BRANCACCIO – Pienone in teatro. Serio sulla pace, comico su Meloni e “Lollo”

(DI TOMMASO RODANO – ilfattoquotidiano.it) – Fu così che il Movimento 5 Stelle tornò a teatro, dove era nato. Chissà cosa ne pensa Beppe Grillo dell’ultima versione di Giuseppe Conte. Mercoledì sera il fondatore era assente al Brancaccio di Roma, dove il suo erede gli ha soffiato il lavoro un’altra volta: già avvocato, professore universitario, presidente del Consiglio multicolore, leader di partito; di recente anche comico, o come si dice adesso stand up comedian. Il format elettorale del capo dei Cinque Stelle – “L’Italia che Conta” – è originale ma non troppo. A metà tra comizio e spettacolo di intrattenimento, un po’ all’americana: un’idea che aveva già avuto Matteo Renzi nel 2012, quando girava il Paese in camper e sfidava la nomenclatura del Pd con monologhi di un’ora e mezza, infarciti di battute e citazioni pop. Conte ha puntato sullo stesso genere di comunicazione informale, uno spettacolo messo a punto da Rocco Casalino (seduto in quinta fila) e dal resto dello staff della comunicazione.

L’ingresso è libero fino a esaurimento posti, il pubblico riempie anche la prima balconata, per gli organizzatori alla fine sono 1.300 persone. Conte è in abito e camicia scura, ma senza cravatta e pochette, tiene in mano un tablet con il logo del M5S che l’aiuta a seguire la scaletta. Lo schermo alle sue spalle proietta video, animazioni, ritagli di giornale. Lui sale sul palco sul fermo immagine di una Giorgia Meloni in posa marziale, con un’espressione particolarmente goffa e infelice.

Il primo capitolo della serata è il tema a cui l’ex premier tiene di più, quello che crede possa fare la differenza nelle urne: la pace, che ora è scritta anche nel simbolo del M5S. “Come è stato possibile arrivare sull’orlo di una guerra mondiale?”, chiede alla platea. Delle armi fornite all’Ucraina non si sa nulla e il capo dei Cinque Stelle ha gioco facile: mostra il sito del governo tedesco, dove sono elencati nel dettaglio gli arsenali inviati a Kiev. Poi va sulla piattaforma del governo italiano: schermo bianco e “pagina non trovata”. Il pubblico ride. “Il partito trasversale delle armi coinvolge tutte le forze politiche, quasi tutti”, dice Conte. Pone l’accento soprattutto sui possibili alleati e sulle volte che si sono allineati alla destra (“ahimè anche il Pd” è il refrain della serata). Votare i Cinque Stelle, dice, “è compiere una rivoluzione, un gesto pacifico”.

È un po’ straniante questo canovaccio che alterna momenti comici – le gaffe di Francesco Lollobrigida, “cognato d’Italia”, le menzogne del governo sbugiardate con il sorriso – e momenti drammatici, con i cadaveri, i bambini di Gaza passati in rassegna su musica drammatica. La comunicazione è spettacolarizzata, le parole hanno un peso diverso: “La Palestina deve essere riconosciuta”.

Il Conte battutista infilza più volte la Meloni (“Dice di essere una donna del popolo. Ma che popolo frequenta?”), si prende rivincite sui vitalizi, sulla proposta di salario minimo, sul reddito di cittadinanza (“Serve una misura europea”), su Superbonus e Pnrr (“Abbiamo portato a casa 209 miliardi, ma pur di non riconoscere il mio lavoro hanno detto che era merito dell’algoritmo”). Mette in fila un elenco notevole di balle e giravolte dell’attuale premier – extraprofitti delle banche, blocco navale, accise, trivelle –, proietta una clip con l’applauditissimo David Sassoli e un’altra con la fischiatissima Daniela Santanchè (dalla platea qualcuno urla “in galera!”). Promette un partito ecologista, progressista, intransigente sull’etica pubblica. Alla fine, dopo un’ora e 40 minuti, fa salire sul palco i parlamentari e i candidati dei Cinque Stelle alle Europee. E nel backstage ringrazia tutti, la sua squadra, i collaboratori e le maestranze, per provare a togliere la sensazione che il Movimento si sia trasformato in un monologo teatrale.