“Il governo logora chi ci sta”

La destra prende Palermo, Genova e L’Aquila; i giallorosa Taranto e Padova. Boom di Meloni: supera il Carroccio anche al Nord. Perdono i draghiani, soprattutto quelli a cui l’abito dei “migliori” andava stretto dall’inizio. Pur con le necessarie cautele nel leggere le elezioni amministrative […]

(DI PAOLA ZANCA – Il Fatto Quotidiano) – Perdono i draghiani, soprattutto quelli a cui l’abito dei “migliori” andava stretto dall’inizio. Pur con le necessarie cautele nel leggere le elezioni amministrative con le lenti delle Politiche, è impossibile non notare due cose: la Lega è crollata e i Cinque Stelle pure. Agli elettori dei due partiti più riottosi della maggioranza, evidentemente, non è piaciuta la linea di lotta a parole e di governo de facto. Mentre Giorgia Meloni, l’unica che si è chiamata fuori dalle larghissime intese, fa il boom. Il Pd di Enrico Letta si conferma equilibrista nonché asse portante dei moderati. L’astensione, invece, continua la sua corsa e supera il 45 per cento a livello nazionale, con poche distinzioni tra Nord e Sud. Il dato è trasversale: sia a Genova che a Palermo, le due città in cui si è votato meno, l’affluenza si ferma al 44 e al 42 per cento, rispettivamente quattro e dieci punti in meno di cinque anni fa.

Pochi elettori ma decisivi, però: nelle due grandi città il centrodestra vince al primo turno. A Genova si conferma Marco Bucci, mentre a Palermo la legge elettorale che assegna il primo posto a chi raggiunge il 40 per cento dei voti fa trionfare Roberto Lagalla e con lui i suoi due sponsor più ingombranti, Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro. Idem a Messina: vince Federico Basile, sostenuto da Cateno De Luca. Si giocherà tra due settimane la partita finale a Verona, dove però, a sorpresa, davanti al sindaco meloniano Federico Sboarina, c’è il candidato del centrosinistra, l’ex calciatore Damiano Tommasi. Avanti la coalizione guidata dal Pd anche a Parma, ma se ne riparla il 26 giugno, così come a Catanzaro, “trainata” però dal centrodestra, questa volta senza il sostegno di Fratelli d’Italia che è andata da sola. Tra i capoluoghi che non devono aspettare il ballottaggio, ci sono invece Taranto e Padova: entrambe confermano gli uscenti Rinaldo Melucci e Sergio Giordani (centrosinistra). L’Aquila invece ridà fiducia a Pierluigi Biondi e alla leader del suo partito, Giorgia Meloni, che è al governo anche di altre due città, Pistoia e Rieti. Ma al di là del simbolo appuntato all’amministrazione, è sul voto di lista che Fratelli d’Italia cementa la scalata interna al centrodestra. Esclusa ormai Forza Italia dalla competizione (Berlusconi va bene solo a Palermo e a Monza), quando lo spoglio è avviato oltre la metà, FdI supera la Lega a Genova (9 a 7), decuplica il risultato a Alessandria (passa dal 1,5 al 15 per cento, ben 5 punti sopra la Lega), è primo partito a L’Aquila.

Anche dove non c’è il sorpasso, per la Lega – già reduce dalla débâcle del referendum – non tira una bella aria: nella lombarda Lodi, per dire, piomba dal 27 per cento a poco più del 10 (ma lo spoglio qui prosegue a rilento), a Padova il salviniano Bitonci ha fallito: cinque anni fa un elettore su quattro aveva messo la croce sulla sua lista, oggi la Lega non raggiunge nemmeno la doppia cifra. Né possono consolarsi gli oppositori interni di Matteo Salvini: anche a Verona, la più grande città al voto nel Veneto di Luca Zaia, Meloni doppia il Carroccio.

