Settanta giorni di affari correnti. L’esecutivo potrà comunque fare decreti legge (ma senza poter mettere la fiducia)

A tutta birra verso le urne e con una campagna elettorale a 40 gradi e sotto l’ombrellone: Sergio Mattarella ha firmato il decreto di scioglimento delle Camere dopo le dimissioni di Mario Draghi, che rimane in carica per gli affari correnti […]

(DI ILARIA PROIETTI – Il Fatto Quotidiano) – A tutta birra verso le urne e con una campagna elettorale a 40 gradi e sotto l’ombrellone: Sergio Mattarella ha firmato il decreto di scioglimento delle Camere dopo le dimissioni di Mario Draghi, che rimane in carica per gli affari correnti. Ma per quanto tempo? E soprattutto con il potere di far cosa? Ecco la road map dei prossimi mesi che prevede le urne il prossimo 25 settembre, una data che consente di rispettare i paletti fissati innanzitutto dalla Costituzione, che prevede il voto entro il termine di 70 giorni (dal decreto vergato ieri). E anche dalle leggi elettorali: fissare il voto fra 66 giorni consente infatti anche di rispettare la scadenza prevista dal dpr del 2003 di attuazione della riforma Tremaglia: i 60 giorni per la comunicazione dell’elenco provvisorio degli italiani all’estero aventi diritto al voto, dal ministero dell’Interno a quello degli Esteri.

Ma votare il 25 settembre significa soprattutto che entro Ferragosto i partiti devono depositare al Viminale i contrassegni e i simboli elettorali e tra il 21 e il 22 dello stesso mese, le liste dei candidati. Per chi sarà eletto, la prima riunione del nuovo Parlamento avverrà entro e non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni. Mentre il tempo necessario per la formazione del prossimo governo è una incognita, perché dipenderà dal quadro che restituiranno le urne: nella storia repubblicana l’esecutivo che ha richiesto più tempo per vedere la luce è stato il primo guidato da Giuseppe Conte, ben 89 giorni dalle elezioni del 4 marzo 2018 al giuramento del 1º giugno.

Ma cosa potrà fare Mario Draghi in questi 70 giorni, prima delle urne e fino all’avvicendamento con il prossimo inquilino di Palazzo Chigi?

Se la tradizione che dura dagli anni Ottanta verrà rispettata, sarà una direttiva della Presidenza del Consiglio dei ministri, tramite un dpcm, a specificare quale sarà l’ambito entro cui si muoverà il presidente del Consiglio dimissionario. Anche se è stato lo stesso Capo dello Stato a illustrare quale debba essere il perimetro del governo in carica per gli affari correnti ma pur sempre in epoca di emergenza: tra gli interventi che Mattarella annovera come “indispensabili” ci sono quelli legati alla guerra, alla crisi energetica, alla pandemia, nonché quelli che servono l’attuazione nei tempi concordati del Piano nazionale di ripresa e resilienza: l’attuale esecutivo potrà tranquillamente operare sui 55 obiettivi fissati per poter ottenere la prossima rata prevista dal Pnrr.

Con quali strumenti a disposizione? Gli affari correnti servono a garantire la continuità dell’azione amministrativa del governo: dunque l’esecutivo non potrà esaminare nuovi disegni di legge, salvo quelli imposti da obblighi internazionali e comunitari. Né approvare decreti legislativi, a meno che non siano in scadenza. Non potrà adottare nuovi regolamenti, a meno che non siano necessari per il funzionamento della macchina amministrativa o per l’attuazione di riforme già approvate dal Parlamento. E con la stessa logica non potrà fare nomine, a meno che queste non siano rinviabili. Potrà fare anche i decreti legge che per antonomasia sono strumenti giustificati da necessità e urgenza.

Questo per definire la cassetta degli strumenti, anche perché la formazione del governo potrebbe richiedere alcune settimane. E qui va detto della questione della sessione di bilancio che si apre ufficialmente con la trasmissione della nuova legge entro il 20 ottobre e che deve essere tassativamente approvata dal Parlamento entro il 31 dicembre, pena il passaggio all’esercizio provvisorio. Una legge, come fa notare il costituzionalista Alfonso Celotto “che ha sicuramente una valenza programmatica” e dunque poco adatta a un governo in carica per gli affari correnti anche se riguarda certamente anche obblighi internazionali. L’altro costituzionalista, Stefano Ceccanti, si sofferma invece su un altro aspetto: “Il problema degli affari correnti è strettamente politico, non giuridico: non potendo porre la fiducia alle Camere, senza un’intesa stringente tra le forze parlamentari, i decreti rischiano di rimanere vittima del fuoco incrociato della campagna elettorale”.

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1 reply

  1. Primo, io ai paletti, alle regole fissate dalla convenzione o al rispetto per la parola data fra gentildonne e gentiluomini ormai non credo piú. Se questi ultimi due anni ci hanno insegnato qualcosa è che in Parlamento e al Senato la maggioranza dei loro componenti venderebbe la madre per un vantaggio personale.

    Secondo, ora piú che mai tutti dovrebbero puntare il microscopio elettronico su PdC e PdR. Hanno ampiamente dimostrato d’essere capaci di tirar fuori dal cappello l’impensabile.

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