Se ne va a 82 anni “O Rei”

(gazzetta.it) – Piange il mondo del calcio: Pelé non ce l’ha fatta, dopo diversi giorni in gravi condizioni è venuto a mancare. O Rei aveva 82 anni e a darne notizia è stata la figlia.

BIOGRAFIA DI PELÈ

(Da www.cinquantamila.it – la storia raccontata da Giorgio Dell’Arti) – Pelé (Edson Arantes do Nascimento), nato a Três Corações (Brasile) il 23 ottobre 1940. Ex calciatore, di ruolo attaccante. Storica bandiera del Santos (1956-1974), poi nei New York Cosmos (1975-1977). Asso della Nazionale brasiliana (1957-1971), con cui, unico calciatore della storia, conquistò tre campionati mondiali (1958, 1962, 1970). «Mettete tutti gli assi che conoscete in negativo, poneteli uno sull’altro: stampate: esce una faccia nera, non cafra: un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti: è Pelé. Ma ce ne vogliono molti, di assi che conoscete, per fare quel mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione» (Gianni Brera)

• «Il suo nome, Edson, fu voluto dal padre, il discreto centravanti Dondinho, perché in quei giorni carichi d’attesa del marzo 1940, nel paese di Três Corações, Tre Cuori, sud-est del Brasile, era arrivata l´elettricità. Sicché il battesimo cattolico di quello scimmiotto tutto nero, un vero “crioulo”, un creolo, come lo chiamò una volta il medico della Nazionale, era stato anche una cerimonia in onore di Thomas Alva Edison, l´inventore della lampadina.

Un buon auspicio per un giocatore predestinato: già papà Dondinho, vedendolo, appena nato, scalciare con le gambette magroline, aveva esclamato: “Sarà un grande calciatore”; il nome elettrico era la sottolineatura per un asso che avrebbe illuminato il calcio mondiale. […] “Pelé” giunse dopo altri soprannomi: “Dico”, come lo chiamava lo zio e lo avrebbe sempre chiamato la mamma; e “Gasolina”, quale lo etichettarono nel Santos, in onore di un cantante brasileiro» (Edmondo Berselli)

• «Ci sono due versioni sull’origine del nome “Pelé”: la prima pare derivi dal fatto che “O Rei” da ragazzino storpiasse il nome del suo portiere “Bilé” in una delle sue prime squadre giovanili; la seconda invece sarebbe derivata dall’abbreviazione del termine “pelada”, palla di stracci. La stessa con la quale il giocatore (di origini umili) cominciò a stupire tutti…» (Fiorenzo Radogna).

• «Erano poverissimi i Nascimento. Il papà, João Ramos, era il più umile uomo delle pulizie dell’ospedale di Bauru. E il piccolo Dico arrotondava il magro bilancio familiare facendo il lustrascarpe. João Ramos aveva sperato in una vita diversa, e aveva avuto anche l’opportunità di viverla. Ma il sogno brasiliano (diventare una stella del calcio) lo aveva sedotto e poi abbandonato giocando con lui come il gatto con il topo. Era stato un buon centravanti, João Ramos do Nascimento, ma ai suoi tempi, gli anni Trenta, centravanti ce n’erano di grandissimi, e il più forte era Leônidas, detto il Diamante Negro.

Il nome di battaglia di João era, più modestamente, “Dondinho”. La sua carriera si svolse quasi per intero nel Bauru dopo che a un provino con il forte Atlético Mineiro era stato scartato (pare perché impaurito dalla violenza del difensore che lo curava). Ma era un buon giocatore, alto un metro e 83, molto tecnico (segnò cinque gol tutti di testa in una partita: record che, probabilmente, non è stato mai più battuto). […]

È il giorno fatale del Maracanaço, il 16 luglio 1950, quando l’Uruguay batté (al Maracanã di Rio, per l’appunto) il Brasile sfilandogli un Mondiale che i brasiliani davano ormai già per stravinto. Alla fine di quella partita, che fu una tragedia nazionale con morti suicidi non metaforici, il piccolo Dico, 9 anni, per consolare il padre disperato gli avrebbe detto: “Vedrai, la Coppa del Mondo la farò vincere io al Brasile”» (Antonio D’Orrico).

• «È tutto vero. Io vidi mio padre piangere alla radio, quel giorno del 1950, e tutti gli amici attorno pure. E dissi: “Smettila, papà, perché io vincerò un Mondiale per te”» (a Rocco Cotroneo). «Mio padre era un calciatore professionista. […] Si ruppe un ginocchio e dovette smettere, e per me è stato un dono di Dio: mi ha insegnato la vita, non il calcio. Quando già a 10-11 anni iniziavano a esaltarmi, lui mi ripeteva che prima di ogni altra cosa dovevo divertirmi, giocare per puro piacere. Diceva che avevo molto da imparare e dovevo lavorare sodo. Mi spingeva ad allenarmi sempre, a non dare mai per scontate le mie qualità»

• «Waldemar de Brito […] lo vide giocare con la sua prima squadra, il Bauru, e chiamando in sede al Santos pregò tutti di prendere subito quel bambino, dicendo che sarebbe diventato in poco tempo il miglior giocatore del mondo. In effetti Pelé ci mise poco ad affermarsi. Il 7 settembre 1956, a 15 anni, giocò la sua prima partita con il Santos segnando anche il primo gol, entrando poi stabilmente in prima squadra l’anno successivo, quando divenne anche capocannoniere del Campionato paulista, e venendo convocato in Nazionale a soli 10 mesi dalla firma del suo primo contratto da professionista. Un anno dopo si trovò a giocare il Mondiale in una squadra che fino ad allora aveva sempre perso nell’occasione più importante. Dopo la seconda partita, Pelé sostituì Mazola, il nostro José Altafini, nell’attacco verdeoro e non uscì mai più, segnando in finale due gol, di cui uno votato come il più bel gol della storia dei Mondiali mai segnato in una finale» (Jvan Sica).

