La mazzetta dello sceicco

I mazzi di banconote ci riportano al passato

(Sebastiano Messina – repubblica.it) – Rieccole, le mazzette. Come una vecchia foto ingiallita che riemerge da un cassetto ricordandoci la nostra infanzia, l’immagine di quella montagna di banconote, fascettate in serie da 50 e 20 euro, poche da 100, un solo biglietto viola da 500 e persino un pezzo da 5 euro — non si butta via niente — ci riporta di colpo al tempo delle mazzette, alla stagione di Tangentopoli, all’epoca dei tangentari, che a quanto pare non è mai finita anche se adesso lo sterco del diavolo arriva dal lontano Oriente.
È un mondo nel quale la mazzetta — o malloppo, stecca, bustarella, cresta, pizzo, provvigione — non viene mai chiamata così dagli interessati. I quali al telefono si illudono di eludere le intercettazioni parlando in codice di «merluzzi», di «biscotti», di «fischioni» o di «pampuglie» che in napoletano è la segatura.
Ma poi finiscono lo stesso nella rete, e si fanno beccare con le mani nel sacco come sprovveduti dilettanti del crimine. Memorabili i sette milioni (di lire, attenzione) che inguaiarono il “mariuolo” Mario Chiesa e fecero scoprire Tangentopoli, quelle banconote che dopo più di vent’anni l’interessato smentì di aver gettato di corsa nella tazza del water mentre i carabinieri gli ordinavano di aprire subito la porta, anche se quella scena era stata ormai archiviata nella memoria collettiva.

Un miliardo e mezzo in contanti lo portò Carlo Sama alla Democrazia Cristiana in una valigetta, e altre stecche, bustarelle, provvigioni o creste in biglietti della maxitangente Enimont finirono ai socialisti e agli altri alleati del pentapartito, per un fantasmagorico totale di 150 miliardi.

Il problema è sempre stato lo stesso: come si trasportano, come si consegnano e dove si nascondono i soldi della corruzione? Lady Poggiolini nascondeva in un pouf un tesoro in bigliettoni, lingotti d’oro, monete rare e titoli di credito, ma non tutti avevano un salotto così elegante. E dunque il faccendiere torinese Adriano Zampini si faceva consegnare dalla sua banca mazzette di banconote compresse affinché entrassero tutte in una ventiquattr’ore, un commercialista milanese mise 125 mila euro in una scatola di scarpe Adidas, a un consigliere circoscrizionale di Roma il denaro fu trovato nelle mutande, una funzionaria del ministero dei Trasporti infilava le banconote nel suo wonder-bra e così via fino alle scatole di cioccolatini, ai pacchetti di sigarette, alle fioriere, ai termosifoni. E al trolley del padre di Eva Kaili. Nessuno, che si sappia, ha sepolto il malloppo sotto il fico, come don Abbondio.
Ancora oggi però, dopo aver nascosto bene quelle banconote fruscianti, tutti i corrotti escono di casa convinti di essere diventati davvero potenti, oltre che ricchi. Credono nella legge di Cameron: «Un politico onesto è uno che quando si vende resta venduto». Pensano di aver fregato tutti.

Non sanno che per gli sceicchi che oggi distribuiscono così generosamente pacchi di bigliettoni è vero l’esatto contrario. Loro conoscono la legge del deserto, dove le parole non valgono nulla e contano solo due cose: il coltello e il denaro. Se tu ti metti di traverso, o ti sgozzo o ti compro. E chi muore salva l’onore, mentre il corrotto perde la dignità perché vende la terra, la città, la moglie — o il suo potere politico — diventando un servo del corruttore. A meno che il suo prezzo sia talmente alto da meritare se non il rispetto almeno una certa considerazione.
E dunque, se parliamo di dignità, il quantum è decisivo. Ricordandosi che per uno sceicco quel milione e mezzo scoperto a Bruxelles vale meno dell’unica banconota da 500 euro trovata nel trolley di Eva Kaili.

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