“Gramellini, il qualunquismo giornalistico dal tono pontificatorio”

(Luigi Mascheroni – il Giornale) – «L’amore non ha un perché, l’amore è il perché». «L’amore salva solo chi si è già salvato da solo». «Perché se incontrarsi resta una magia, è non perdersi la vera favola».

In effetti se tutti ormai sappiamo cos’ è il gramellinismo (fa bibliografia la fondamentale pagina Facebook Buongiorno un cazzo), non si è ancora capito però se Massimo Gramellini è il Fabio Fazio della carta stampata o Fabio Fazio il Gramellini della televisione. La formula ammettiamolo, vincente – è la stessa.

Ostentazione oleosa di buoni sentimenti, asticella del codice morale altissima, tono pontificatorio, stereotipi e ammiccamenti, paternalismo, conformismo un cicinin di pietismo – e tartufismo. Ottimo quello di Alba. Che in piemontese si dice trifola.

Trifolone piemontese, ghiottone, 62 anni, tre mogli, una sorellastra pornostar di recente assurta alle cronache nazionali, vanitoso come solo i giornalisti sanno essere ha diretto un solo foglio, Lo specchio, e narcisisticamente qualcosa vorrà pur dire individualista, ancora indeciso se dirigere il Salone del Libro di Torino o condurre il festival di Sanremo, per lui è uguale; impareggiabile nel trovare ogni volta il modo per stare dalla parte del più forte – doppio, vërgnàch e cortese – Massimo Gramellini, il cui desiderio è essere più buono di Walter Veltroni e Fabio Fazio messi insieme, è il Charlie Brown della porta accanto. Il banale Buongiorno del lettore comune.

Ma il qualunquismo giornalistico facile come bere un Caffè – è solo la faccia presentabile del populismo politico. Una rubrichetta e 1.400 battute, spazi inclusi.

Inclusivo, comprensivo, progressista, immigrazionista e pretone laico della tolleranza, Massimo Gramellini detto Gramella dai suoi puffi è tutto ciò che un giornalista vorrebbe essere. Lavorare al Corriere della sera, scrivere 22 righe al giorno, andare in televisione, essere ricco, famoso e di sinistra. Se rinasco, rinasco Gramellini, neh.

Nato torinese, liceo classico all’Istituto San Giuseppe dove lo chiamavano il mucca per la sua indole paciosa, da cui la predisposizione ai corsivi compassionevoli studi universitari in Legge presto interrotti, cosa che forse giustifica lo scivolone di voler rimettere in discussione il diritto al voto su base meritocratica, inizi giornalistici al Corriere dello Sport, poi trent’ anni alla Stampa: dai tempi di Paolo Mieli, quando lui, più soft, e Curzio Maltese, più hard, si dividevano l’antiberlusconismo della testata, fino a sfiorarne la direzione.

Senonché l’unica volta che, come «vice», gli fecero guidare il giornale, era un sabato, alle 2 del mattino non c’era ancora una pagina chiusa. Poi collaborazione con la trasmissione Che tempo che fa su RaiTre, il bestseller Fai bei sogni, un’autobiografia alla Paulo Coelho che ha venduto 2 milioni e mezzo di copie (che invidiaaaaaaaaaa!!!), quindi il grande salto al Corriere della sera (dove diciamo così è mal sopportato): nuovo nome ma stessa rubrica (quella cui si concentra per tutto il giorno, scrivendo e riscrivendo allo sfinimento, già dai tempi della Stampa, quando ti sequestrava in corridoio e ti portava nel suo ufficio per declamartela: «Ti piace, eh.. Ti piace?».

«Sì, bella Massimo, bella… Scusa, però, adesso devo andare, io sto lavorando»), fino al programma tutto suo Le parole: autori, amici e ospiti sempre del giro Stampa-RaiTre. Format: tre boomer ad esempio: Gramellini, Bersani e Vecchioni – parlottano di modi di dire e si ripromettono di ritrovarsi prima di Natale. «Wow! Stasera da Gramellini NON sono invitati Beppe Severgnini e Marianna Aprile. Puntatona». Trend topic: #PiùBarberoMenoGramellini.