• «Chiaro che i carioca vincono alla grande il Mondiale del ’58, con Pelé che segnava facendo tre dribbling di fila e un “sombrero” sulla testa del difensore avversario, mentre la torcida sugli spalti ritmava: “Samba! Samba!”. Il quinto gol del Brasile lo fa lui, Edson, un colpo di testa lento e molle, al rallentatore, e l’emozione è tale che sviene davanti alla porta, con Garrincha che gli tira su le gambe per ossigenargli il cervello, in un clima di miracoli e di pensieri al padre Dondinho, e a una promessa rispettata. Tanto per chiarire il livello sportivo e civile del confronto, il freddo marcatore di Pelé, Sigge Parling, confidò agli amici: “Dopo il quinto gol anch’io avevo voglia di applaudire”» (Berselli).

• «Dopo quella partita, tutto il mondo […] si rende conto di chi è Pelé e cosa vuole dire per il futuro del calcio. Quello che fece da allora in poi è appunto epocale: col Santos vince 10 volte il Campionato paulista, 5 Coppe del Brasile, 2 Coppe Libertadores, 2 Coppe Intercontinentali; 3 campionati del mondo con il Brasile. […]  

Dopo la vittoria del 1958, nel 1962 Pelé arrivò in Cile già infortunato e le carezze messicane alla prima partita lo costrinsero a saltare tutto il torneo. Ben sostituito da Amarildo e soprattutto da Garrincha, che prese sulle sue spalle l’intero attacco dei verdeoro, il Brasile rivinse il titolo, eguagliando l’Italia per mondiali vinti. La partita che decretava la migliore squadra di sempre e chi avrebbe portato a casa la Coppa Rimet si giocò proprio contro l’Italia nel 1970 in Messico. Il Brasile dei cinque numeri 10 (Pelé, Gérson, Jairzinho, Rivelino e Tostão) era davvero qualcosa di unico e incontrollabile. I nostri giocarono una partita coraggiosa e attenta, ma quella squadra straordinaria vinse facilmente per 4-1. facendo entrare Pelé direttamente al primo posto nell’Olimpo dei più grandi» (Sica).

• «Era la finale del Mondiale 1970, era Brasile-Italia. La partita dopo la partita del secolo, Italia-Germania 4-3. […] Era il diciottesimo minuto allo stadio Azteca di Città del Messico. I verdeoro effettuano un rimessa laterale, la palla rimbalza, Rivelino allunga la gamba, crossa al centro. Un cross a palombella, non forte, ma preciso. Un cross che spiove al centro dell’area di rigore, dove il numero 10 brasiliano salta, rimane a mezz’aria secondi che sembrano minuti, colpisce di testa nonostante Tarciso Burgnich avesse provato a ostacolarlo pure con il braccio, segna: 1-0 per il Brasile.

Un gol divenuto cartolina, immortalato ovunque, da qualsiasi angolazione. Un gol che è Pelé, nonostante non sia il gol più bello di Pelé. Ma ne è diventato immagine, esposizione globale. Quella è la foto che fece conoscere il calciatore brasiliano in tutto il mondo. E, anche se c’era Tarciso Burgnich con lui, a contrastarlo, era come se non ci fosse davvero, era rumore di fondo. Un colpo di testa che diventa icona.

E così un gesto spesso ignorato, perché si applaude altro – il dribbling, il tiro, la rovesciata –, diventa un lasciapassare globale, segno di riconoscimento. Quello è Pelé, non ci sono dubbi. Il 1970 sarà l’ultimo anno che il numero dieci della nazionale brasiliana sarà sulle sue spalle, l’ultimo, forse, del miglior Pelé. Fu soprattutto l’avvio di un progetto che si realizzerà solo cinque anni dopo. E questo progetto è forse il primo di un nuovo calcio, di una nuova èra fatta di calciatori che superano gli stadi e la stampa sportiva e diventano altro, un po’ divi, un po’ uomini di spettacolo.

Quello dell’America (e del suo immaginario vastissimo) che entra nel pallone, che regala a New York il meglio che c’è stato per vent’anni, ossia Pelé, ossia mister oltre mille gol in carriera. È una maglia bianca bordata di verde, un numero 10 sulla schiena, il solito, quello dello stadio Azteca, ma più di quello dello stadio Azteca. È l’ultimo spettacolo di Pelé, la sua esistenza americana, la vetrina più grande in uno dei campionati, almeno allora (e forse ancora oggi), più scalcagnati al mondo. […]

Pelé nel 1975 si considerava già un ex calciatore, aveva 35 anni, aveva voglia di rilassarsi, ma non aveva soldi per farlo. Glieli avevano in un modo o nell’altro fregati tutti i procuratori, i restanti aveva pensato lui stesso a sperperarli. Steve Ross, fondatore della Warner Communications e finanziatore dei New York Cosmos, il club fondato dai fratelli Ertegün nel 1970, era dai Mondiali messicani che pensava a come riuscire a tesserare il numero 10 della nazionale brasiliana, a come riprodurre ogni settimana Pelé nei campi da calcio americani.

C’era però da convincere il calciatore, e per quello servirono 6 milioni di dollari in tre anni, allora una cifra mostruosa. C’era soprattutto da convincere il governo del Brasile, perché il capitano della Seleçao era considerato un patrimonio della nazione e lo Stato non avrebbe mai permesso la sua esportazione. Le trattative furono lunghe e difficili, ma, quando il 15 giugno 1975 O Rei calcò per la prima volta un campo da calcio americano, Pelé divenne, per la prima volta, un patrimonio internazionale. E non solo per il calcio» (Giovanni Battistuzzi).

• Il 1° ottobre 1977, il gran finale: «Pelé concludeva la sua carriera disputando un’amichevole tra le uniche due squadre di club della sua vita. Il Santos, società brasiliana che lo aveva lanciato (tra il 1956 e il 1974), e la squadra americana dei Cosmos (tra il 1975 e il 1977). La partita fu disputata nel Giants Stadium del New Jersey tutto esaurito e fu trasmessa dalle televisioni di 38 Paesi. “O Rei” per l’occasione giocò un tempo con la maglia locale e uno con quella del Santos.

