Beirut.
L’estensione dei bombardamenti al Sud del Libano e alla Bekaa conferma che Israele non intende limitarsi alla rappresaglia puntuale. Vuole allargare il raggio della pressione lungo tutta la profondità operativa del movimento, costringerlo a consumare risorse, spingerlo verso una scelta scomoda: reagire rischiando la guerra totale oppure contenersi e apparire indebolito davanti al proprio campo politico-militare. Sul piano strettamente militare, Israele prova così a riprendere la superiorità di iniziativa: ordini di evacuazione, colpi su figure considerate di alto livello, pressione simultanea su più aree, combinazione di disarticolazione tattica e intimidazione strategica.
Hezbollah, però, non ha risposto in modo improvvisato. L’uso congiunto di razzi e droni contro una base vicino Haifa indica che il movimento conserva capacità offensive e, soprattutto, la volontà di riaprire il fronte nel momento in cui ritiene superata la soglia politica della sopportazione. La morte di Khamenei, in questo quadro, non è solo un fatto iraniano. È un evento che obbliga l’intero asse sciita a ridefinire la propria postura e a dimostrare di non aver perso capacità di risposta.
Il Libano tra impotenza statale e guerra importata
La reazione del premier Nawaf Salam dice molto più di quanto sembri. La sua condanna dell’azione di Hezbollah, definita irresponsabile e pericolosa, mostra il dramma di uno Stato che non controlla pienamente il monopolio della forza. Beirut prende le distanze, denuncia il rischio, cerca di rassicurare cittadini e interlocutori internazionali. Ma non possiede gli strumenti per imporre davvero una linea alternativa al principale attore armato del Paese.
Ed è questo il nodo strutturale libanese. Hezbollah non è una milizia esterna al sistema: è una forza politico-militare radicata, con una sua rete territoriale, sociale e logistica. Il decreto di disarmo emesso lo scorso anno è rimasto sostanzialmente lettera morta proprio perché lo Stato non ha la forza necessaria per tradurre una decisione formale in una realtà concreta. Il risultato è un Libano a sovranità incompleta, in cui il governo incarna la legittimità internazionale, ma non il pieno controllo della sicurezza.
In queste condizioni, ogni scambio di colpi con Israele produce una doppia destabilizzazione: militare sul confine e politica all’interno. Le fughe notturne da Beirut, le strade congestionate, il panico civile ricordano che il primo costo dell’escalation viene pagato, come sempre, dalla popolazione libanese. Ma il vero rischio è un altro: non il singolo raid, bensì la dinamica cumulativa. Ogni rappresaglia aumenta la pressione a rispondere. Ogni colpo contro quadri di vertice e infrastrutture sensibili alza il prezzo della moderazione. Così la deterrenza smette di contenere e si trasforma in spirale di logoramento.
Israele conserva una superiorità aerea e una capacità di colpire in profondità nettamente superiori. Ma Hezbollah mantiene una struttura dispersa, ridondante, adattata alla guerra asimmetrica. Questo significa che la superiorità tecnologica non garantisce affatto una chiusura rapida del fronte. Il vero pericolo è il trascinamento: non una guerra totale dichiarata in un solo istante, ma una progressiva estensione degli scambi fino a rendere inevitabile un conflitto più ampio. In un Medio Oriente già scosso dalla crisi iraniana, il fronte libanese rischia di diventare il moltiplicatore di instabilità più immediato.
Ahmadinejad, il simbolo colpito
Dentro questa nuova guerra si inserisce anche la morte di Mahmoud Ahmadinejad, uno dei nomi più riconoscibili della lunga stagione di sfida iraniana a Israele e all’Occidente. La sua uccisione nei raid che dal 28 febbraio martellano Teheran e altre città iraniane aggiunge un’altra figura di peso all’elenco delle vittime eccellenti. Ma il significato della sua morte non va cercato nel potere reale che ancora esercitava, perché quel potere da tempo si era consumato. Va cercato piuttosto nel valore simbolico della sua parabola.
Ahmadinejad era stato per anni l’incarnazione di un certo Iran: l’uomo delle origini umili, il prodotto ideale della Repubblica islamica, il presidente populista e intransigente, il nemico dichiarato di Israele, il volto più aggressivo della sfida ideologica di Teheran. La sua ascesa passò dalla guerra Iran-Iraq, dove servì vicino ai Basiji, all’amministrazione locale, alla sindacatura di Teheran nel 2003, fino alla presidenza nel 2005, costruita con il favore di Khamenei. La Guida Suprema vedeva in lui un uomo utile, un esecutore, una figura apparentemente innocua da contrapporre tanto ai conservatori pragmatici quanto al riformismo erede degli anni di Khatami.
