(Dott. Paolo Caruso) – Oggi 25 Novembre si celebra la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne”. La data fu istituita dall’ONU nel 1999 per ricordare le tre sorelle dominicane, Patria, Maria Teresa e Minerva Mirabal soprannaminate “mariposas” (farfalle), che opponendosi alla dittatura del generale Rafael Trujilo il 25 novembre del 1960 vennero torturate e uccise dai sicari e i loro corpi gettati in un dirupo per simulare un incidente. La violenza contro le donne rappresenta una delle violazioni dei diritti umani più diffuse, persistenti e devastanti che, ancora oggi, non viene denunciata a causa dell’impunità, del silenzio, della stigmatizzazione e della vergogna che la caratterizzano. Violenza del partner in situazione di intimità, violenze e molestie sessuali con stupro, avance sessuali indesiderate, stalking, molestie informatiche, sono le più frequenti cause di questa orribile piaga che investe le donne. Un dato ingombrante che provoca sofferenza fisica, sessuale e psicologica. In Italia dall’inizio dell’anno ad oggi sono 85 le donne uccise e almeno 68 sono i tentati femminicidi. Una tragedia dei nostri tempi che va a spalmarsi su tutte le regioni con picchi in Lombardia, Campania e Emilia Romagna, a cui seguono Lazio, Toscana e Sicilia. Atti che tristemente tornano a ripetersi in tutta la loro gravità e che rappresentano la punta dell’ iceberg di un disagio giovanile nel rapporto tra sessi diversi. Questi non possono che scuotere le coscienze e farci chiedere il perché, in cosa si è sbagliato nella formazione educativa dei giovani. E la scuola fino a che punto è stata attenta e vigile nell’ abbattere barriere ancestrali di possesso e di maschilismo arido e brutale? Certo dopo le dichiarazioni della Ministra alla famiglia che boccia di fatto l’ insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole relegandolo a pura formalità o le castronerie scientifiche elaborate dal Ministro Nordio che ricollegano la violenza di genere a malattia genetica, dubito che il mondo scolastico possa davvero essere un faro per i giovani. I femminicidi di questi ultimi giorni che hanno sporcato di sangue il Paese ripropongono il problema in tutta la sua crudezza e rappresentano il frutto perverso di una società malata. Una società chiusa a riccio nella propria solitudine che si proietta all’esterno in tante monadi. Vite spezzate colpite da mani assassine che in preda ai fumi della gelosia e del possesso non si sono fermate davanti a quello che ritenevano loro. Come nelle tragedie greche antiche si rimane attoniti. Gelosia e possessività echeggiano come miti primordiali con la gelosia figlia della possessività. I figli di Giasone uccisi dalla madre Medea. Il male mai domato, e noi convinti, riteniamo di sapere da quale parte esso stia, per inconsciamente sanare ferite, condannando chi del male si è fatto esecutore. Ma la tragedia greca si chiude in catarsi corale. La nostra generazione ne è in grado? O tenta a rimuovere e obliare il dolore. “Abbiamo perduto tutti”, così rieccheggiano le parole straordinarie del signor Cecchettìn padre di Giulia anch’essa vittima di femminicidio. Monito sottile e accorato a chiedersi: “Dove va l’umanità”? È ancora in tempo per arrestarsi prima del baratro? Di altra visione, “altra” sottolineerei, hanno necessità le nuove generazioni per sopravvivere. Come diceva Benedetto Croce, ” La violenza non è forza ma debolezza, nè mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto distruggerla “.