[…] Sotto la pioggia quel 37enne di Rio che aveva ubriacato una grande Svezia nel 1958, stordito una “rocciosa” Italia nel 1970 e vinto tutto il vincibile, uscì dal calcio giocato per entrare nella leggenda di questo sport. Dove resta tutt’ora, parametro senza tempo, a cui accostare (qualche volta a sproposito) altri aspiranti “calciatori più forti della storia”. […] Quando Edson […] si ritirò quel 1° ottobre 1977, aveva segnato la bellezza di 1.281 gol in tutte le competizioni (e le amichevoli) e con tutte le maglie. 1.281 reti in 1.363 partite, mentre in gare ufficiali aveva messo a segno 761 marcature in 825 incontri (media realizzativa: 0,92 gol a partita). Secondo le fonti ufficiali (anche quelle Fifa), si tratta di un primato assoluto. È lui, a tutt’oggi, il più grande goleador della storia del calcio. Questo malgrado fonti non ufficiali attribuiscano questo primato all’antesignano Arthur Friedenreich. Attaccante brasiliano a cui sono attribuite, forse per un errore di trascrizione, ben 1.329 reti dal 1909 al 1935» (Radogna).

• «John Huston lo volle in Fuga per la vittoria. Nel film prese il nome di Luis Fernandez, nativo di Trinidad: segnò, con un braccio incollato al petto dopo un fallo bestiale di un tedesco, il pareggio del 4 a 4 con una splendida rovesciata, detta la “chilena”, che fece scattare in piedi e applaudire anche il gerarca nazista» (Tony Damascelli). Ha inoltre collaborato alla produzione del film biografico Pelé dei fratelli Jeff e Michael Zimbalist (2016), incentrato sulla sua infanzia e sulla sua formazione di calciatore

• «Oltre a vincere trofei, con il Santos girava anche il mondo, guadagnando ma soprattutto facendo guadagnare tantissimi soldi a dirigenti e faccendieri che seguivano allora la squadra della Perla Nera. Quel Santos giocò ovunque, con aneddoti incredibili che riguardano il suo numero 10. In Colombia un arbitro espulse Pelé, e il pubblico iniziò ad urlare e tirare di tutto in campo: fu allora che Pelé rientrò in campo, e ad uscire fu l’arbitro. Nel 1967, invece, in Nigeria si stava combattendo una guerra civile, ma a Lagos giocava il Santos, e allora le due fazioni in contrasto dichiararono un periodo di tregua per poter assistere pacificamente alla partita del più grande giocatore di calcio dell’epoca» (Sica)

• «Il suo modo di giocare era quello classico dei ragazzi in strada e sulle spiagge. Era l’amata ginga, lo stile che derivava addirittura dalla capoeira, la forma di lotta/danza praticata nella notte dei tempi dagli schiavi africani deportati in Brasile dai portoghesi. Il calcio era la prosecuzione della capoeira con altri mezzi: il dribbling, il palleggio, il colpo di tacco, il morbido stop di petto, il sombrero, il tunnel, la finta di corpo e tutti gli altri effetti speciali del pallone. Era quello che Gianni Brera chiamava il fútbol bailado del Magno Brasile. […] Per dire quanto era bravo Pelé, Brera scelse come pietra di paragone non un altro calciatore ma un grande poeta, Giacomo Leopardi. Ogni giocata di Pelé era, secondo Brera, come un endecasillabo di Leopardi» (D’Orrico).

«È alto 1,73, mi pare; traccagnotto e potente, ma nello stesso tempo agile e sciolto, come i grandi atleti olimpici che corrono soltanto. Batte di sinistro e destro, sempre mirando. Dribbla con movenze armoniose, sor­nione, plastiche, senza sculettare o danzare come tanti. Rifiuta il numero di dribbling (el pase) come una manife­stazione deteriore e inutile. È un vero classico. Dolce e chiara è la notte e senza vento. Pronunciate le comunissime parole di questo che è fra gli endecasillabi di più limpida trasparenza. Continuate: e cheta sovr’ai tetti e dentro gli orti… 

È mia nonna che parla affacciandosi nottetempo alla finestra. Mia nonna analfabeta e grande. Posa la luna, e di lontan rivela / Serena ogni montagna. Sapete che è Giaco­mino: ha il Parnaso fra le scapole, e i coglioni dicono che è gobbo. Bene: adesso guardate Pelé. Dolcechiaré: ha alzato il piedino prensile: lanotte: la palla si è fermata al primo contatto e senza vento: ricade ammansita sull’erba: un piedino prensile l’accarezza mentre l’altro spinge: echetasovraitetti: accorreva un avversario: si è coricato come un birillo: tettiposalà: avanza un altro: piroetta; lalùna: ecco un compagno smarcato: oppure, ecco una nuova battuta di dribbling: si corica il secondo birillo: o magari no, questa volta il birillo non si corica e vince il tackle: Pelé ha sbagliato il dribbling: càpita: anch’io ho dimenticato: sovr’ai tetti e dentro gli orti. Ripetizione: posalalunedì lontàn rivèla: ora parte Pelé in progressivo: è Berruti che vòlita fìngendo di allenarsi. Serenognì montàgna. Cor­rendo, senza sforzo apparente, ha fissato i bulloni in terra ed ha scaricato fulmineo la pedata: ha mirato, si è visto: mentre correva ha mirato e battuto a rete. Serenognì montàgna. Punto. Gol. Mi dico di non aver mai visto nulla di simile. Gli dedico epinici. Mi esalto e lo esalto» (Brera)

• Numerose relazioni e tre matrimoni (l’ultimo nel 2016, con una donna di oltre trent’anni più giovane, sua attuale consorte). Tre figli dalla prima moglie (due femmine e un maschio, Edinho, portiere poi allenatore condannato nel 2017 a 12 anni e 10 mesi di reclusione per riciclaggio di denaro proveniente da traffico di droga), due gemelli dalla seconda (una femmina e un maschio, Joshua, anch’egli calciatore), e almeno altre due figlie da altrettante donne • «C’è un momento in cui ha capito di essere il più grande calciatore al mondo? “Quando ho segnato il millesimo gol, al Maracanã (il 19 novembre 1969, a 29 anni, ndr). Era un rigore. Non ho mai avuto le gambe così pesanti. Quando la palla è entrata, mi sono precipitato verso la rete e sono rimasto col pallone in mano per godermi quel momento: avevo realizzato qualcosa in cui nessuno era mai riuscito prima”» (Adriano Ercolani

• «Dio mi ha fatto il dono di saper giocare al calcio – perché è davvero solo un dono di Dio –, mio padre mi ha insegnato a usarlo, mi ha insegnato l’importanza di essere sempre pronto e allenato, e che oltre a saper giocare bene dovevo essere anche un uomo». «Alla fine, tutto quello che volevo dalla vita è essere uguale a mio padre, giocare a pallone come lui. Niente di più. Non sognavo certo di diventare un grande campione. E tantomeno Pelé». «Sono nato Edson, Dico, Nascimento. Poi, dopo, è venuto Pelé, quel tipo che non morirà mai».

