DIETRO IL PAPA NULLA – La retorica contro il conflitto ha un sottofondo d’interesse personale o di gruppuscolo, proprio come quella bellica: la pace diviene alibi per ideologie defunte. E la non-violenza si fa violenta

(DI FABIO MINI – ilfattoquotidiano.it) – Violenza chiama violenza”, “chi semina vento raccoglie tempesta”, “attento a cosa chiedi: potresti ottenerlo”. Si può continuare all’infinito con gli ammonimenti della saggezza popolare, ma non servirebbe a niente: di fronte alla guerra la saggezza si estingue al primo colpo di cannone.
Ecco perché occorre non arrivare a quel punto. In questi ultimi vent’anni è prevalsa la regola “prima spariamo e poi ragioniamo”, a modo nostro, ovviamente. È stato un periodo in cui gli stessi movimenti pacifisti si sono adeguati a questo criterio e salvo qualche minimo sforzo nessuno è riuscito a farsi ascoltare dai grandi decisori e nemmeno dai piccoli ras.
La guerra in Ucraina non ha fatto eccezione e quella riaperta tra Israeliani e Palestinesi conferma sia l’incapacità dei sostenitori del dialogo e della pace di farsi ascoltare sia la debolezza della loro stessa fede: i carri armati in agguato e le artiglierie rimbombanti sono manovrati anche da coloro che fino al giorno prima si dichiaravano amanti della pace. La loro, ovviamente. E fatalmente ma non inconsapevolmente, la guerra si alimenta di queste debolezze, trova nuovi pretesti, giustificazioni e legittimazioni.
In questi giorni non deve impressionare il numero enorme di iniziative, sottoscrizioni, petizioni, appelli, manifesti, dimostrazioni di piazza organizzati dai movimenti, dai singoli cittadini e da varie emittenti e testate. Non deve sorprendere che essi abbiano altrettanto varie idee sulla pace: da quella idealistica, a quella pragmatica e a quella “eterna” riservata a un paio di milioni di palestinesi e un altro milione di ucraini e russi del Donbass, oggi, esattamente come lo fu per milioni di iracheni, curdi e siriani, ieri e milioni di ebrei l’altro ieri.
Fatta eccezione per l’unica voce istituzionale che invoca veramente la Pace, quella del Papa, e di qualche nobile e convinta iniziativa promossa e sostenuta da intellettuali e cittadini ragionevoli, tra cui il nostro Domenico Gallo, il resto si basa su rituali politicizzati in cui gli officianti si parlano addosso, vantandosi di essere gli unici a volere la pace, di essere i più pacifisti dei pacifisti, caricandosi di saccenza e di retorica, sparando sugli altri, riesumando slogan della cui ragione si è perduta la memoria.
Tutto ciò è sconfortante e perfino controproducente: il numero delle iniziative è inversamente proporzionale alla loro efficacia e alla loro credibilità. La retorica contro la guerra ha sempre un sottofondo d’interesse personale o di gruppuscolo esattamente come quella bellica ha i suoi gruppetti riuniti nei saloni del potere. La pace diventa l’alibi per promuovere idee e ideologie ormai defunte e la stessa non-violenza si fa violenta: ogni proposta che la invoca è un ultimatum, una sfida, una lotta, una rivolta, un incitamento allo scontro. E la Guerra che dovrebbe essere evitata si rafforza.
Non mancano le persone che vogliono sinceramente la pace, in Italia sono la grande maggioranza, manca la maturità di chi pretende di guidarle. In questo panorama di raffazzonata desolazione i movimenti che nel mondo hanno lentamente virato dalla faziosità e dalla frattura orientandosi ad unire le intelligenze e le anime della pace invece di dividerle si contano sulle dita di una mano.
Nel suo piccolo l’Italia offre in questi giorni un esempio di maturazione con il percorso di un movimento controverso e divisivo già nel nome: “Il Fronte del Dissenso”. Partito da posizioni di contrasto nei confronti di quasi tutto ciò che l’establishment socio-politico nazionale ha imposto negli ultimi decenni, nell’intento di allargare il “consenso al dissenso” ha accolto le posizioni più stravaganti. Posizioni rispettabili perché individuali ma non sempre condivisibili proprio per lo stesso motivo.
Oggi, con la terza o quarta guerra mondiale alle porte e i suoi focolai più evidenti in Ucraina e Israele, il movimento ha avviato un progetto pragmatico e ambizioso: unire in una rete globale gli sforzi per evitare il disastro che potrebbe anche essere l’ultimo. In senso assoluto.
Così accade che decine di organizzazioni, movimenti e partiti politici provenienti da tutto il mondo, siano state invitate a Roma il 27 e 28 ottobre (Hotel Universo) per interrogarsi “con autentica fermezza e lucidità, dove davvero si stia dirigendo l’umanità e quanto pericoloso sia il bivio davanti al quale ci troviamo”. L’appuntamento ha preso la forma di una Conferenza Internazionale di Pace alla quale parteciperanno delegazioni provenienti da tutto il mondo, dalla Germania alla Russia, dalla Grecia all’Ucraina, dall’Afghanistan agli Usa, dall’India alla Corea del Sud, dalla Cina alla Palestina, dal Venezuela all’Australia.
Di particolare interesse è la qualità della partecipazione. Accanto agli intellettuali per cultura e onestà e ai militanti appassionati ci saranno esponenti di movimenti e partiti politici che nel mondo interpretano le posizioni estreme del dissenso e che le loro autorità nazionali definiscono ribelli o antagonisti, se non sovversivi, per le idee e le opinioni che esprimono. Queste persone invise o perseguitate potranno parlarsi e scambiare le proprie esperienze.
Il rischio che l’evento favorisca l’agglomerazione della parte più discutibile del dissenso è reale ma dagli effetti limitati: per definizione il dissenso non unisce ma divide e comunque finora ha perfino diviso gli stessi dissenzienti. Più realistico è il rischio che venga infiltrato e screditato da fanatici e violenti di mestiere.
Tuttavia è altrettanto realistica, e auspicabile, la prospettiva che proprio dagli estremi si riconosca l’inutilità e la vanità dello scontro fine a se stesso e si costruisca un consenso unanime sulla necessità di usare gli strumenti della democrazia per indurre i governanti del mondo a rispettare le Costituzioni, le leggi e i trattati che essi stessi hanno sottoscritto; di rinunciare non solo alla guerra in senso astratto e retorico, ma prima di tutto alle pratiche criminali della guerra, alle sue mistificazioni, alle provocazioni, alle indegnità e alle ingiustizie. Auguri quindi alla Conferenza.
Ci voleva questa nuova guerra per farmi leggere con piacere Mini (e anche Travaglio).
Chissà a quante persone saranno fischiate le orecchie alla fine di questo articolo.
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I dubbi sono legittimi e però con i “se” e con i “ma” la storia non si fa.
Garibaldi insegna.
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Ci saranno pure pacifisti idealisti e pacifisti pragmatici, ma quelli che invece auspicano la pace “eterna” (“riservata a un paio di milioni di palestinesi e un altro milione di ucraini e russi del Donbass”) sono esattamente i falsi-pacifisti veri-guerrafondai che si riempiono la bocca parlando di pseudo pace “giusta”, insultando al contempo le due precedenti categorie come “pacifinti” (o altre simili amenità da bimbomi).
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