Condivideva con Khamenei l’origine modesta, che nel suo caso divenne il vessillo di una proposta politica basata sulla retorica dell’uomo del popolo. Non amava definirsi populista, ma la sua immagine era costruita esattamente su quel terreno: abiti sobri, tono diretto, promesse di giustizia sociale, stipendi più alti per insegnanti e funzionari, esposizione pubblica di uno stile di vita semplice e piccolo-borghese. La sua vittoria politica nacque anche così: dividendo i riformatori, neutralizzandoli e presentandosi come interprete autentico della società profonda.
La sua presidenza, dal 2005 al 2013, alternò consenso iniziale, fondato su sussidi e redistribuzione delle rendite petrolifere, e crescente aggressività in politica estera. Sfidò apertamente gli Stati Uniti e soprattutto Israele, auspicandone la scomparsa, spingendo la retorica fino alla negazione dell’Olocausto. Sul piano interno, la sua parabola divenne autoritaria nel 2009, quando la contestata rielezione e le accuse di brogli accesero il Movimento Verde. La risposta fu durissima e segnò una frattura profonda tra parte della società civile e l’establishment.
Sul piano esterno, invece, la sua linea dura sul programma atomico contribuì all’inasprimento delle sanzioni contro la Repubblica islamica, salvo aprire in seguito spazi tattici di dialogo, come il messaggio inviato a Barack Obama dopo la sua vittoria elettorale e la disponibilità dichiarata a un confronto nel rispetto reciproco. Fu anche il primo presidente iraniano a visitare l’Iraq dopo la rivoluzione, altro segnale della proiezione regionale che Teheran stava costruendo.
Dopo il secondo mandato, Ahmadinejad tentò più volte di rientrare in scena, cercando inutilmente di ricandidarsi. Ma Khamenei, che lo aveva sostenuto agli inizi e protetto nel momento più duro dopo il 2009, non gli perdonò gli smacchi e le ambizioni degli anni successivi. Ahmadinejad finì così per trasformarsi da “figlio prediletto” a figura scomoda, marginale, sostanzialmente ripudiata ma incapace di arrendersi davvero. Ecco perché la sua morte pesa soprattutto sul piano del simbolo: colpisce un uomo che per un decennio aveva incarnato la fase più ideologica e aggressiva della Repubblica islamica, anche se da tempo non ne dirigeva più i centri decisionali.
La guerra che arriva ai mercati del gas
Ma questa guerra non si limita a colpire capitali, reti militari e simboli politici. Colpisce anche il cuore dell’economia energetica globale. La sospensione della produzione di gas naturale liquefatto da parte di QatarEnergy a Ras Laffan, l’hub più strategico del mercato mondiale del gas che viaggia via nave, è forse il segnale più eloquente di quanto il conflitto stia già uscendo dal campo militare per entrare in quello geoeconomico. Se si ferma Ras Laffan, e con esso Mesaieed, non si blocca solo un impianto: si incrina una quota enorme dell’equilibrio del mercato globale del gas.
Secondo quanto riportato, i due terminal contribuiscono insieme a circa un quinto dell’offerta mondiale di gas naturale liquefatto. L’impatto si è visto immediatamente sui mercati: il prezzo del gas naturale alla borsa di Amsterdam, il Ttf, ha accelerato violentemente, passando in breve da un rialzo del 22 per cento a uno del 45 per cento nelle valutazioni infra-giornaliere. Non è una semplice oscillazione speculativa. È il segnale che gli operatori stanno prezzando uno shock reale e di grande ampiezza.
QatarEnergy non è un attore qualsiasi: dal sistema qatariota dipende tra il 12 e il 14 per cento circa delle forniture europee di gas naturale liquefatto, e una quota rilevante, seppure inferiore, del gas complessivo acquistato dall’Italia. Questo significa che la crisi militare aperta dal 28 febbraio, con i droni iraniani che colpiscono il territorio del Qatar nel quadro della risposta all’operazione congiunta israelo-americana, non minaccia solo il Golfo. Minaccia direttamente la tenuta energetica dell’Europa e, con essa, i suoi costi industriali, la sua competitività e la sua già fragile sicurezza economica.
L’Europa e il ritorno della vulnerabilità energetica
L’Italia, in particolare, è esposta più di quanto la politica spesso ammetta. L’industria energetica italiana è presente in Qatar, e non in modo marginale. Da Ras Laffan, QatarEnergy ed Eni hanno previsto già nel 2023 di inviare, a partire da quest’anno, un milione di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno estratte dal giacimento North Field East attraverso una cooperazione di lungo periodo, con un accordo da ventisette anni. Non è un dettaglio tecnico: è la prova che il legame tra il sistema energetico italiano e il Qatar è strutturale, non occasionale.