Categorie:Calcio, Cronaca, Mondo

Tagged as: , ,

42 replies

  1. Era il N.1 e sempre lo sarà, presumo.

    Ma il mondo è più interessato a incensare un altro fuoriclasse argentino, che aveva tutto fuorché il buon senso e la lucidità nella vita.

    "Mi piace"

    • Il brasiliano è stato l’unico giocatore nella storia a vincere tre Mondiali e ha condiviso con l’argentino il titolo di miglior calciatore del XX secolo secondo la FIFA. Il presidente brasiliano ha annunciato tre giorni di lutto per la morte di Pelé come tre giorni di lutto furono per Maradona. 2 icone, nel mito e nella storia

      "Mi piace"

  2. A tutti i bimbiminkia capaci solo di misurarsi il pisellino:

    Grandi campioni ce ne sono stati tanti, ma i grandi uomini sono davvero rari nella Storia, non solo sportiva.
    Pelé è stato IL calcio, ma la sua figura non si può ridurre soltanto a questo, ad una faccenda di sport.
    Pelé e la sua storia sono stati soprattutto un esempio, una fonte di ispirazione e un simbolo di riscatto per intere generazioni di persone; voler ridurre tutto ciò a una mera classifica è espressione di un pensiero alquanto limitato.

    Di fronte alla grandezza sarebbe opportuna un po’ di umiltà, altrimenti è meglio il silenzio.

    "Mi piace"

    • Jonny, non so quanti anni hai. Io ne ho 64. Avevo 11 anni quando ho visto giocare Pelè ai Mondiali di Messico ’70. Un fuoriclasse unico in una squadra di mostri. Le gesta di Pelè in tanti le possiamo rivivere in filmati del passato. In un Calcio molto diverso, tecnicamente e atleticamente. Il palmares di Pelè è quello che è, straordinario. Ma non necessariamente i titoli o i record conseguiti raccontano una grandezza. Gigi Riva è per me il più grande uomo/calciatore italiano. Ma ha vinto pochissimo.
      Ho risposto di getto a Sparviero che indicava in Pelè il n.1 del Calcio. Per coerenza ho ribadito quello che, calcisticamente parlando, ho sempre sostenuto e sottolineato quando morì Maradona. L’argentino, in un Calcio più difficile, sopravanzò tutti, poteva vincere da solo, aveva un carattere da trascinatore capace di trasformare anche i compagni più modesti.
      Maradona l’ho visto e vissuto nella maturità e l’ho sempre ritenuto fuori concorso. Opinione? Certo. Ma l’ho voluta rimarcare, non per misurare pisellini, né per intrupparmi nei bimbominkia ( che a dire il vero non fanno classifiche). Poi in tema di simboli sostengo l’ulteriore unicità di Maradona. Un vero antiSistema, un lottatore coraggioso, lui veramente voce degli ultimi. Le contraddizioni di una vita distruttiva non modificano la funzione simbolica che ha impersonato. Per la cronaca la pensa come me Alessandro Di Battista, e lo ha spiegato in più video e interviste. Cito il Dibba perché in questo sito spesso viene indicato ed apprezzato per la sua lucida e onesta capacità di raccontare le cose. Ma pur essendo ogni opinione legittima i parametri che ne rendono qualcuna più calzante sono dati dalla conoscenza e dalla competenza sul tema. E ne uscirebbe una “classifica” di affidabilità dei giudizi.
      E il cerchio si chiuderebbe con grande ironia…

      "Mi piace"

      • Paolo, se ci fermiamo all’ambito strettamente calcistico qua si parla di due grandissimi campioni, ognuno in grado di segnare la propria epoca, ma personalmente non ritengo che abbia molto senso attribuire all’uno o all’altro la qualifica di “migliore”, trattandosi di valutazioni spesso più soggettive che altro.
        L’opinione condivisa (quasi) universalmente è che Pelé e Maradona siano stati i migliori calciatori di sempre: io sono pienamente d’accordo, ma poi mi fermo lì: pur essendo un grande appassionato di calcio, non mi interessa andare oltre e voler a tutti i costi spaccare il capello in quattro per decidere se uno fosse migliore dell’altro dato che, alla fine, trattandosi anche di epoche molto diverse, tutto si riduce ad una pura questione di gusti personali (per inciso, utilizzo lo stesso tipo di approccio anche in altri ambiti, magari completamente differenti: ad esempio, ti potrei elencare quali sono le dieci canzoni che considero più belle di tutti i tempi, ma senza metterle per forza in un ordine preciso: per me non avrebbe senso).

        Se invece proviamo ad andare oltre l’aspetto sportivo, com’è giusto che sia quando si tratta di tirare un bilancio finale, le differenze sono ben più macroscopiche.
        Pelé è stato un grande campione, dentro e fuori dal campo, una persona pulita ed un esempio positivo per molte generazioni passate e per chissà quante a venire, e non esiste nessuno in grado di mettere in discussione questa cosa.