E del resto, più o meno, Gramellini un diminutivo di se stesso è questa cosa qui. Sai già come la pensa prima ancora di leggerlo. Tòpoi: i leghisti sono cattivi, chi non è di sinistra è fascista, Berlusconi ci fa vergognare come italiani, gli amarcord granata non si è mai ripreso dallo scudetto del ’76, Castellini, Santin, Salvadori, Patrizio Sala, Mozzini, Caporale, Claudio Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli, Pulici «Hai visto Urbano che la so tutta?!» gli immigrati sono più buoni degli italiani, i gay anche, gli Lgbtq due volte di più, la sofferenza rende migliori, che bello quando qui era tutta campagna, dài inginocchiamoci contro i poliziotti cattivi – strano non si sia ancora tagliato in diretta una ciocca di capelli per solidarietà con le ragazze iraniane – e poi tutti sul pullman della Talmone a cantare Bella ciao.

Ciao, Massimo: è che quando parli arrotando la tua voce beruschiana, accompagnando la rotondità dei concetti con una prossemica precisa: roteando i pollici sul petto, con le braccia ad altezza del torace, fino ad assottigliare gli immaginari cerchi concentrici sui capezzoli (ne faceva un’irresistibile imitazione Pigi Battista al tempo in cui lavoravate insieme alla Stampa) beh, ci fai venire in mente Agostino Ghiglia, politico dell’Msi, torinese anche lui, e vi prendevano in giro, doppiatori involontari uno dell’altro: stessi sussurri, stesso accento, stesse vocali larghe…

È che Torino è sempre andata stretta a Gramellini. E fu così che il giovane piemontese giunse nella capitale per fidanzarsi col mito dei miti: Maria Laura Rodotà, figlia di quel Rodotà, già famosa in virtù di una stupenda rubrica di gossip su L’Espresso e autrice di Pizza di farro alla rucola con nutella, 1995, magnifico volume di decifrazione degli anni Ottanta che s’ appaia all’indimenticato Sbucciando piselli di Federico Zeri e Roberto D’Agostino.

Comunque, il Gramellini e la Rodotà si sposano matrimonio commovente in San Lorenzo in Lucina – ma poi, e sembra una sceneggiatura di Woody Allen, dopo non molto si separano e prendono strade alternative. Lei fa coming out sposando in seconde nozze una donna, la collega Tonia Mastrobuoni (figlia di quel Mastrobuoni, Pio, già portavoce di Andreotti), stesso giro della Stampa, poi Repubblica.

Lui prima si risposa con una doppiatrice che lo tiene a bacchetta «Non mangiare due fette di torta!», «Fai così, fai cosà», «Hai rotto il cazzo con la tua rubrica di merda, leggitela da solo» e dopo si ri-risposa con una scrittrice, Simona Sparaco (strano: adesso i suoi libri sono allegati al Corriere…), e ben recensita dal solito giro della Stampa. Che sarà Busiarda, ma quando c’è da aiutare gli amichetti è affidabilissima.

Inaffidabile (l’uomo è certo geniale, ma il giornalista caotico), fan di Carl Gustav Jung e di Andrea De Carlo, e ci sfugge il nesso, citazioni che si esauriscono fra Cavour, Pulici e Montanelli, bambinone, che in piemontese si dice citòn, credulone di un esoterismo da quattro soldi che fa un mischione di Gurdjieff, Franco Battiato, il Re del mondo e la teoria del paleocontatto («Noi sappiamo che la vita è venuta da un altro pianeta vero?», ama sussurrare a colleghi), Gramellini che alla fine è un simpaticone, dài forse non è neppure buonista («È buono perché non è in grado di fare il cattivo», dicono gli amici) e neanche di sinistra.

Ideologicamente appartiene alla corrente democristiana di Edmondo De Amicis: resta un torinese liberal-socialista ottocentesco dei buoni sentimenti. Il meccanismo che scatta leggendo Gramellini invariabilmente è: «Questo l’ho sempre pensato anch’ io, ma non trovavo le parole per dirlo!». Ecco. Purtroppo ogni mattina le trova lui.

E bon. Arvëddse, Massimo.

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5 replies

  1. Mamma mia, Gramelot ha avuto 3 mogli?!?!?

    Ma uno così sembra che una donna non l’abbia mai vista nemmeno in cartolina. Incredibile.

    2 milioni e mezzo di copie?!?!?!? Ma veramente?

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