A edicole e distributori andranno solo 17 milioni, alla stampa quattro volte tanto

(di Nicola Borzi – ilfattoquotidiano.it) – Il Fatto lo aveva previsto già il 21 marzo: “La grande cuccagna dei fondi per l’editoria erogati dalla Presidenza del Consiglio proseguirà almeno sino alla fine dell’anno prossimo”. Il governo ha tenuto fede alla promessa di proroga per tutto il 2025 e il 2026 delle norme con gli aiuti varati ai tempi dei lockdown per il Covid, inserita nell’ultima riedizione del decreto Milleproroghe. Et voilà, detto fatto: l’altroieri il Consiglio dei ministri ha varato un Dpcm che, oltre a stanziare 17 milioni per il sostegno alla distribuzione dei giornali, ne mette sul piatto altri 65 per le società editrici. Se gli aiuti alle edicole (10 milioni), ai “punti vendita non esclusivi”, come tabaccai e altri esercizi presenti nei piccoli Comuni sprovvisti di edicole “pure” (3 milioni) e ai distributori (4 milioni) sono misure necessarie e condivisibili, non si capisce invece la ratio di una norma che continua a sovvenzionare indiscriminatamente a piè di lista tutti gli editori, pure quelli che già macinano utili per decine di milioni l’anno.
Il decreto prevede un contributo sino al 60% delle spese e imposte (con tetto massimo a 4 mila euro) per edicole “pure” e per i “punti vendita non esclusivi”. I distributori potranno invece ricevere un contributo di 800 euro per ogni Comune sotto i 5 mila abitanti servito quest’anno e di 1.000 euro per i Comuni della cosiddetta Italia interna. Le società editoriali invece otterranno un contributo straordinario di 10 centesimi per copia cartacea venduta nel 2023 “anche mediante abbonamento, in edicola o via punti di vendita non esclusivi”. Ora servirà un decreto ad hoc per fissare le modalità di accesso.

A stridere maggiormente è la circostanza, rivelata solo il 17 marzo scorso dal Fatto, di un analogo decreto con la ripartizione degli aiuti erogati dal Fondo straordinario per gli interventi di sostegno per il 2023, calcolati in 10 centesimi per ogni copia cartacea venduta nel 2022. Da notare che, nel giro di un solo anno, il totale del fondo è passato dai 60 milioni stanziati per il 2023 ai 65 previsti per il 2024: l’incremento è dell’8,3%.
Interessante anche il fatto che, nel dare notizia dei fondi, ieri il Corriere della Sera abbia riferito ai lettori solo dell’erogazione di aiuti per 17 milioni alle edicole, omettendo come fossero bruscolini gli altri 65 milioni che Palazzo Chigi ha destinato agli editori. D’altronde, grazie allo stesso tipo di aiuti, pari a 10 centesimi di euro per copia cartacea venduta in abbonamento e in edicola nel 2022, solo pochi mesi fa il gruppo che pubblica il quotidiano di proprietà di Urbano Cairo ha intascato in totale 11 milioni e 383 mila euro, poco meno del doppio dei 6,7 milioni erogati al gruppo Gedi (Repubblica e Stampa), ai quali andavano sommati altri 5,25 milioni corrisposti a Cairo Editore per periodici come DipiùDiva e Donna e Nuovo. In totale, Cairo ha ottenuto grazie al Fondo 2023 un contributo pubblico per ogni copia venduta pari a oltre 16,6 milioni: più di un quarto della “torta” complessiva da 60 milioni che si sono spartiti gli editori italiani. Solo con questi aiuti, così, Palazzo Chigi ha contribuito per più della metà ai 32,1 milioni di utili netti realizzati dal gruppo Cairo Communication nel 2022. Ai quali si sono sommati poi profitti per altri 38,4 milioni nel 2023 e 45,2 milioni nel 2024. Nell’ultimo triennio, insomma, grazie all’editoria il presidente del Torino Calcio ha realizzato utili totali per 115 milioni.

Davvero il Dipartimento per l’Editoria del governo ritiene che fosse necessario rimpinguarne i già lauti profitti? Se vengono compresi i ripiani dei prepensionamenti di giornalismi e grafici e altri fondi a vario titolo, il totale dei sostegni pubblici sale a mezzo miliardo l’anno. Se per sostenere “il diritto al pluralismo informativo” l’esecutivo ritiene proprio necessario finanziare gli editori, con l’effetto di renderseli “amici” (in una fase di difficoltà e tensioni nella maggioranza), non sarebbe forse più opportuno selezionare tra i tanti solo quelli che non riescono a chiudere bilanci in pareggio?
Anche perché a questa pioggia di milioni di fondi pubblici nazionali si aggiungono poi quelli erogati dalla Commissione europea, come raccontato da mesi dal Fatto, riversati ad alcune tra le maggiori testate italiane come Ansa e Sole 24 Ore con la motivazione di sostenere “la comunicazione sulle questioni comunitarie” e “la lotta alle fake news”. Forse sono fake solo le notizie sgradite a Bruxelles.