        Maradona in campo può essere stato altrettanto o (a seconda di come ognuno la pensi) perfino più campione, ma fuori dal campo è stato oggettivamente una merda di persona, e l’esempio più forte che ha saputo dare è stato quello che, una volta che sei arrivato, puoi sostanzialmente fare quel cazzo che ti pare e passarla (quasi) sempre liscia: lasciando perdere la droga, e quelle che tu e Dibba chiamate “le contraddizioni di una vita distruttiva” (come se gli fossero piovute dal cielo e non fossero precise espressioni della sua volontà e personalità), le prime cose che mi vengono in mente sono il mancato riconoscimento del figlio napoletano Diego Jr., che ha infine riconosciuto solo quando è stato obbligato, la gigantesca evasione fiscale, infine condonata post mortem, e i rapporti con i boss della mala napoletana, segnatamente col clan di Carmine Giuliano, col quale si fece anche fotografare. L’elenco sarebbe pressoché infinito ma non credo serva continuare oltre, se non per aggiungere che da questo punto di vista, quello di esempio per le masse che tutti i grandissimi campioni finiscono inevitabilmente con l’incarnare, umanamente è molto meglio Leo di Diego.

        Quello che realmente intendevo dire col mio intervento è che noi che non siamo dei grandi, ma delle semplici persone comuni, dovremmo avere l’umiltà di non ergerci a giudice supremo, nemmeno nel nostro piccolo, per stabilire chi è stato davvero il più grande di tutti i grandi, il semplice riconoscerli sarebbe già più che sufficiente; al massimo, si può cercare di prendere esempio.

        Ti ringrazio per il piacevole scambio di opinioni.

        "Mi piace"

  3. Calcisticamente e sportivamente parlando.

    Pele è stato il primo a fare numeri di eccelsa tecnica ed estro…mai nessuno prima di lui.
    Maradona ha copiato e preso spunto da Pele…così come Messi ha preso spunto da Maradona

    Pelé è stato un atleta impareggiabile che ha unito al talento divino…lavoro disciplina e non si è mai posto primus Inter pares rispetto ai compagni.
    Maradona solo talento…si allenava quando voleva,poca umiltà e rispetto per icompagni (che gli perdonavano tutto)ed era sempre sovrappeso.

    Per questo Pelé con la sua attitudine avrebbe potuto fare benissimo 60 partite nel nostro calcio iperprofessionistico

    Destro sinistro corsa,velocità, dribbling lancio colpo di testa…
    qualunque ruolo e continuità impressionante durante tutta la partita,non 7/8giocate a partita.

    Maradona ha giocato una media di 35 partite all’anno (di cui meno di 10 all’anno di alto livello)per una carriera di 10 anni.
    Poca professionalità …Non avrebbe mai retto i ritmi odierni…avrebbe giocato una partita si e una no…più o meno come Ronaldo il Fenomeno del Real Madrid.

    Forza mentale.
    Aveva bisogno della cocaina e del efedrina (per non parlare d’altro)per reggere i ritmi degli anni 80 e le pressioni di una grande città.
    Pelé reggeva il Brasile intero senza prendere niente…ha fatto il doppio delle partite. E vinto il triplo.E segnato il quadruplo…giocando un numero impressionante di partite come difensore.

    Maradona ha sfruttato solo il talento divino ed è stato inspirazione di modello da imitare per gente come Cassano e Ronaldinho…se hai talento sei arrivato.
    Pelé per tutt’altro tipo di persone.

    Semifinale italia90 Italia Argentina a Napoli : insulto in mondo visione agli italiani.
    Pelé avrebbe fatto tutto questo? Non scherziamo…tutt’altri valori dello sport.

    Pelé non è scappato in Europa per i soldi.
    Sacrificato l’aspetto economico per essere il condottiero “ vero” del paese.

    Marcatori come Gentile o Maldini hanno contenuto e fermato Maradona.

    Chiedere a Burnich,facchetti o beckembauer di Pele.
    Potrei andare avanti per pagine.

    Stendiamo un velo di rispetto sulla fine della loro vita…molto differente.
    Che spiega tutto …
    Se Maradona è stato il Jimi hendrix (il più talentoso chitarrista)del calcio…Pele è Beethoven (la musica per sempre),Maradona è un fuoriclasse enorme,Pele’ è calcio e sport.
    Maradona è Caravaggio,Pelé è la pittura.

    Pele al talento ha unito mentalità,impegno,sacrificio,sudore.

    Come hanno fatto federer,mohamed ali,merckx,Michael Jordan,Senna, per i loro rispettivi sport.

    La differenza sta tutta qui.per tutto il resto c’è Mastercard.
    Poi vengono
    I vari Mc enroe,Tyson,Pantani,Villeneuve e Maradona.

    Tra Pele e Maradona,
    Non vi è un gradino di differenza ma quattro piani senza ascensore e senza scale.

    "Mi piace"

    • Aggiungerei anche un’altra questione:

      la MANO DE DIOS.

      Voglio dire, 1- un gol segnato agli inglesi con un palese fallo di cui Maradona si è vantato come ‘giustizia divina’(?), bell’esempio di sportività.

      2- gli argentini dovrebbero solo essere grati agli inglesi per averli battuti alle Falklands: la giunta criminale che ha ammazzato decine di migliaia di loro concittadini in pochi anni come oppositori politici, è caduta poco dopo la fine della guerra, che aveva iniziato proprio per chetare le proteste popolari già esistenti.

      "Mi piace"

    • Mi permetto di dissentire sulla comparazione Maradona-Ronaldo, ad ogni modo:

      Tra club, nazionale maggiore e nazionali giovanili, Cristiano Ronaldo ha collezionato 1 181 presenze segnando 837 reti, con una media di 0.71 gol a partita.[376][377][378]

      Tra club, nazionale maggiore e nazionale Under-20 (escluse le partite non ufficiali), Maradona ha giocato globalmente 695 partite segnando 353 reti, alla media di 0.51 gol a partita.[219][220][221]

      Sono proprio due categorie diverse: Ronaldo in 20 ha giocato oltre 55 partite, Maradona si è accontentato di 33. Con il Napoli Maradona ha fatto 259 presenze con 112 gol, Ronaldo col Real ha fatto 412 presenze con 450 gol, se ricordo bene.

      E certo Ronaldo non è mai stato sovrappeso.

      "Mi piace"

  4. Le migliori menti della modernità si danno battaglia dalla tribuna di Infosannio senza esclusione di colpi, ma soprattutto senza il senso delle proporzioni: sic transit gloria mundi (molto, molto modesta, invero…).

