(Stefano Rossi) – Da settimane si parla del caso di Ilaria Salis come fosse possibile, per il governo italiano, ordinare ad uno Stato straniero la liberazione di un connazionale detenuto e imputato per gravi reati.

Su tutti, cito Gramellini: “… togliere l’imputata Salis dalle grinfie di coloro che l’hanno trascinata in tribunale al guinzaglio…”.

Ci fosse un articolo, una legge, un trattato internazionale per mezzo dei quali si possa ordinare, sine die, all’Ungheria di liberarla dalle catene, probabilmente, la Salis si troverebbe già a casa sua.

L’irritazione, che provano molti italiani per questo caso, nasce da una semplice considerazione.

In Ungheria ci sono 33 connazionali detenuti (“L’ambasciatore Manuel Jacoangeli ha sostenuto poco più di un mese fa, che gli italiani detenuti in Ungheria fossero 11, ma l’annuario statistico 2023 della Farnesina riporta dati diversi: sarebbero 33 nelle carceri Ungheresi. 20 in attesa di giudizio (come Ilaria Salis) e 13 già condannati” -copiato da Radicali.it).

Gli italiani detenuti all’estero sono più di duemila.

Ma l’homo videns si sveglia solo se vede manette e catenelle; e, in quelle condizioni di restrizione, ha visto solo la Salis.

Per di più, ella, ha fatto un lungo viaggio per andare ad aggredire un fanatico di destra ungherese; fatto che risveglia gli ardori di chi pensa di combattere il vento che soffia a destra, in tutta Europa, con pugni e manganelli.

Dal video dell’aggressione della Salis, si evince che un gruppo facinoroso ha aggredito, da tergo, un soggetto che cade in terra, più volte colpito violentemente al capo. Strano, non ho sentito nessun commento da parte dei Lerner, Gramellini, Serra, Formilli, Fazio per l’inaudita aggressione.

Per noi italiani, forse, sembra una cosa da niente.

Forse perché tutte le domeniche assistiamo a scene simili, e non solo sui campi di calcio dei professionisti, ma anche per le partite di calcio dei ragazzini.

In altri Paesi, che alcuni ritengono del “terzo mondo” per come viene amministrata la giustizia, le cose vanno diversamente.

  1. Varsavia, per un incontro di calcio, si trovavano per le strade numerosi tifosi laziali. Per colpa di alcuni deficienti che fecero volare qualche bottiglia di birra contro i blindati della polizia, vi fu una carica che portò all’arresto di 120 italiani. Furono ammanettati, buttati per terra al freddo, portati nel carcere di Bialoleka senza poter chiamare l’ambasciata, l’avvocato, le famiglie. Alcuni riuscirono a tornare a casa in pochi giorni. Altri dopo diverse settimane. Molti condannati con questi capi d’imputazione “Rumore, schiamazzo, ostacoli nell’uso del marciapiede da parte di altri pedoni”; inoltre, dovevano rispondere di adunanza sediziosa, di fatto, reato (art. 655 c.p.) da noi dimenticato dalla magistratura. Troppa paura di offendere una parte politica che invoca, a sproposito, il diritto di manifestare pacificamente, come recita la Costituzione (si ignora “l’atteggiamento sedizioso”, così come descritto dalla Corte Costituzionale).

Il motivo di quel severo intervento delle autorità polacche era dovuto al precedente incontro di calcio, svoltosi a Roma, dove i tifosi polacchi tentarono di assaltare l’Altare della Patria, il Colosseo e il Palatino. In centro vi furono scontri e tafferugli. Naturalmente, come sempre, non vi furono arresti.

L’elenco è troppo lungo per ricordare che, i barbari tifosi stranieri, mettono a ferro e fuoco le nostre città senza subire alcuna reazione da parte delle forze dell’ordine.

E’ normale in Italia fare una guerra civile per il calcio.

Ricordo la guerra a Bologna, nel settembre 2018, nella partita tra l’Italia e la Polonia per la Nations League.

Ricordo i tifosi del Feyenoord che danneggiarono la fontana della Barcaccia, in Piazza di Spagna, a Roma. La gente scappava e si nascondeva dentro i negozi. La polizia, ricordo molto bene, non intervenne. Il questore disse che non voleva “fare morti”. Dopo pochi mesi, arrivarono i turchi. Io mi trovavo presso piazzale Flaminio, a due passi da piazza del Popolo. Vidi scendere da Villa Borghese un esercito con fiamme, bombe carta, tumulti, bastoni, scortati come fossero stati il presidente degli Usa. C’era la partita Lazio-Galatasaray. Nonostante la sediziosità, la violenza, i fuochi appiccati, le bombe esplose, non vi fu un solo arresto.

Chiaro che in un Paese del genere, può sembrare normale che alcuni possano partire per l’Ungheria, aggredire fino a farlo ricoverare un ungherese e poi invocare, non so quale diritto, per ritornare a casa con la benedizione del Pd che la voleva pure candidate al Parlamento europeo.

Infine, in questa grottesca vicenda, il padre della donna, ha scritto al presidente Mattarella, come se questi possa esercitare un potere sconosciuto a tutti i costituzionalisti. Ed infatti, non mi pare che la vicenda abbia avuto una svolta.

Concludo a modo mio.

Se il padre fosse andato in tribunale a schiaffeggiare la figlia per quello che aveva fatto in terra ungherese, forse, aveva la figlia a casa.

Ma è una mia opinione del tutto opinabile.

In questi casi, Mattarella, ha meno poteri del padre della Salis che, evidentemente, non ha capito nulla di quello che ha fatto sua figlia.

Ma è in ottima compagnia.