
(Di Donatella Di Cesare – ilfattoquotidiano.it) – Non c’è quasi dibattito pubblico in cui, per qualificare Meloni e il suo operato, non si ricorra sbrigativamente all’etichetta “populismo”. Sappiamo bene che ormai, nel crescente degrado, le parole vengono svuotate di significato e usate a sproposito. Perciò spesso finiscono per essere lanciate come pietre contro l’avversario politico. Ma in questo caso occorre forse fermarsi e chiedersi se – alla luce di questi due anni e della manovra che incombe – il governo Meloni presenti davvero qualche carattere populista.
A me non pare proprio. E vorrei perciò, a scanso di equivoci, tentare di chiarire subito la mia tesi interpretativa. Avevo scritto tempo fa, su queste colonne, che saremmo andati verso forme di governance ignote e inquietanti. Oggi posso confermare questo giudizio. Ne sono la prova, ad esempio, lo schieramento nell’asse atlantista, l’accoglimento di misure tecno-amministrative e finanziarie del tutto letali per l’economia di questo paese, l’oblio dei poveri, la cancellazione del Sud, i provvedimenti aggressivi contro la magistratura e la stampa, che mettono a rischio la stessa libertà di dissenso, la stretta sui diritti civili. L’elenco potrebbe continuare. L’impressione è che il governo Meloni sia un ibrido che coniuga due tendenze in modo inedito e allarmante: la tendenza tecnocratica di una governance amministrativa, che fa il gioco di grandi imprese, industria militare, banche e capitale finanziario; la tendenza familistica che accentra e personalizza l’esercizio del potere. L’una è aggressivamente modernista, piegata alle pretese del neoliberismo, l’altra è arcaica e regressiva. Si potrebbe parlare di un tecno-familismo o di un familismo tecnocratico.
Che cosa potremmo immaginarci di peggio? Il volto familiare nasconde e mimetizza l’amministrazione autoritaria, l’aura carismatica del potere accentrato, affidato alla setta di parenti e amici, tenta di eliminare ogni contestazione e neutralizzare l’opposizione. Queste due tendenze, apparentemente antitetiche, si congiungono così in un ibrido senza precedenti che mina e decompone la democrazia. Di più: questo ibrido, questa forma politica, costitutivamente ingannevole, che riesce a tenere insieme il peggio del passato, raddoppiandolo persino, è particolarmente adatta a favorire la corruzione delle élite e ad assecondare le disuguaglianze economiche e sociali. Se prima qualcuno poteva nutrire qualche pia illusione, dopo due anni di governo, mentre si vara la nuova legge di Bilancio 2024, i dubbi sono dissipati. Per un verso acquiescente, e perciò misera e striminzita, per l’altro spietata e miope (con le solite concessioni tribali e le consuete sperequazioni fiscali), la manovra taglia i servizi pubblici, mentre fa finta di tassare le banche (in realtà chiede con il cappello in mano un anticipo sulle imposte future). Non si vede, dunque, in che cosa dovrebbe consistere il populismo del governo Meloni, a meno di non voler intendere con questo termine iperabusato un sinonimo di propaganda demagogica. In questo, a dir vero, i nuovi patrioti sembrano imbattibili. Ma per il resto c’è ben poco di populismo e ancor meno di popolo. Dietro la maschera familistica si scorge sempre più distintamente il potere dell’establishment di sempre. Direi anzi che il governo Meloni sancisce l’esistenza di un demos senza kratos, un popolo senza potere, sempre più ridotto all’impotenza politica. Basti pensare alle guerre e allo scenario di politica estera. Tutti i tentativi di etnicizzare il popolo, cioè di favorire gli interessi di alcune tribù e additare nei migranti il nemico da internare in Albania, sono brutali quanto inutili tattiche di distruzione di massa volte a coprire il vero problema democratico. Mai come ora c’è stata una politica sprezzante e sorda ai bisogni che vengono dal basso. E la frattura è destinata ad aumentare per via di quel neoliberismo avventurista e bellicista, sposato in pieno da Meloni.
Toccherà allora alle opposizioni farsi più populiste – nel senso eminente di questa parola – dando voce al disagio crescente e arginando il fenomeno sempre più pericoloso dello svuotamento della politica. Dopo innumerevoli e brucianti disillusioni, dopo dolorose e avvilenti frustrazioni, siamo a un passo, in questo paese, da uno iato irreversibile tra governanti e governati. Provocatoriamente vorrei allora dire che sarebbe tempo di riscoprire il populismo come forza di emancipazione. È così che, in fondo, era stato inteso inizialmente da alcuni politologi: come processo di democratizzazione della democrazia, come forza positiva in grado di mobilitare i cittadini e di coinvolgerli nella vita politica e nelle scelte comuni che li riguardano. Esattamente l’opposto di quel che avviene in questi giorni.
è sempre più uguale a Regan Theresa MacNeil
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Domenica 27 torna Sigfrido il contapelidel¢ulo di politici ,imprenditori, mafiosi e ministri del governo.Ore 20.30 su’ Rai tre inizia Report vediamo se agli italioti interessa, il resto sono solo chiacchiere.
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