    Un uomo normodotato (fortuna rara al giorno d’oggi), a parte l’anomalia calcistica che lo ha reso famoso, come semplicemente dovrebbero essere tutti coloro che aspirano all’appartenza alla specie umana.

    Base, non vetta, dalla quale partire per qualcosa di infinitamente più grande.

    L’indivdualismo è ancora ben vivo e vegeto.

    Che spettacolo (deprimente)!

    "Mi piace"

    • 😂😂😂siamo nel mondo non del mondo.
      Bisogna vivere la “forma” della quotidianità per trascenderla.
      Lao tse trova la verità ultima osservando un filo d’erba,San Francesco osservando gli uccellini.
      Se Il regno dei cieli è per i poveri di spirito, prevedo un viaggio infinito per te.
      Liberati dello spirito che porti nello zaino sotto forma di libri di Guenon.
      Fai come Newton:dalla caduta della mela in testa scoprì leggi fisiche fondamentali.
      Tu metti tutti i libri di Guenon su una mensola e fatteli cadere in testa.
      Sono sicuro che troverai pochi attimi di vera “illuminazione” e pace.
      😂😂😂😂😂😂
      Buona giornata gatto

      "Mi piace"

      • Non sai di che parli, Carlgen! San Francesco vedeva la verità ultima (nemmeno la penultima, proprio, proprio l’ultima 😂 ) guardando gli uccellini, cip, cip, cip? 😂😂😂😂

        Scusami se mi metto a ridere, ma d’altronde, senza offesa, uno che considera Krishnamurti un personaggio attendibile dal punto di vista spirituale, beh: meglio parlare di O Rei, certamente!

        E la cosa non cambia nemmeno quando citi i poveri di spirito, pensando di sapere cosa sia la povertà spirituale:

        “…Quanto abbiamo detto a proposito dell’orgoglio, vale anche per l’umiltà, la quale, rappresentandone l’aspetto contrario, dev’essere posta esattamente sul suo stesso piano, in quanto il suo carattere è altrettanto sentimentale ed individuale; ma esiste, in tutt’altro ordine, qualcosa che spiritualmente ha ben altro valore dall’umiltà: è la «povertà spirituale» intesa nel suo vero significato, cioè nel senso di riconoscimento della dipendenza totale dell’essere di fronte al Principio”.

        La tua critica era a O Rei e a voi che ne esaltate le gesta, che andava rivolta, non certo al sottoscritto che ha le idee ben chiare in proposito.

        Non a caso ho parlato di individualismo:

        “Ciò che noi intendiamo per «individualismo» è la negazione di ogni principio superiore all’individualità, e, di conseguenza, la riduzione della civiltà, in tutti i domini, ai soli elementi puramente umani; in fondo, si tratta dunque della stessa cosa che, al tempo del Rinascimento, venne designata col nome di «umanesimo»… Dunque, è proprio l’individualismo, come lo abbiamo appena descritto, la causa determinante dell’attuale decadenza dell’Occidente, per il fatto stesso che è, in qualche modo, l’agente che muove lo sviluppo esclusivo delle possibilità più infime
        dell’umanità, quelle la cui espansione non richiede l’intervento di alcun elemento sopra-umano e che possono svilupparsi completamente solo in assenza di un tale elemento, poiché si trovano all’estremo opposto di ogni spiritualità e di ogni vera intellettualità… su questo punto ci limiteremo a far notare ancora che il genere di individualismo in questione è la fonte dell’illusione relativa al ruolo dei «grandi uomini» o cosiddetti tali; il «genio», inteso nel senso «profano», è ben poca cosa in realtà ed egli non potrebbe supplire in alcun modo alla mancanza della vera conoscenza.”

        Rumina, rumina… 😂😂😂

        PS: se si pensasse a questi commenti come a un OT, non si farebbe che confermare quanto magistralmente sopra descritto.

        "Mi piace"

      • Bene,
        E allora,tu che sei prova vivente e scrivente della distruzione dell’”individualismo”,
        Illumina un arrogante mendicante della verità come me…
        e di grazia, dai una risposta alla domanda “ perché Guenon si è convertito all’Islam al termine della sua esistenza corporale terrena”?
        P.S. Io ho documenti storici sul fatto che San Francesco abbia trovato la verità ultima osservando gli uccellini…se hai prove storiche che confutano ciò sono lieto di cambiare idea.

        Sempre devoto Carlgen

        "Mi piace"

      • Perché Guenon si è convertito all’Islam al termine della sua esistenza corporale terrena”?

        Intanto Guénon, oltre a non essersi, tecnicamente parlando, CONVERTITO a checchessia, ha ADOTTATO (c’è molto di più, contrariamente a quello che si può a prima vista pensare, che una semplice sfumatura tra i due verbi…) la forma islamica, ancora molto giovane, nel 1906, quando aveva appena 20 anni (evidentemente ti manca non solo la comprensione dottrinale, ma anche quella semplicemente storica, in che è tutto dire…), e i suoi contatti con tale tradizione sacra, risalgono ancora a prima.

        Detto questo, potrei risponderti, per tagliar corto, con una tua affermazione sulla quale mi trovi d’accordo al 100%:

        “…le cose che hai sottolineato, seppur potentissime(io non le avrei citate talmente appartengono a una sfera “particolare”e possono creare sfaceli in chi non è pronto a intuirle)…”. 😂😂

        Buona serata

        "Mi piace"

      • Ma quante domade mi fai? 😂😂

        Se tu scrivi che G. si è CONVERTITO all’Islam AL TERMINE DELLA SUA ESISTENZA corporale terrena, che cosa devo pensare della tua competenza dottrinale e storica nel caso specifico?

        E se io ti rispondo che l’accadimento, che ha tutta l’aria di sembrare una conversione a chi non ha mai aperto un libro di G., è accaduto nel 1906 e non sul punto di morte, è perché, almeno finché qualcuno con prove alla mano non mi smentirà, ho contezza di ciò che, dottrinalmente e storicamente, si tratta.

        Mi pare quasi inutile spiegarlo, non ti pare?

