
(di Michele Serra – repubblica.it) – Se un novantaduenne riesce a fuggire nottetempo dalla casa di riposo dove si sente recluso e a raggiungere la sua abitazione a dieci chilometri di distanza (è accaduto in provincia di Trento), vuol dire che la casa di riposo non era il posto dove voleva e doveva stare.
La vicenda ha sicuramente dei retroscena sanitari e familiari che non conosciamo, e dunque non va giudicata con sbrigativa severità nei confronti di chi ha deciso di ricoverarlo: ma l’evidenza dimostra che quel vecchio ha ancora un pezzo di vita da vivere, e vuole viverlo secondo il proprio arbitrio. Un film svedese del 2013, divertente e commovente, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, racconta una storia identica.
Tutte le storie di fuga producono un’istintiva immedesimazione nel fuggiasco. In ciascuno di noi c’è una voce interiore che, prima ancora che si possa ragionare sui perché della reclusione, grida “scappa! scappa!”.
C’è un’epica della fuga che coinvolge e travolge, l’evaso, anche se è un criminale, esercita un istinto di libertà irresistibile. Universale.
Nella fattispecie, poi, l’età del protagonista entusiasma. Lo si presume debole, inerme, in balia dell’assistenza degli altri.
E invece quel corpo contiene ancora energia, quella testa è ancora capace di valutare le stanze e le distanze, quelle gambe e quelle braccia possono ancora violare una recinzione e dirigersi verso quel posto insostituibile che chiamiamo “casa”.
La vecchiaia è un’età misteriosa, sembra l’età dei vinti e invece custodisce intatto il fuoco della libertà.
Cambia solo l’aspetto esterno e l’efficienza psicofisica ma dentro si è sempre gli stessi.
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Sarebbe bello… ma il degrado cognitivo è un fatto incontrovertibile, pertanto non si è “sempre gli stessi” (senza arrivare alle patologie neurologiche conclamate, alzheimer o demenza senile).
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Quella della ” case di Riposo”, in realtà spesso dei lager, è un business immenso.
I figli, per lo più pensionati ma occupati con i nipoti h24 non ” possono” avere davanti agli occhi lo spettacolo di loro stessi tra un paio di decenni e preferiscono ” fare pilates”.
Addirittura cercano per il loro congiunto un Amministratore di ” sostegno” per lavarsene completamente le mani ( ma solo se i loro vecchi sono poveri, ovviamente) e questi spesso sono immanicati con le Case di Riposo medesime che procurano di riempire.
Dai media, gli ultraottantenni ( non Vip, ovviamente, quelli sono ” grandi vecchi” pieni di saggezza…) sono trattati da perfetti imbecilli: l’inviata appena ventenne li chiama per nome, dà loro del tu… Esattamente come fanno gli infermieri e molti medici negli ospedali: immediatamente ti fanno sentire in uno stato di inferiorità.
Quello che sempre mi stupisce è l’assoluta mancanza di consapevolezza che in quello stato ci finiremo tutti, anche il nipotino biondino e grazioso con cui nonne ancora ” da pilates” si stimano a passeggio nel parco. Dovrebbe quindi essere massima cura , di tutti, una politica che mantenga il più possibile il vecchio nella sua casa,
con assistenza qualificata magari ad ore e lavoro ” agile” per i figli ancora occupati.
E invece no: in TV continue pubblicità per ” lasciti”, sul Web di pompe funebri.
Togliti di mezzo prima che puoi, ma prima sgancia.
Una bella Onlus che si occupi degli anziani come dei ” migranti”? Una Rakete, un Saviano, un Salvini, un Conte, un Draghi… che spendano vagonate di soldi e di parole per loro,,?
Silenzio assoluto.
Forse ci sentiamo tutti immortali.
C’è un proverbio austriaco ( non so se anche da noi…) che recita: ” Un padre mantiene sette figli, sette figli non mantengono un padre”.
È triste ma è così.
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Abbiamo gia’ il Gramellini quotidiano. Dobbiamo proprio raddoppiare la banalita’ con Serra?
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