Polo combina guai

Lo strappo di Pizzarotti rivela un Terzo Polo già burrascoso. L’addio dell’ex sindaco di Parma Pizzarotti fa capire che aria tira al centro: posti blindati per i fedelissimi, zero rinnovamento, scintille tra Calenda e Renzi. La porta in faccia ad Albertini, dopo un posto in lista promesso dalla Boschi, è un altro caso emblematico.

(Stefano Iannaccone – tag43.it) – Il Terzo polo ha perso la terza gamba su cui muoversi. E il cammino si annuncia alquanto claudicante, con Matteo Renzi che fa una cosa, come la promessa di un posto in lista a Gabriele Albertini, e Carlo Calenda che dice di non sapere niente. Fino al 25 settembre la navigazione si annuncia burrascosa. In questo clima L’ex sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, ha detto addio al progetto, annunciando la rinuncia alla sua candidatura. Era appunto il terzo volto più noto, anche quello meno focoso. Nel Risiko della composizione delle liste, infatti, ha prevalso la necessità di salvaguardare gli uscenti, nel caso di Italia viva, e consentire la rielezione ai fuoriusciti da Forza Italia, per quanto riguarda Azione. I due partiti centristi, come già anticipato da Tag43, non hanno praticamente concesso spazio al rinnovamento. Troppi aspiranti candidati e troppo poco margine di manovra, ridotto peraltro dal taglio dei parlamentari.

Lo strappo di Pizzarotti rivela un Terzo Polo già burrascoso

Le logiche della sopravvivenza, come sempre, hanno dominato

Le parole di Pizzarotti hanno confermato le indiscrezioni: «La scelta “conservativa” e poco coraggiosa è stata quella di “salvare l’attuale dirigenza” senza aprirsi a rappresentanti dei territori e di persone che potessero far crescere questo nuovo soggetto». Dietro l’affondo si legge in filigrana una realtà: l’ex sindaco di Parma, promotore della Lista civica nazionale, era stato relegato a un posto ancillare con poche chance di mettere piede in parlamento. Secondo la sua versione, aveva solo chiesto di «essere messo nelle condizioni di poter gareggiare seriamente», senza blindature. Invece, niente. Le logiche della sopravvivenza hanno dominato, lasciando sullo sfondo il sempiterno discorso sull’apertura al civismo, all’esperienza dei sindaci e degli amministratori locali. Ne sa qualcosa Alessio Pascucci, ex sindaco di Cerveteri e all’epoca co-fondatore di Italia in Comune con Pizzarotti, che invece ha rotto il patto con Impegno civico di Luigi Di Maio e Bruno Tabacci. La storia è la stessa: al momento della decisione, ognuno ha pensato ai fedelissimi.

Lo strappo di Pizzarotti rivela un Terzo Polo già burrascoso
Mara Mucci con Carlo Calenda.

Per Mara Mucci, volto storico di Azione, zero chance di elezione

Tornando al Terzo polo, una indiretta conferma della situazione arriva dal silenzio di Calenda, solitamente solerte a bacchettare a mezzo social chi osa polemizzare con lui. La vicenda Pizzarotti è scivolata senza nemmeno un post su Facebook o un cinguettio su Twitter. «Difficile trovare una risposta efficace», è la tesi che circola nell’ambito dell’alleanza centrista. Ma che la quadra fosse difficile da trovare, era emerso già nelle ore precedenti, con alcune decisioni sorprendenti, come quella sulla candidatura di Mara Mucci, ex deputata ed entrata in Azione fin dalla nascita del partito. A lei è stato riservato il collegio uninominale di Imola. Quindi con zero chance di tornare a Montecitorio, nonostante il buon risultato ottenuto alle Regionali in Emilia-Romagna.

