Ha ancora senso la parola “diritti”?

(Francesco Erspamer) – Piccolo supermercato di paese, giovane mamma con bambina vivace e curiosa di tutto, poca spesa; ma alla cassa «sì grazie, mi dia il sacchetto», di plastica si intende, per la comodità di arrivare all’auto parcheggiata a venti metri di distanza. Lo noto perché poche ore prima avevo letto l’ennesimo allarme degli scienziati, che particelle di plastica sono state trovate nella neve fresca in Antartide, dunque sono ovunque, nel disinteresse generale, anche di coloro che si sentono ambientalisti ma solo se non comporta rinunce; anche di genitori affettuosi che per evitarsi un piccolo fastidio contribuiscono alla devastazione del mondo che lasceranno ai loro figli.

A questo ha portato il dogma neoliberista del consumismo e dell’edonismo individuale come condizioni normali e “dovute” dell’esistenza, come se la vita e la felicità fossero dei diritti (non è un caso che lo proclami il documento fondativo degli Stati Uniti) e non perenni processi di maturazione attraverso sacrifici, collettivi e soprattutto personali. Ah, i «diritti»: parola che aveva senso quando indicava un obiettivo ideale e sociale per approssimarsi (e solo approssimarsi) al quale occorreva aggregarsi, lottare, privarsi di qualcosa di concreto a vantaggio degli altri e dei posteri, pertanto da giustificare in termini di bene comune e transgenerazionale; e non invece una condizione astratta, stabilita una volta per tutte da chi rinnegando e cancellando il passato fa del futuro una banale proiezione del proprio presente, e che si riempie la bocca di valori «universali» o, peggio, «umani» in modo da non doversi, appunto, sacrificare.

Non si ha diritto a nulla senza sacrificio e senza disciplina; si hanno solo necessità, reali o presunte, le prime imposte dalla natura, le seconde da chi ha (o vuole avere) potere e ricchezza e intende conservarli per sé.

13 replies

  1. Forse mi sbaglio, ma a me l’introduzione pare un pretesto non reale, in quanto che io sappia i supermercati non possono fornire sacchetti che non siano biodegradabili e compostabili.

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  2. Peccato che ancora non si capisce che il menefreghismo ci distruggerà tutti quanti. E basterebbero solo dei piccoli cambiamenti nelle quotidianità di ciascuno. Ma certo che la comodità non la vogliamo abbandonare. Ma si ….. distruggiamo tutto, dai, mica possiamo ereditare tutto il mondo. Chi viene dopo di noi si arangeranno……solo Dio sa come…..

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  3. I sacchetti dei supermercati, e degli alimentari in genere, sono biodegradabili. Gli altri non si possono più usare. (Magari informarsi prima di scrivere: in Antartide quelli non ci sono…)

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    • Ciò che vuole dire l’articolista è far notare come quasi nessuno usa le borse della spesa riutilizzabili tanto è radicata l’abitudine a prendere ogni volta i sacchetti nuovi e questo, l’ho visto più volte di petsona, anche se si è acquistato un solo oggetto che si potrebbe tranquillamente trasportare senzz un contenitore. Allo stesso modo è radicata (come si intuosce nell’articolo) l’abitudine da parte degli addetti a chiedere “vuole il sacchetto” anche se non c’è alcuna necessità di mettere ciò che si è acquiststo in un sacchetto.
      Per quanto riguarda l’informarsi prima di scrivere, beh questa volta penso che sei tu che hai evitato di farlo, non leggendo il link messo da Carigen.

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  4. Le micro plastiche sono il risultato ultimo della degradazione della plastica non di oggi, ma di quella pregressa. La plastica biodegradabile e compostabile è sta inventata proprio per arrestare il degrado già provocato negli anni passati.

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  5. Grazie Peterpan, anch’io lo scoperto non tanto tempo fa.un po’ meglio di prima.ma e’ ormai tutto greenwashing

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