Sempre meno lavoro, sempre più morti sul lavoro

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Denunciati ogni giorno da ceto dirigente nell’ormai consueta forma bipartisan, da opinionisti, da economisti, dalla stampa, pare siano sempre a tramare nell’ombra i sabotatori della modernità, del progresso e del benessere che se ne può trarre, prigionieri di paure, limitatezze e ignoranza che ostacolano l’opportunità per tutti quelli che lo vogliono, di godere dei benefici profusi dalla solita manina della provvidenza.
C’è l’album delle figurine della compagnia di giro dei Cottarelli, dipinti come infingardi infiacchiti da mollezze assicurate loro dal sistema familista o da uno Stato-Padre, che non sanno o sono incapaci di raccogliere le grandi sfide dell’innovazione, della tecnologia, della digitalizzazione, anche a prescindere dall’età o dall’appartenenza geografica, cui sono stati perfino esibiti i modelli attraverso i quali come riscattarsi da quella condizione miserabile e accidiosa, grazie alla definizione delle qualità necessarie a diventare il bravo docente, utile alla società del futuro, tanto da investire su se stesso e sull’indole a prodigarsi e contribuire all’affermazione di un’ideologia e di un credo predisposto nei paesaggi montani di Davos.
E poi ci sono i giovani, quelli assimilati come tali, guardati senza indulgenza da quando animano gli editoriali, le indagini e rilevazioni, le interviste di Del Debbio. Sono gli indolenti senza talento e ambizione per via dei quali 12 mesi l’anno (prima si trattava di fenomeno stagionale) si riproducono instancabili le lagnanze di imprenditori, esercenti di pubblici esercizi che denunciano il male del secolo: le nuove generazioni non hanno voglia di lavorare, disertano perfino i concorsi pubblici, mangiatoia tradizionale di intere generazioni, disprezzano vaucher e sontuosi volontariati dai quali potrebbero apprendere un mestiere servile è vero, ma promettente e addirittura quasi sicuro.

Senza di loro, vedreste come corre il Paese malgrado il made in Italy sia costituito da catene di appalto e subappalto dove la creatività e il talento si reprimono sfornando un componente sempre uguale e guadagnando una manciata di 3, 4 , 6 euro l’ora, rischiando su macchinari obsoleti, a tutte le età, cinquantenni che hanno avuto la fortuna di un contrattino a termine e ragazzi in alternanza scuola- lavoro. Eh si perché ci sono anche quelli solo apparentemente meritevoli di umana compassione, marginali che si arrabattano con tre o quattro occupazioni, pensionati che si prestano a mansioni occasionali rischiose e non si arrendono a una sub-esistenza di parassiti al limite dell’accattonaggio, pronti a cadere sul posto del lavoro che non c’è più, costringono le autorità a tirar fuori vecchi bugiardini e pizzini per compiangerli, il vigilante posto a tutelate gli oltraggi alla Carta a cominciare dall’Art. 1, il sindacalista traditore che manifesta in piazza insieme al ministro che protesta contro se stesso e le sue misure.

L’Italia vanta due record: da trent’anni non vengono ritoccati i salari a fronte della diminuzione del potere d’acquisto, delle privatizzazioni che costringono a pagarsi servizi e assistenza, alla precarietà con la sua molteplicità di contratti anomali, con la legittimazione della pratica del ricatto e dell’intimidazione.
E l’altro riguarda i crimini efferati dei quali di parla un paio di volte l’anno, gli assassinii sul lavoro: 677 nei primi 8 mesi del 2022, tre al giorno, uno l’altro ieri, di quasi sessant’anni, precipitato mentre effettuava dei lavori al secondo piano di una palazzina. Primi o quasi nella civile Europa, malgrado la soddisfazione dell’Inail che parla di una diminuzione di quasi il 12%, plausibile a fronte di un lavoro che non c’è, della prevalenza di situazioni di irregolarità grazie alle quali il fenomeno corre sotto traccia, sfuggono alle statistiche gli stranieri insieme a altri “atipici”, gente che fa un doppio lavoro, pensionati, qualche invalido o percettore di aiuti, che diventa “fattore umano” a rischio per sé e gli altri.

Si può cascare da una impalcatura, essere risucchiati da una macchina, precipitare in un altoforno: da anni – forse potremmo stabilire una data cruciale – gli imprenditori risparmiano su tecnologia, sicurezza, sistemi di protezione, preferendo investire nei giochi delle tre carte della borsa. La metà dei casi di infortunio riguarda la classe che va dai 40 ai 59 anni, interessando sia i lavoratori italiani (+41,3%), che quelli extracomunitari (+27,7%) e comunitari (+23,5%) e i settore della sanità, delle attività manifatturiere e dei trasporti, cui si deve aggiungere quello della logistica e delle piattaforme, tuttora i più incontrollabili, i meno sindacalizzati, i meno tutelati, con strutture profondamente ramificate che innervano per centinaia di chilometri i territori, ridefinendoli e organizzando filiere produttive che stanno facendo registrare tassi altissimi di conflittualità sociale.
E d’altra parte sicurezza, retribuzioni dignitose, assistenza e servizi costano, la rapacità padronale non può permettersi cedimenti, come dimostra la nebbia che si continua a spargere in merito al salario minimo garantito sul quale si sono esercitate per anni le elucubrazioni dei laureandi della Luiss e della Bocconi impegnati e dimostrare che “perfino una misura che aumenti di un dollaro l’ora la paga minima, comporterebbe una perdita automatica di oltre 66seimila posti di lavoro”.
Perfino requisiti minimi di rispetto e giustizia hanno ormai un potenziale dirompente che deve essere contrastato, destabilizzante degli equilibri creati da un capitale immateriale e fittizio e della instabilità sistemica senza la quale il potere dominante, l’imperialismo sempre più spericolato e guerrafondaio non possono sopravvivere.

2 replies

  1. Noi, operai (specializzati e non), il paradiso non aspetta. Lanciati a velocità warp1 nell’iperspazio, dobbiamo raggiungere mondo cane, abbaiare e ritornare. Nulla e nessuno ci può fermare.

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