Se questo flusso viene interrotto o rallentato da una chiusura imposta dalla guerra, il problema non riguarda soltanto le quotazioni. Riguarda la strategia energetica europea costruita negli ultimi anni per sostituire la dipendenza dal gas russo con un maggiore ricorso al gas via nave. E qui appare tutta la contraddizione del momento: un continente che ha cercato di sottrarsi a una dipendenza si ritrova ora esposto a un’altra vulnerabilità, potenzialmente costretto a comprare quote maggiori dagli Stati Uniti per compensare l’eventuale mancanza del gas qatariota.
Il conflitto tra Usa e Israele da un lato e Iran dall’altro rischia quindi di produrre, oltre allo shock militare, un effetto collaterale di enorme portata: consolidare ancora di più il ruolo energetico americano sul mercato europeo, mentre l’Europa paga il costo dell’instabilità. Ed è un costo che cade su economie già in affanno, su un apparato produttivo sotto pressione e su una base industriale che da tempo soffre energia cara, incertezza e rallentamento.
Una sola guerra, più livelli di crisi
Se si mettono insieme questi tre piani — il ritorno della guerra in Libano, la morte simbolicamente pesante di Ahmadinejad, lo shock energetico partito dal Qatar — emerge un quadro molto più chiaro e molto più inquietante. Non siamo davanti a episodi separati. Siamo davanti alla saldatura di una crisi unica che si muove contemporaneamente su tre livelli.
Il primo è quello militare: Israele allarga il conflitto, Hezbollah rientra nello scontro, l’Iran risponde, il fronte regionale si moltiplica. Il secondo è quello politico-simbolico: vengono colpite figure che, anche quando non contano più nei centri decisionali, rappresentano capitoli interi della storia del potere iraniano. Il terzo è quello geoeconomico: la guerra entra nei terminal del gas, nei prezzi, nelle forniture, nella vulnerabilità energetica europea.
Ed è proprio qui il punto decisivo. Il Medio Oriente non sta solo vivendo un’escalation. Sta entrando in una fase in cui la guerra locale non è più locale, il danno politico non è più separabile da quello economico e la crisi di sicurezza si trasforma immediatamente in crisi energetica e industriale. Se Beirut brucia, Teheran perde i suoi simboli e Doha rallenta il suo gas, allora significa che il conflitto ha già superato il livello della rappresaglia e si è trasformato in un meccanismo di destabilizzazione regionale estesa.
Il prezzo della nuova fase
La tregua libanese del 2024 appare ormai superata dai fatti. L’Iran perde figure di alto profilo, anche se non tutte strategicamente decisive. Il Qatar, nodo vitale del gas mondiale, viene investito direttamente dalla guerra. Tutto questo dice una sola cosa: il Medio Oriente sta entrando in una stagione in cui la deterrenza sarà più fragile, la politica più debole e il costo della sicurezza molto più alto.
Più alto per i Paesi che combattono, naturalmente. Ma anche, e forse soprattutto, per quelli che si illudono di restarne ai margini. L’Europa è tra questi. Perché ogni volta che il Levante e il Golfo rientrano in una fase di guerra aperta, il Mediterraneo orientale, i traffici marittimi, i mercati energetici e la struttura industriale del continente entrano a loro volta in una nuova zona di rischio.
Il punto finale, allora, è semplice: questa non è più una serie di crisi parallele. È una sola guerra che parla linguaggi diversi — missili, simboli, gas — ma produce un unico risultato. Allargare il disordine, ridurre lo spazio della politica e far salire per tutti il prezzo della sopravvivenza strategica.
Commento solo la parte relativa al prezzo del gas; il resto non mi interessa: retorica-politica-fuffa.
L’articolo miscela fatto e narrativa, drammatizzando molto il rischio reale; è vero che il Qatar fornisce circa il 15% del NLG, ma il gas consumato in EU non è solo NLG; a conti fatti il Qatar pesa in europa per il 4-5% delle forniture totali di gas.
Se l’EU è riuscita, a caro prezzo (dipende per chi), a rimpiazzare 150 MLD di metri cubi di gas russo, perchè mai dovrebbe avere problemi a gestire la mancanza di qualche decina di MLD di metri cubi?
L’articolo potrebbe avere un senso se il conflitto si prolungasse oltre misura; ma è irrealistico pensare che un paese decotto finanziariamente possa continuare a lungo un conflitto.
