Calcio e potere

(Giuseppe Giannini – lafionda.org) – Sono da poco terminati i mondiali di calcio. E con essi tutta l’euforia mediatica.

I telegiornali italiani del cd. servizio pubblico si sono contraddistinti nella diffusione sfacciata di ogni sorta di gossip, e così per diversi giorni dopo la finale c’è stato un susseguirsi di servizi alla ricerca di ogni particolare extracalcistico, volto ad idolatrare oltre il dovuto le nuove divinità del pallone.

Meno interesse ha invece riscosso il giro di traffici legato ai mondiali: una costante nei megaeventi. Dietro questo tipo di affari c’è il solito mix di corruzione, sperpero di denaro pubblico, speculazioni private e devastazione territoriale che abbiamo conosciuto anche in occasione delle Olimpiadi greche di diversi anni fa.

Ma i problemi del calcio vanno oltre i Mondiali. Nelle cronache di tutti i giorni c’è il rapporto malato e inquinato con le frange di ultras colluse con la criminalità organizzate, che sono ben tollerate dalle società perché i gruppi organizzati portano soldi, così come portano soldi le sponsorizzazioni, i diritti televisivi e il giro di scommesse clandestine.

Come al tempi di calciopoli, i Mondiali in Qatar hanno oscurato il nuovo scandalo che riguarda la Juventus. Ma sono tempi in cui tutto viene facilmente digerito. Ci siamo assuefatti alla scelta assai controversa di aggiudicare la competizione al Qatar, Paese campione per discriminazione e attacco ai diritti, ma soprattutto ci siamo subito assuefatti al dramma umano delle migliaia di lavoratori pakistani, indiani ecc. assoldati per la costruzione degli stadi: oltre 6000 morti che non hanno indignato il presunto mondo libero occidentale.

Tutto viene tollerato nel nome dei sacri interessi legati al nuovo oppio dei popoli. Intendiamoci, il calcio come sport c’entra poco in questa denuncia: è tutto ciò che gli sta attorno che diventa sempre più insostenibile e sempre più lontano dalla vita reale delle persone: professionisti superpagati e società che spendono e spandono ben al di fuori delle soglie riguardanti altri settori o attività. Si dirà “è il mercato!”, ma conosciamo bene i guasti prodotti dall’idea del mercato lasciato a se stesso, libero di fagocitare e snaturare tutto, persino le passioni più elementari e autentiche, come ad esempio la corsa assieme ad altri dietro un pallone che rotola.

Per certi versi, il calcio è lo specchio delle nostre società diseguali. I soldi danno visibilità, la visibilità il potere: un intreccio sempre più perverso che sta devastando le basi della nostra vita in comune.

L’ostentazione dell’opulenza è l’altra faccia di una gerarchizzazione dove a pochi è consentito tutto e a molti niente (basti pensare al trattamento speciale di cui ha beneficiato Ronaldo in gita con la compagna sulle nevi, mentre milioni di italiani subivano le zone rosse e le restrizioni durante la pandemia). Il tutto condito da un uniformismo volgare (dalle acconciature ai tatuaggi), che mischia il sacro (il segno della croce come rito scaramantico) e il profano (le eccitazioni e le esultanze tribal-consumistiche).

Ciò detto è senz’altro fuori da qualsiasi parametro etico guadagnare tanti soldi mentre la gran parte delle persone subisce gli effetti dell’impoverimento di massa. Come mai poi alle società di calcio piene di debiti viene consentito di andare avanti mentre le imprese di diversa natura che vantano crediti dallo Stato falliscono? E lo stesso vale in tema di evasione fiscale.

Ma gli spiriti animali del capitalismo senza regole hanno conquistato il mondo del pallone anche dal punto di vista della mentalità diffusa: ossessione per il risultato, competizione sfrenata, primato del singolo rappresentano la nuova cornice di senso per chi si avvicina al calcio professionistico.

Servirebbe una presa di coscienza diffusa che coinvolga l’intero settore, in grado di riportare il pallone sulla terra, all’insegna del senso della misura e dello spirito sportivo. Perché il calcio è troppo più importante del business che hanno costruito sopra di esso.

1 reply

  1. C’è un modo infallibile per fare finire il tutto: non recarsi allo stadio, non guardare le partite,non acquistare abbonamenti o gadget.
    I consumatori al giorno d’oggi hanno un potere immenso. Come consumatori, non come elettori: è questa la particolarità dell’Occidente.

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