        "Mi piace"

      • Bene
        Quindi se tu hai superato “l’individualità” e io ovviamente no,
        Se tu hai contezza dottrinale e storica e io ovviamente no,
        Se Guenon ha ADOTTATO la forma islamica e qualcun altro no….
        Se Guenon conosceva l’esatto significato di “esoterico” e qualcun altro no…
        E si incazzava pure con chi non lo conosceva.

        Allora non ti sembra che
        tu Gatto e il sublime Guenon viviate un numero di dualità piuttosto considevole e addirittura superiore a un normale utente di infosannio a cui la spiritualità non frega nulla(diciamo Caio Sempronio) ?
        Non è che questo sig Caio Sempronio non violi il PRINCIPIO molto meno di te e Guenon?

        "Mi piace"

      • Non ho ben capito cosa vuoi dire e dove vorresti arrivare, ma se, giustamente, su un blog a un normale utente di infosannio (diciamo Caio Sempronio) a cui la spiritualità non frega nulla, tutto ciò può risultare eccessivo e fuori luogo, sempre per restare alle tue parole:

        “Valuta bene e sii consapevole che stai facendo tutto tu. Sul blog ognuno scrive quello che gli pare…”!

        Concordi?

        "Mi piace"

      • Concordo sul principio con la p minuscola
        Che chiaccherare meno e ruminare di più porta a “interferire” di meno con il PRINCIPIO😁Guenoniano.
        Un utente di infosannio a cui interessa una cippa della spiritualità…non crea divisioni e ne dualità…spirituali.
        Gesù Cristo, il Buddha, e Jiddu Krishnamurti non hanno mai scritto un libro sulla spiritualità
        Gesù Cristo,il Buddha e Jiddu Krishnamurti non hanno mai ADOTTATO nessuna religione…
        Nel caso dei primi due,L’ha fondata qualcun altro sulle spalle …la religione…senza che a loro fregasse nulla.
        Guenon ha passato la vita a scrivere.
        E a chiaccherare di tutte le forme religiosi riconducibili alla TRADIZIONE.

        Io continuo a ruminare…tu fai pure quello il PRINCIPIO ti consiglia di fare.
        Buonanotte

        "Mi piace"

      • Ahahahaahahhaha
        Sei un grande figlio di p….Carlgen !!!!
        Ma proprio grande….
        Ahahaha
        Stima assoluta per te
        Me la sono letta tutta.
        La conclusione è che un qualsiasi tapino che passa è molto più spirituale di Guenon e di quel randagio che gli muore dietro.
        Ti saluto.Lascio il forum
        Ahahahhahaha
        Che conclusione stupenda

        "Mi piace"

      • @serpe

        Era ora Caxxo
        Ma non tornare più…stavi iniziando a rompere un po’ troppo
        A saperlo che bastava così poco…
        In tal caso ti faccio un imboccallupo per il lavoro.
        Ciao

        "Mi piace"

      • Guarda Carlgen, mischiare Krishnamurti con Cristo e Buddha la dice lunga, lunghissima, sulla tua competenza in materia.

        Coesistono senza nessun imbarazzo esseri che spiritualmente hanno funzioni di insegnamento diverse. Se il Cristo e il Buddha non hanno mai scritto è perché così doveva essere, e se ce ne sono altri che l’hanno fatto, questo mai ha influito sul loro grado di realizzazione spirituale.

        Un conto è il grado di realizzazione personale (non dico “individuale” a ragion veduta…), un altro la funzione di insegnamento che rivestono; funzioni diversificate che possono spaziare dagli scritti, alla trasmissione orale, dall’esempio morale, al mandato di fondazione di tradizioni sacre, o nessuna di queste del tutto, tanto che questi ultimi, storicamente, non sono nemmeno conosciuti, per non aver lasciato nulla ai posteri, se non un’azione invisibile di presenza e di mantenimento dell’influenza spirituale.

        Se per te un Shankaracharya, un Ramanuja, un Ramakrishna sarebbero di rango inferiore solo per il fatto che hanno scritto, beh, sei totalmente fuori strada.

        Non ti facevo così sempliciotto…

        Anche a te una buonanotte e ruminaci su.

        "Mi piace"

      • Poi mi spiegherai che differenza c’è tra individuo e persona.
        Chi è la persona che scrive?
        O sei la persona o sei il tutto.
        Di chi è la volontà che vuole scrivere?
        “Sia fatta la tua volontà non la mia” diceva il Cristo a chi stava nel cielo.
        La volontà del tutto si esprime con la coscienza umana o vi è una coscienza oltre umana?
        La mente che permette alla persona di scrivere è riconducibile alla mente-tutto…al parabraman?
        Vi è una vocina del tutto che parla con una coscienza mente generatrice di logos?
        Allora vi è dualità
        Come fa il finito ad essere equipollente al non finito?
        Tu e il Guenon siete ancora lontani dalla meta.il sentiero è ancora lungo.
        Vi siete fatti un PRInCiPio del tutto a immagine e somiglianza del logos della persona o individuo.
        Come miliardi di persone finora.
        L’umiltà è la base di partenza.
        Personalmente non mi sono mosso molto dal nastro di partenza…ma ne sono consapevole.
        Consapevolezza Gatto consapevolezza
        Buonanotte

        "Mi piace"

      • “Poi mi spiegherai che differenza c’è tra individuo e persona.”: ma con piacere!

        “…L’attore è un simbolo del «Sé», ovvero della personalità, manifestantesi attraverso una serie indefinita di stati e di modalità, i quali possono essere visti come altrettanti ruoli diversi; ed è da rilevare l’importanza che aveva l’antico uso della maschera per la perfetta esattezza di questo simbolismo [del teatro, ndr.] (È del resto il caso di segnalare che tale maschera si diceva PERSONA in latino; la personalità è – letteralmente – quel che si nasconde sotto la maschera dell’individualità.) . Sotto la maschera l’attore rimane infatti se stesso nel corso di tutte le sue parti, così come la personalità è «intoccata» da tutte le sue manifestazioni; l’abolizione della maschera, al contrario, obbliga l’attore a modificare la propria fisionomia e sembra così alterare in certo qual modo la sua identità essenziale. In ogni caso, tuttavia, l’attore rimane in fondo qualcosa di diverso da quanto sembra essere, così come la personalità è qualcosa di diverso dai molteplici stati manifestati, che non sono se non le apparenze esteriori e mutevoli delle quali si riveste per realizzare, secondo i modi diversi che si adattano alla sua natura, le indefinite possibilità che essa contiene in se stessa nella permanente attualità della non-manifestazione”.