Come sempre, i numeri dipendono da come li guardi. Per dire, Enrico Letta festeggia perché il Pd è “il primo partito d’Italia”. A Genova in effetti guadagna due punti percentuali rispetto a cinque anni fa, ma i voti assoluti al momento fotografano quel che resta dell’astensione: diecimila voti persi tra gli elettori dem. A Taranto, il Pd a sera è sette punti sopra il risultato del 2017, ma con 5mila voti reali in meno sulle schede. Riconquista Lodi con il 24 per cento dei voti, ma le preferenze sono meno di quelle con cui cinque anni fa aveva perso. Certo, va decisamente peggio agli alleati 5Stelle: nel capoluogo ligure, precipitano dal 18 per cento del 2017 a poco più del 4 (c’è un altro 3,5 che segue la diaspora dell’ex grillino Mattia Crucioli). Sul tavolo degli imputati finisce ovviamente anche l’alleanza giallorosa e la linea Letta, quel “campo largo” che tiene dentro tutti, dai 5Stelle ai renziani. Tanto più che i centristi, Carlo Calenda in testa, rivendicano un contributo importante e lo considerano un campanello che il segretario dem non può sottovalutare. “Se fossi ancora un dirigente del Pd – dice Matteo Renzi – mi porrei il tema di fare un’alleanza col centro riformista anziché coi grillini”. Sono in corsa per il ballottaggio a L’Aquila e vanno bene a Parma e Palermo, anche se qui il pacchetto di voti è quello dell’eterno Fabrizio Ferrandelli. La querelle è appena cominciata, per questo il lettiano Francesco Boccia è per “insistere con l’unità del fronte progressista” e tira il freno: “Aspettiamo i voti di lista. Nel 2017 il M5S non vinse da nessuna parte, se non a Canosa. Sarei cauto con le analisi”.

Anche Giuseppe Conte invita a non mischiare i numeri delle Amministrative con quelli delle future elezioni politiche. Ma è indubbio che nel Movimento, questa volta, non c’è stato nessuno degli exploit che solo cinque anni fa li aveva portati alla guida di alcuni grandi comuni. Carrara, per dire: qui i 5Stelle nel 2017 avevano vinto al secondo turno con percentuali bulgare: oggi sono intorno al 5 per cento. Anche a Fabriano, nelle Marche, il Movimento aveva stravinto, sfiorando il 30 per cento già al primo turno, mentre ora è precipitato al 3. Così a Guidonia, paesone di quasi 70 mila abitanti alle porte di Roma: cinque anni trionfarono da soli al ballottaggio, ora sono in coalizione ma fermi poco sopra al 4 per cento.

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3 replies

  1. Finchè il M5stelle resterà col “partito de Rignano” si consegnerà alla definitiva estinzione.
    La mission di Renzi – cioè dei poteri Dem obamiani che stanno dietro di lui – è stata chiara: il M5stelle doveva scompariore, ma non prima di avere resuscitato il PD, dal quale Renzi stesso era “uscito” ( in tutta evidenza perchè sgradito fortemente agli elettori) ma che rimaneva – esattamente come Regioni e Comuni – in mano ai suoi. Letta è semplicemente una foglia di fico “moderata” con amicizie e parentele assai comode.
    Bisogna vedere se il Movimento, a questo punto e con tanti che hanno “fiutato” dove sta la convenienza , potrà staccarsi dal PD. Io temo di no: le corazzate mediatiche unite inizieranno a bombardare con notizie vere o per lo più fake ( o manipolate) e il de profundis sarà inevitabile. Con tutti i troll che ci sono in giro, poi, il lavaggio del cervello via social sarà capillare.

    La Meloni, col suo partito dei La Russa & C. viene premiata dagli elettori esclusivamente perchè sta all’ opposizione di questo governo per lo più inviso alla maggioranza dei cittadini. Stando all’ opposizione ( cioè non essendo obbligata ad obbedire i nostri “padroni” ed anzi servendo da parvenza democratica: però l’ atlantismo è d’ obbligo) può dire ciò che vuole, e ciò che vogliono i cittadini lei lo sa benissimo. Lo sanno tutti a dire la verità…
    E’ in corso nel frattempo anche la demolizione di Salvini (su ogni ricordo del Conte1 deve essere sparso il sale) ma siccome serve a portare voti a Destra (cioè al Patto del Nazareno), con lui ci vanno più piano: lavoro ai fianchi.

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    • non pare ci sia molto da arzigogolare…!
      il tradimento del mov, su tutti i fronti, perpetrato ai danni di milioni di cittadini elettori onesti ingannati, é la causa dei risultati elettorali che segnano la fine di un sogno. punto…!!!
      ci si augura che alla prossima tornata elettorale scompaiano definitivamente…!
      con un vaffanculo sono comparsi e con un (stra)vaffanculo scompariranno…!

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  2. Ma Conte fa il fesso o lo è veramente ? Come fa a non capire che l’elettore modello m5s non è andato alle urne perchè schifato dalle scelte governiste di Grillo e Di Maio ? Certo le comunali non sono la competizione che infiamma l’animo degli idealisti ma davvero Conte crede che per le politiche le cose andrebbero alla grande ? Fuori dal governo,autocritica con scuse, e lontani dal pd se si vuole nutrire qualche speranza

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