Lo strappo di Pizzarotti rivela un Terzo Polo già burrascoso

La vicenda Albertini e le difficoltà di coordinamento

Giusto qualche ora prima, l’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, aveva lamentato la sua mancata candidatura, che nelle settimane scorse sembrava molto probabile. Attirando in questo caso l’immediata reazione di Calenda: «Non vedo Albertini dall’epoca di Scelta civica, direi quasi 10 anni». Aggiungendo: «Ha chiesto un posto con un messaggio». E qui è stato Albertini a mettere il dito nella piaga: «Il posto era stato offerto da Maria Elena Boschi». Una vicenda che porta al punto di partenza: la difficoltà di due profili così vulcanici, Renzi e Calenda, di comunicare e coordinare i lavori tra di loro. «La verità è che ogni tensione è stata celata dalla necessità di compilare le liste. Dall’inizio della campagna elettorale si faranno i veri conti», prevede una fonte interna, che ambiva a una candidatura migliore rispetto a quella che è stata offerta. Così gli stessi leader devono fare i conti con i mal di pancia di chi li ha seguiti. Renzi e Calenda si sono preoccupati di fornire garanzia ai big, non certo alle seconde linee sacrificate sull’altare del pragmatismo. In questo i due leader si sono ritrovati sulla stessa barca.

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7 replies

  1. Ma guarda te per colpa di un inceneritore … dove è andato a finire il pizza! Dove?… è ancora a Parma però…chissà che non manifesti con i coperchi e le pentole.. sembra passato un secolo!

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  2. Ed eccoli impegnati all’imbeccata dei seggi, prima gli over, i garantisti della qualunque , eppure se IV, ha nomi di pregio lo si deve anche al Renzi, che forse ha compreso l’importanza di candidare persone di spessore morale e culturale, al posto dei vecchi affaristi che comunque gli avrebbero garantito il salvagente.
    Non è mai troppo tardi, suona male anche se dovrà abdicare dal suo ego per lasciare che le idee e le competenze Facciano il loro corso se ne avranno la possibilità.
    Chissà, sarà una bella sfida. E la sinistra ha ancora il suo bell’altipiano su cui far calare figure che ne illuminino i valori, almeno questo. ..

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  3. sono sconcertato
    come certi vecchi arnesi vengono appellati quali big
    big vuol dire grande
    in politica è chi attira consensi
    non riesco a capire e verificare quale consensi possano avere
    se non dai soliti media

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    • “in politica è chi attira consensi”

      Qualcuno ti ha mai detto nella tua vita: vado a votare e voto la Gelmini. Perché è brava, intelligente, e pure piuttosto bella!
      Oppure voto la Boschi: perché ha realizzato x, y e z, si è dedicata a questo quello e quell’altro. Ed è pure piuttosto bella.

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  4. Ma Albertini no si doveva dedicare all’otium? Non era per questo che aveva rifiutato di correre a Milano?

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  5. Renzi non ha, ne avrà il coraggio di Rinunciare alla sua politica e scommetto mille lire, che nonostante le persone nuove che danno lustro al suo 2%, se fosse vero, dovranno comunque sottostare alla sua figura. Quindi non si capisce che libertà di azione possano avere delle menti illustri inchiodate sul selciato. Contraddizioni in essere che non faranno altro che esasperare ciò che è già male in arnese, come la cultura, quella vera, quella bella, chiusa in scrigni dorati e lontana dalle profanazioni della volgarità anche politica. Eppure nei dividendi non sono attese le compressioni dei costi che alimenterebbero energie nuove e rinvigorirebbero vecchie perle come il corso di sanscrito; alcune facoltà ormai son castelli campati in aria e proiettate in quel mondo fantasmagorico delle mille possibilità promesse e mai mantenute se non per il corto circuito alimentato dal basso dalla politica che, guarda caso, si fregia proprio di quel basso, chiamato popolare, che attiva circuiti lavorativi e mantiene imprese dove il quid del guadagno permetterà comunque le sue congrue speculazioni.
    Mondi metafisici per uno spaccato reale su cui non potrà rispecchiarsi ne trarne alimento se non nella genesi di un’eterna speranza di un eterno studente costretto a vendersi le proprie utopie per campare.

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