        Come scrivevo qualche tempo fa, in una recensione di un libro:

        «…Jung si attiene alla semantica originale di maschera, non avvedendosi, né lui [il curatore, ndr.] né Jung, che, per analogia inversa, il significato di Persona, era riferito al COPERTO e non al COPRENTE! Se poi si invocasse il fatto che l’uso dei termini è puramente convenzionale, non cambierebbe nulla, e così deve essere perché non si spiegherebbero, anche nel linguaggio comune, definizioni del tipo: “….Sii una persona vera, non mettere maschere!” (o che anche si dica che un individuo ha personalità), sta il significato di maschera in quanto relazione…L’opposizione fondamentale è fra ‘persona’ e ‘cosa’, opposizione presente anche nel linguaggio giuridico. Il termine ‘persona’ qui sta a indicare un detentore, un soggetto di diritti e di doveri… Per converso, l’uomo non ha creato maschere per nascondersi, ma al contrario per poter apparire… La maschera permette di avvicinarci a realtà ultrasensibili, che altrimenti non potrebbero apparire, essa non cela, ma al contrario rivela… La differenza sostanziale tra individuo e persona, consiste nel fatto che il primo sia provvisto soltanto di coscienza, mentre la seconda anche di autocoscienza…”.

        Infine: “L’umiltà è la base di partenza [vedo che hai ben capito che qui non si tratta né di orgoglio, né di umiltà…]. Personalmente non mi sono mosso molto dal nastro di partenza…ma ne sono consapevole. Consapevolezza Gatto consapevolezza …”:

        ecco, siamo arrivati al “mal comune, mezzo gaudio” o “se io non posso, nessuno osi”!

        "Mi piace"

      • Bene,
        Alla luce di questo,ritratto e mi scuso del giudizio dato su Guenon.
        Avevo detto ottimo studioso…ora dico solo studioso.
        Allora è proprio una caratteristica fondante del suo lavoro inventarsi una lingua propria.
        E capisco il valore iniziatico del suo pensiero.
        Iniziatico perché lo comprende solo chi conosce la lingua inventata da Guenon.

        Tra questi c’è sicuramente Pietrangelo Buttafuoco…ecco dove ha imparato a scrivere.
        Tutto torna.

        Esempio

        “Ieri sono andato in aeroporto e appena il bus con le ali è decollato ho schiacciato un pisolino.
        Appena atterrati ho preso una nave con le ruote e dopo 50km di autostrada sono arrivato in una hotel:
        Prima e’ arrivata la persona dopo 10 minuti l’individuo(hanno ritardato nello scarico dei bagagli).
        La personalità era già in hotel da ieri.”

        In boccallupo Gatto
        Ti auguro le meglio cose nella tua ricerca personale

        "Mi piace"

    • Gatto Burlesque, qui si parla in effetti di sport, e mi pare che sia giusto così visto che il soggetto è o Rei.

      La cosa che mi ha molto urtato, e che Carlgen ha spiegato molto bene per quel che riguarda il profilo umano, è che Maradona, per qualche ragione a me ignota, sia stato considerato così grande e importante da metterlo addirittura oltre Pelé.

      Senza alcuna ragione oggettiva.

      E parliamo di un soggetto che ha condotto una vita spericolata e priva di alcuna intelligenza reale, che si è rovinato più volte, che si pippava come una famiglia di Agnelli messa insieme, che era lucido se si alzava col piede giusto, che ha fatto innumerevoli casini.

      E nondimeno, forse per quest’alone di genio e sregolatezza ha avuto tanto seguito e ammirazione. Ma che esempio è stato, anche considerando il suo impegno politico (ma quale, di preciso?), è riuscito a fare una vita da fallito malgrado l’enorme successo, ha fatto più scandali che gol, e alla fine però, oooops, tutti a considerarlo il N.1, alla faccia di Pelé.

      Secondo me non è nemmeno il N.2. Ma sopratutto, che caxxo ha rappresentato Maradona, da un punto di vista meramente caratteriale?

      "Mi piace"

    • Se posso interloquire, Gatto,
      a proposito di metodi di comunicazione usati da chi è poi stato preso a riferimento per la nascita di una religione, ricordo di aver letto da qualche parte, anni fa, di uno sbarco di extraterrestri che comunicavano… Per peti.
      Dici che potrebbe venirne fuori una nuova religione o, in subordine, un nuovo filone filosofico?

      In attesa di una dotta risposta e sperando di aver alleggerito il carico della profonda discussione, auguro una buona notte e un buon anno a tutti.😄

      "Mi piace"

  5. E’ la medesima ragione per la quale la “santificazione” mediatica di un Totti è maggiore di quella assegnata ad un Baggio, un Rivera,…
    La cafonaggine. Nella quale mi pare che molti – non intendo in questo blog – “cultori” di questo sport si riconoscono. E fanno girare la ruota ( con tutti gli interessi, leciti o meno, che la muovono).

    Non a caso non c’è il medesimo interesse per un Bernardi; una Chirichella e’ sconosciuta mentre si impazzisce per Egonu (politicamente correttissima: nera e, fino a pochi mesi fa orgogliosamente lesbica; poi il miliardino sganciatole dalla Turchia l’ ha fatta improvvisamente diventare etero, con tanto di fidanzato… insomma, a tutto ce’ un prezzo…) e neppure per Paltrinieri (ennesimo, recentissimo, oro e record mondiale: chi ne ha parlato?). E certamente Jacobs è più “attenzionato” di Gimbo.

    Insomma, ci sono personaggi “mediatici” e personaggi che lo sono molto meno, nonostante i maggioriu meriti sportivi. Ma lo sport professionistico è soprattutto, ormai, un affare di soldi, e di questi tempi i soldi li sganciano quelli di… bocca buona, che vogliono riconoscersi nei loro “eroi”.
    Quindi… Maradona, Totti, Jacobs, Pellegrini… sono perfetti…

    "Mi piace"