La chimera della congruità

I criteri del lavoro per il reddito di cittadinanza sono sfumati

(di Luca Ricolfi – repubblica.it) – Se voleva attirare l’attenzione sull’esistenza del suo partito (“Noi moderati”, meno dell’1% dei consensi), forse Maurizio Lupi poteva scegliere una proposta migliore di quella che, per qualche ora, è circolata nei giorni scorsi. Dire, come in un primo tempo è stato detto, che un’offerta di lavoro deve essere accettata anche se “non congrua”, pena la perdita del sussidio, non è certo la via più saggia per riformare il reddito di cittadinanza.

Al di là del modo in cui si vorrà rimediare a questo ennesimo infortunio parlamentare, il problema della “congruità” resta. Che cosa è la congruità?
In tutte le formulazioni della legge, ossia quella originaria (2019) e quella del governo Draghi (2022), il concetto di congruità è piuttosto pasticciato, e in parte mal definito. Per congruità, infatti, si intende da un lato la coerenza dell’offerta con le esperienze e competenze maturate dal percettore del reddito di cittadinanza, dall’altra la sua adeguatezza in termini di sicurezza, reddito, distanza da casa, il tutto tenendo conto della durata dello stato di disoccupazione e del numero di offerte già ricevute. Nella versione Draghi, ad esempio, la distanza da casa massima è di 80 km da casa se il posto offerto è a tempo pieno e indeterminato, e inoltre costituisce la prima offerta, mentre, se costituisce la seconda offerta, la distanza da casa può essere qualsiasi (purché entro il territorio italiano). La definizione di congruità si complica poi ulteriormente se il lavoro offerto è a tempo parziale o determinato, o se il percettore di reddito di cittadinanza è al secondo utilizzo. Per non parlare delle regole che intervengono al momento di definire il livello minimo di reddito che il posto di lavoro offerto deve garantire.

Ma è ragionevole il modo in cui la legge vigente nel 2022 definisce un’offerta come congrua?
A mio parere no, per due distinti motivi. Il primo è che l’obbligo di accettare un’offerta in qualsiasi parte d’Italia, che scatta già alla seconda offerta, dovrebbe essere accompagnato da garanzie reddituali differenti a seconda che l’offerta obblighi oppure no a trasferire il domicilio, e a seconda del costo della vita nel nuovo domicilio. Manca, in altre parole, un meccanismo che permetta di misurare il valore economico dell’offerta, e su questa base fissi la soglia che obbliga ad accettarla. Credo che, se questo meccanismo venisse messo a punto in modo ragionevole, molte offerte che ora appaiono congrue cesserebbero di esserlo. E penso che la ragione per cui, finora, il problema delle offerte formalmente congrue, ma in realtà impossibili, non è ancora esploso, sia solo che la macchina che dovrebbe mettere in contatto domanda e offerta di lavoro non è mai stata messa in condizione di funzionare a dovere.

Il secondo motivo per cui la normativa attuale mi pare poco ragionevole è la pretesa che l’offerta sia coerente con “le esperienze e competenze maturate”. Questo è un tipico requisito fuzzy, sfumato, o mal definito, che come tale si presta a controversie e interpretazioni soggettive. Rendere obiettiva e impersonale la valutazione del grado di coerenza è praticamente impossibile, anche perché i titoli di studio sono spesso ben lungi dal certificare le capacità, conoscenze e capacità effettive dei loro possessori. Qui le strade mi paiono solo due: o si fornisce una definizione operativa plausibile della coerenza (vasto programma), oppure si taglia la testa al toro e si sopprime questo requisito, almeno nei casi in cui il posto offerto è a tempo pieno e indeterminato, e il salario è al di sopra di una determinata soglia.

L’unica alternativa da evitare mi pare quella di aggrapparsi al reddito di cittadinanza com’è, ossia nella versione severa ma tutto sommato iniqua attuale. Non solo il Pd e il Terzo Polo, ma anche i Cinque Stele farebbero bene a prendere atto che quella legge, sia nella versione originaria, sia in quella modificata dal governo Draghi, è piena di limiti, difetti e ambiguità. Prima fra tutte la chimera della “congruità”.
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5 replies

  1. Per me è una maniera surrettizia di abolire formalmente no, ma di fatto sì)il Rdc: renderne quasi impossibile la fruizione.

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  2. “Non solo il Pd e il Terzo Polo, ma anche i Cinque Stele farebbero bene a prendere atto che quella legge, sia nella versione originaria, sia in quella modificata dal governo Draghi, è piena di limiti, difetti e ambiguità.”
    E quindi? Non capisco dove vuole arrivare Ricolfi. Io dico che si possono fare tutti i miglioramenti che si vogliono, e lo stesso M5S era pronto a metterli in campo. Oppure si, vuole con questo articolo, giustificare l’abolizione del RdC?

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  3. Secondo questo Solone della occupabilitá attraverso la mano invisibile del mercato i titoli di studio non servono a nulla. Ha ragione: il PdC non ha alcun titolo di studio per governare e lui è cattedratico per altri meriti fuzzy.

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  4. Io aggiungerei un piccolo comma di un paio di righe per meglio disciplinare queste “congrue offerte” di lavoro ai percettori di RdC.

    Ed e’ un comma che offre… un diritto:
    se al percettore viene offerto un lavoro (classico stipendio da schiavo da 1000/1200 euro per 40 ore settimanali + straordinari gratis…) a piu’ di 50 chilometri di distanza dalla propria abitazione, e’ diritto del percettore del reddito di “gonfiare come una zampogna” (…siamo a Natale) “quello” che ha avuto il coraggio di fare tale offerta.
    In caso di “offerta” di lavoro part-time e’ diritto del percettore/disoccupato di “gonfiarlo” se la distanza da percorerrere e’ superiore ai 20 chilometri.

    Al lavoratore che “gonfi a dovere” (prognosi ospedaliera maggiore di 20 giorni) chi fa tali “offerte”, verra’ offerta una maggiorazione percentuale del reddito percepito doppia rispetto alla distanza chilometrica che avrebbe dovuto percorrere giornalmente per recarsi sul luogo di lavoro (..ci sarebbe stato anche il ritorno a casa alla sera da considerare…)

    Vediamo se cosi funziona… ed imparano a capire qualcosa…. questi “imprenditori”…

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