Lucania felix, è sentenza: mafia capace di espandersi in tutta Italia

Otto condanne e due assoluzioni per i dieci indagati che hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato. Secondo i giudici persino la ‘ndrangheta avrebbe riconosciuto, in quelle potentine, organizzazioni da rispettare

(DI FRANCESCO CASULA – ilfattoquotidiano.it) – Il clan “Martorano-Stefanutti” è un sodalizio mafioso. Lo ha stabilito il giudice Teresa Reggio con la sentenza che ha inflitto otto condanne e due assoluzioni ai dieci indagati che hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato dopo il coinvolgimento nel blitz denominato “Lucania felix” che a novembre 2021 portò all’arresto di 37 persone al termine dell’indagine coordinata dal procuratore Francesco Curcio e dal sostituto Gerardo Salvia della Direzione distrettuale antimafia di Potenza. La pena più alta a 12 anni e 8 mesi di reclusione è stata inflitta a Carlo Troia, l’uomo che secondo gli inquirenti ha permesso al sodalizio, guidato da Renato Martorano e Dorino Rocco Stefanutti che hanno scelto di essere giudicati con rito ordinario, di compiere un salto di qualità ed estendere il dominio sull’intero territorio della Basilicata: secondo quanto emerso dalle indagini, infatti, il vecchio esponente del clan dei “Basilischi”– affondato sotto i colpi della magistratura – sarebbe transitato nelle fila della nuova organizzazione nata dalle ceneri del vecchio gruppo “Martorano-Quaratino”. Quel salto avrebbe consentito al gruppo di consolidare non solo il proprio potere sul territorio, ma anche il proprio prestigio agli occhi delle grandi mafie, come la vicina ‘ndrangheta calabrese.

In Basilicata, infatti, secondo le indagini della Squadra Mobile di Potenza la ‘ndrangheta non avrebbe inviato suoi emissari per formare nuove “ndrine” come ha fatto nel nord Italia, ma avrebbe riconosciuto, nei clan potentini, organizzazioni già in possesso delle caratteristiche mafiose. “Una cosca di ‘ndrangheta dello spessore di quella dei Grande Aracri – scriveva il gip Lucio Setola nell’ordinanza di custodia cautelare – accorda piena fiducia a un’altra entità criminale presente su di un diverso territorio gestendo con la stessa affari e attività criminali, in quanto riconosce, in tale entità, l’esistenza di un’omogeneità strutturale, metodologica e finalistica, rispetto alla propria struttura, ai propri metodi e alle proprie finalità e interessi criminali”. Per il giudice, quindi, “sia la capacità di accreditamento dell’organizzazione potentina verso analoghe strutture mafiose, che l’utilizzo di metodi, da parte dei potentini, del tutto omogenei e sovrapponibili rispetto a quelli usati dalle alleate consorterie calabresi” ha permesso di creare “una sintonia strategica fra Martorano-Stefanutti e tali diverse organizzazioni di ‘ndrangheta, che appare la cartina di tornasole, la prova conclusiva e insuperabile della mafiosità dell’organizzazione di Potenza”. Il verdetto, tuttavia, ha assolto per non aver commesso il fatto il calabrese Salvatore Romano, genero di Ernesto Grande Aracri.

Le accuse erano basate anche diversi incontri in cui gli esponenti del clan potentino erano accolti dagli uomini della cosca Grande Aracri: incontri accertati dalle intercettazioni raccolte dagli investigatori che dimostrano “una grande familiarità e affidabilità” sintomo per il gip Setola “di una conoscenza oramai risalente nel tempo e di una riconosciuta capacità criminale del gruppo”.

A fornire ulteriori elementi alla Dda lucana è stato Salvatore Muto, ex membro della cosca calabrese capeggiata da Nicolino Grande Aracri, divenuto collaboratore di giustizia: con le sue rivelazioni ha contribuito a fotografare i rapporti tra le due mafie. Muto, come si legge negli atti di inchiesta, era inoltre a conoscenza dei rapporti sussistenti tra Donato Lorusso, luogotenente dei boss Stefanutti e Martorano, e Nicolino Grande Aracri e in particolare del permesso concesso da quest’ultimo di estendere l’installazione e la gestione delle macchinette “video poker” oltre che in Basilicata e nella zona della Calabria controllata dallo stesso, anche in Emilia Romagna, area nella quale – come ha svelato l’inchiesta “Aemilia” – la cosca calabrese aveva piantato nuove e profonde radici.

Ma le ‘ndrine con legami nella “Lucania Felix” sono diverse. Come i Pesce di Gioia Tauro o Pisano di Rosarno: questi ultimi, secondo quanto ha scritto la Dia in alcune relazioni, è riuscita a reclutare e organizzare in Basilicata la criminalità locale come un vero e proprio clan di ‘ndrangheta, cui aveva affidato il compito di gestire lo smercio di droga. Un’alleanza ampia, insomma, che ha reso la Basilicata in “una Regione quale crocevia degli affari della ‘ndrangheta”.

Non solo l’hinterland potentino infatti era sotto l’influenza del gruppo ma, secondo l’accusa, anche l’area del “Vulture-Melfese” e parte della provincia di Matera. E ancora i tentacoli del clan lucano, fortemente radicati nel core business del traffico di stupefacenti, erano arrivati anche “in ambiti ulteriori e di rilevante spessore economico-imprenditoriale”: come quello del controllo e della imposizione dei video-poker, divenuto, peraltro, a livello nazionale, la nuova frontiera di molti gruppi mafiosi.

La sentenza dei giorni scorsi, infine, oltre a quella per Troia, ha inflitto altre sette condanne: 12 anni per Nicola Sarli, 9 anni per Luigi Cancellara e Ludovico Pangrazio, 8 anni per Rocco Basta, 6 anni e 8 mesi ad Antonio Masotti, 6 anni e 3 mesi per Michele Sarli e infine 5 anni e 11 mesi per Umberto Lo Piano. È stato invece assolto con formula piena Rocco Della Luna, segretario regionale della Uiltucs finito inizialmente ai domiciliari con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

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