Il prezzo sale perché il mercato prezza rischio percepito, emotività e narrativa mediatica.
Finché le notizie continuano a evocare conflitto o instabilità, il premio di rischio resta alto, il TTF alto e il costo industriale e le bollette alte.
Questo è il prezzo del gas prima, durante, e dopo l’invasione dell’Ucraina.
Natural gas – Price – Chart – Historical Data – News
Si può vedere come allo scoppio del conflitto il prezzo del gas sia salito e tempo dopo è ridisceso a prezzi precedenti l’invasione.
Qui invece si può vedere quello che è successo alle bollette/famiglie
Natural gas price statistics – Statistics Explained – Eurostat
Il gas dopo il 2022 è salito ed è ridisceso di poco.
Un giornalista serio dovrebbe spiegare questi meccanismi; chi non lo fa alimenta (forse) involontariamente la speculazione, creando rialzi artificiali e paure ingiustificate.
Il paradosso è che chi vuole denunciare i rischi geopolitici finisce spesso per essere vittima e complice di chi trae vantaggio dalla paura.
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SBAGLIO o in un precedente commento hai affermato che se anche l’Iran bloccasse lo stretto di Hormuz, ci sarebbe stato ben poco danno pichè ci passa solo l’1% del petrolio?
Per cui a noi non frega niente se bloccano la navigazione nel Golfo d’arabia e mar Rosso?
Chiedo perchè l’auto di mio cugino va a benzina, io invece sono tranquillo la mia è diesel, mentre la fonderia di mio cognato usa gas metano.
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In un precedente commento ho scritto che l’Iran produce circa il 3% del petrolio mondiale; quindi non è la mancanza di greggio il problema; sempre nello stesso commento ho scritto che dallo stretto di Hormuz passa il 20% del petrolio mondiale. Quindi il soggetto era il petrolio.
Sempre nello stesso commento c’è scritto che il blocco delle stretto di Hormuz non può durare a lungo, per due motivi
Il primo è che c’è qualcuno che possiede i mezzi per farglielo sbloccare subito
Il secondo è che da quello stesso stretto passa il 100% del petrolio iraniano; e siccome non hanno altro chiudere quello stretto significa mettersi da soli le mani al collo.
Con questo tu e tuo cugino potete stare tranquilli; non ci sarà penuria ne di benzina ne di diesel
Quanto a tuo cognato che usa gas per la fonderia, vale lo stesso ragionamento fatto sopra.
Caso mai tu, tuo cognato e tuo cugino dovreste preoccuparvi della facilità con cui abboccate alle minkiate che vi propinano, perchè è proprio l’esistenza di chi abbocca che contribuisce non poco all’aumento dei prezzi.
I 3 cartari esistono non solo perchè la polizia non li becca, ma soprattutto perchè c’è chi scommette sul gioco delle 3 carte.
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io so che a febbraio 2022 mia moglie pagava il metano per trazione a 0,9 euro al kilo, ora lo paga 1,40 a leggerti sembra che che venga truffata dai cartari.
Mio cognato invece teme di perdere il lavoro, già dal 22 hanno ridotto all’osso per stare sul mercato, un’altro aumento e forse chiuderanno.
Riguardo al blocco dello stretto, vale anche solo la minaccia di far saltare qualche gasiera.
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https://it.marketscreener.com/notizie/principale-raffineria-saudita-petrolio-curdo-e-israeliano-e-giacimenti-di-gas-chiusi-a-causa-degli-ce7e5cdcdf80ff2c
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“Il paradosso è che chi vuole denunciare i rischi geopolitici finisce spesso per essere vittima e complice di chi trae vantaggio dalla paura.”
Bravissimo.👍
Se il brent è un problema(grossettino) che si ripercuote sul breve, ma nel medio lungo può “girare” a favore dell’Europa…
IL gas nel breve medio termine non scatena nessun problema: i futures sono nella fase che in gergo tecnico chiamiamo “canary in the coal mine“.
Non ci sarà nessun aumento delle bollette RETAIL da qui a fine anno .
Se guerra dovesse concludersi prima dell’estate: nel 2027 ci sarà un 10% massimo di rincaro,rispetto alle bollette odierne
Se dovesse durare di più il problema sarebbe più articolato: oltre al prezzo dei futures al ttf, fondamentale aspettare le mosse Bce E Fed su taglio tassi e inflazione…
Ma soprattutto in questo casestudy MASSIMA ATTENZIONE A MERCATI VALUTARI
DOLLARO/EURO… se si rompono gli equilibri …allora si sono problemoni che vanno a condizionare pesantemente il “fattore energetico”.
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