Asilo Infantino

(Massimo Gramellini – corriere.it) – Quello in basso nella foto è Pelé imbalsamato. Tutti gli altri, in apparenza, sono ancora vivi. C’è la signora con l’abito a pois che si appoggia al feretro volgendogli le spalle: è molto presa da una conversazione che evidentemente non poteva spostare di qualche metro. Alla sua sinistra, sotto la corona di fiori a forma di cuore, un assembramento di maschi attempati si è messo in posa per un selfie. A reggere il telefono col braccio allungato in modalità prolunga è l’officiante bianco del rito oftalmico: Gianni Infantino, il grande capo del calcio mondiale, appena ceduto agli emiri con reciproca soddisfazione. La morte di Pelé lo ha strappato alle meritate vacanze e ora cerca di rendersi utile come può.

Al mio funerale preferirei comunque i selfie e i pettegolezzi alle finte lacrime e ai discorsi retorici, ma nel guardare questa foto una vocina interiore che sarebbe presuntuoso identificare con la coscienza non si stanca di ripetere che esiste un problema di prossimità. Certo, c’è salma e salma, e un ambasciatore planetario di allegria calcistica suscita sensazioni diverse da un papa emerito. Però a nessuno, forse nemmeno a Infantino, sarebbe venuto in mente di scattarsi un selfie con amici e conoscenti a ridosso delle spoglie di Ratzinger, infischiandosene del contesto. Una forma minima di rispetto che avrebbe meritato anche Pelé. Lui odiava i funerali e diceva che sarebbe andato soltanto al suo. La speranza è che all’arrivo di Infantino si fosse già allontanato.

2 replies

  1. Il Sistema odierno, a cui contribuisci caro Gramellini, produce gli Infantino e robaccia simile.
    Fattene una ragione.

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  2. Pelé esattamente come Ratzinger, anche lui ,”imbalsamato”.
    Ognuno ha i propri papi…
    Il confronto viene spontaneo: che toppata, Gramellini…

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