Usa-Russia, guerre stellari: è scontro sulla Stazione spaziale

(Domenico Quirico – La Stampa) – La guerra è una malattia che segue il suo corso. Dopo più di cento giorni in cui sta rastrellando l’Ucraina già ci accorgiamo di vivere il complesso di Ulisse, ovvero di essere attratti irresistibilmente dall’ignoto.

Prima fu il rischio di estensione oltre le frontiere di Kiev, poi la crisi del gas, poi i sussurri e le grida atomiche, poi il grano. Viviamo, purtroppo, in un momento drammatico che usa parole drammatiche. Ai bei tempi la parola problema veniva usata soltanto dai matematici: oggi si estende a ogni cosa e spesso legittimamente. Il nuovo problema ascende ora fino al cosmo.

Perché la collaborazione tra Mosca e Washington (e l’Europa) per l’esplorazione spaziale costituiva uno dei capitoli a cui si era confortevolmente legata la speranza di aver sotterrato per sempre la guerra fredda. Speranza passata in eredità dall’Urss alla Russia post sovietica. La efficienza spaziale insieme alle bombe atomiche e ai missili (ma le due cose purtroppo erano collegate) sembravano una delle poche modernità sopravvissute alla eutanasia dell’orribile 1989.

Non mancavano segnali positivi. A marzo, a guerra già ben avviata con minacce, sanzioni e invio di armi tra occidente e Mosca, c’erano quelle immagini che arrivano dalla stazione spaziale internazionale, gli abbracci tra gli astronauti delle due parti.

E poi la navicella Soyuz che riportava sulla terra, nel centro spaziale russo di Baikonur!, un tedesco insieme a due colleghi russi. Ora quelle immagini sembrano appassite, rese inattuali dal protrarsi e dal globalizzarsi dello scontro. Che sembra avviato a coagulare in modo permanente due blocchi fieramente ostili sul modello degli cinquanta, in cui non sono possibili isole di collaborazione.

Prima avvertenza. Evitare la smania ricorrere alla stantia metafora delle guerre stellari. Non c’è film che possa eguagliare la pericolosità e la ferocia di una concreta realtà storica. È un fatto che come ogni corpo è unito a un’ombra la conquista dello spazio e la guerra fredda sono stati sempre inestricabilmente intrecciati.

Su molti piani, dalla dimostrazione della superiorità scientifica e tecnologica, a quello della lotta tra le ideologie, socialismo volontaristico contro capitalismo efficentista; e poi militare perché i missili che portavano cagnolini scimmiette e astronauti in orbita erano gli stessi che potevano servire a depositare le bombe atomiche sul territorio nemico. E del cosmo si approfittava anche per spiare il nemico, modernizzando la tradizionale attività degli spioni in carne e ossa.

Il 4 ottobre del 1957 il mondo a bocca aperta registrò un evento che segnò la fine di quel «secolo americano» che Henry Luce aveva inaugurato nel 1941 quando aveva spronato il popolo americano a «accettare con entusiasmo i doveri e la missione della nazione più potente del mondo» e di far sentire «tutto il peso della sua influenza per gli scopi e i mezzi che gli sembravano più opportuni».

Quel giorno Mosca annunciò il primo riuscito lancio in orbita di uno Sputnik, un satellite della terra che pesava 184 chili ruotava intorno al pianeta a una altezza di 560 chilometri, alla velocità di 18 mila miglia all’ora. Pesava, si stupirono gli scienziati americani, sei volte di più degli ordigni che loro stavano preparando. Il senatore Lindon Johnson, il futuro presidente del Vietnam, lo ammise a testa bassa: «I sovietici ci hanno battuti sul nostro terreno, quello degli audaci progressi della scienza nell’età atomica».

L’Età atomica, già. Lo Sputnik svelava che i russi disponevano davvero di un missile balistico intercontinentale e quindi avevano la possibilità di lanciare bombe a testata nucleare su qualsiasi bersaglio.

Se in una democrazia emotiva come quella americana lo choc iniziale non fu così violento come l’attacco giapponese a Pearl Harbour le ripercussioni furono più profonde e di maggiore durata. Iniziò uno dei capitoli più intensi e pericolosi della guerra fredda che fu nello stesso tempo scientifica e militare, intreccio che è uno dei grandi guai che abbiamo ereditato dal secolo breve.

Fino al 1957 i politici americano avevano vissuto nella convinzione che i comunisti russi fossero dei contadini ignoranti, temibili solo per la ottusa determinazione ideologica. Ma si negava che la seconda guerra mondiale li avesse resi una potenza mondiale. Qualcosa che ricorda la più recente illusione che la Russia putiniana fosse sempre una innocua carcassa della fine della Storia nel 1989 e non fosse in grado di guastare in modo così brutale e sfrontato l’ordine americano del mondo. Di qui la sbigottimento, il capovolgimento fulmineo.

Gli Sputnik innescarono la ondata maccartista che mise a rischio la democrazia americana. Si attribuì il sorpasso sovietico nello spazio non a una impossibile superiorità scientifica ma al satanico tradimento di un gruppo di sette spie e scienziati che avevano trasmesso i segreti all’Oriente.

A Mosca il ritorno degli astronauti da Gagarin in poi divenne la parata più importante per la nomenklatura suprema, si spiava l’ordine sul palco d’onore veniva per decifrare ascese e cadute dei gerarchi comunisti come sulla piazza rossa per la sfilata della vittoria.

Ora i segnali che anche nello spazio il fossato tra occidente e Russia si sta allargando si moltiplicano. Il capo del programma spaziale russo Dimitri Rogodin ha annunciato che le sanzioni potrebbero compromettere la stazione spaziale internazionale fino a causarne la caduta. E ha annunciato per ora misteriose decisioni irrevocabili. Rogodin non fa solo propaganda. Nella collaborazione spaziale i russi svolgono ancora un ruolo fondamentale.

Dipende dalla loro tecnologia la propulsione che consente il controllo della stabilità della stazione spaziale affinché non esca dall’orbita. Anche legati ai russi sono i viaggi di rifornimento e di trasferimento degli astronauti di vari paesi dopo che gli stati uniti hanno proprio per questa che sembrava una consolidata spartizione dei compiti hanno abbandonato il programma degli Shuttle.

Le sanzioni qui funzionano: l’embargo ha reso problematico il rifornimento di materiali necessari alla tecnologia russa. Già alcuni esperimenti che dovevano essere sviluppati da astronauti occidentali temono il protrarsi della guerra e la fine del progetto comune della stazione internazionale. Sullo sfondo, in attesa paziente, il terzo protagonista: la Cina con la sua stazione spaziale.

2 replies

  1. Balle su balle, questi giornalai dovrebbero farsi all’ippica, sicuramente sarebbe loro più congeniale.

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  2. Dispiace veramente che il mondo rischi di non avvalersi più degli scienziati e della ricerca russa. Speriamo che non se ne scappino tutti negli US. Ho studiato sulla mitica collana degli Editori Riuniti, sui libri di Landau, Smirnov, Carlo Bernardini, Maiani…
    Il “mitico” Landau… ( Chi lo conosce mi capirà…). Non posso pensare che tutto sia finito così.
    Se Russia e Cina dovessero collaborare sul serio anche a livello scientifico, la scienza e la tecnologia occidentali avrebbero i giorni contati. Speriamo che si rinsavisca e che la collaborazione russa con il cosiddetto Occidente continui, non credo che si sia ancora capito cosa significhi per noi rinunciare alla Russia. Per mille ragioni, per lo più assai concrete.

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