Da Putin-Hitler a Putin-pippa (senza curare i nostri interessi)

Chi obietta sul conflitto è bollato dalla stampa come putiniano, denigrato e deriso. E subiamo le decisioni prese a Washington.

(Francesco Borgonovo – laverita.info) – Ogni mattina un rubrichista del Corriere della Sera si sveglia e sa che dovrà trovare un perfido putiniano da azzannare. Non è un compito particolarmente difficile, a ben vedere, poiché «putiniano» è ormai chiunque dissenta anche solo leggermente (…) dalla linea dell’artigliere unico che impazza sui principali quotidiani. E poiché (stando ai sondaggi) la maggioranza degli italiani è contraria all’invio di armi all’Ucraina e spera nella pace, di immaginari tifosi dello zar qui nei dintorni c’è grande abbondanza.

In ogni caso, le firme di via Solferino dimostrano una certa pigrizia e infieriscono sempre sugli stessi, in particolare gli accademici Alessandro Orsini e Donatella Di Cesare. Quest’ultima è stata recentemente svillaneggiata da Aldo Grasso; il primo si è guadagnato ieri le carezze dell’oberleutnant Massimo Gramellini. Il quale, non potendo rinunciare alla patina di buonismo sentimentale che da sempre l’avvolge, ha voluto precisare che le sue sono puntute ma in fondo innocue osservazioni: «Lunga vita televisiva ai pacifisti strabici, a cui vorrei sommessamente ricordare che la critica non è censura, nemmeno quando a farla siamo noi del “mainstream”», ha scritto il generale Grande firma. A tal proposito, ci limitiamo a notare che i pacifisti e i dissenzienti non sono stati semplicemente criticati. Sono stati insultati, denigrati, minacciati, derisi. Sono stati trattati come mentecatti, utili idioti al soldo del dittatore, narcisisti patologici, scemi di guerra. Alcuni hanno perso contratti, incarichi e spazi. Il loro lavoro è stato reso più difficile, la loro reputazione è stata infangata, la loro integrità messa in dubbio. Non è censura? Forse non lo è. Ma non ci risulta che qualcosa di simile sia accaduto ai coraggiosissimi editorialisti che rimasticano il pensiero prevalente, i quali se ne stanno belli comodi nelle loro nicchie in Rai, spadroneggiano ai festival letterari, sono coccolati nei salotti e da decenni si godono i privilegi derivanti da una superiorità morale del tutto inesistente.

Nello specifico, la «critica» rivolta da Gramellini a Orsini è di essere addirittura più putiniano dei veri putiniani. Il professore, infatti, è convinto che l’Ucraina non abbia grandi speranze di vincere la guerra, ma a quanto pare le sue tesi sono smentite dagli stessi sottoposti di zio Vladimir. Sul primo canale moscovita, per esempio, il colonello Mikhail Khodaryonok ha spiegato che la situazione per i suoi compatrioti è nerissima. L’analista militare, riporta Gramellini, «ha ammesso che la guerra va male, la Russia è sempre più isolata e la situazione è destinata a peggiorare».

Posto che Khodaryonok non ha esattamente detto che la Russia sta perdendo, il fatto che la firma del Corriere lo citi è molto interessante. In Italia le testate russe e filorusse sono, di fatto, bandite. Più in generale, tutte le fonti russe sono identificate come «propaganda». Dunque, almeno in teoria, anche le uscite del colonnello dovrebbero essere considerate parte della velenosa narrazione russa, e liquidate con un’alzata di spalle. Invece, poiché sembrano sostenere idee che fanno comodo ai nostri bellicisti, ecco che all’improvviso pure il militare nemico diventa attendibile. E, intendiamoci, può davvero darsi che lo sia. Ma ciò, semmai, dimostra che la situazione dei media di Mosca è leggermente meno distopica di come solitamente ci viene presentata. Ciò dimostra, inoltre, che oscurare le fonti di informazione russe o mobilitare il Copasir affinché indaghi sugli ospiti russi nelle trasmissioni italiane è una enorme stupidaggine.

Della propaganda russa, tuttavia, ci interessa poco. Ci importa di più di quella di casa nostra. L’apparato mediaticomilitare italiano da settimane ci racconta, al fine di corroborare la posizione governativa sull’invio delle armi a Kiev, che gli ucraini stanno trionfando, che i russi sono demotivati, hanno sbagliato i calcoli, si ritirano da tutte le città conquistate all’inizio del conflitto. Contemporaneamente, essi ci dicono che Putin è pronto a invadere la Polonia, la Moldavia, la Georgia, la Finlandia, forse pure la Svezia, e non esclude di spezzare le reni alla Grecia. Delle due l’una: o l’esercito russo è esangue, e dunque non costituisce una minaccia per il Vecchio continente, oppure non lo è e dobbiamo preoccuparci tutti.

Gramellini sembra ritenere che le armate di Mosca siano in seria difficoltà, e può darsi che abbia ragione. Però sulla prima pagina del suo giornale campeggia un titolo suggestivo: «L’ora della resa a Mariupol». Ma come? Le truppe di Kiev non erano pronte a riprendersi tutto, così che l’Ucraina potesse ospitare proprio nella città dell’Azovstal il prossimo festival Eurovision? Mariupol si arrende ai russi che stanno per essere ricacciati nelle loro tane? Sembra un po’ contorta, come narrazione.

A naso, è più probabile che la verità stia nel proverbiale mezzo. I russi, senza dubbio, hanno incontrato difficoltà sul campo, ma allo stesso tempo hanno raggiunto vari obiettivi. Hanno preso una bella fetta di territorio a Est, e di certo non sarà facile rimandarli indietro. Diciamo di più. Se anche essi fossero prossimi al collasso, tocca ricordarsi che possiedono un arsenale atomico e, qualora fossero davvero matti e spietati come la nostra stampa li descrive, potrebbero non esitare a usarlo. Gli scenari futuri, di conseguenza, sono per lo meno due: o una catastrofe atomica globale (più difficile) oppure una guerra lunga e logorante nel cuore dell’Europa (più facile). Entrambe le prospettive sono tutto tranne che auspicabili, per noi come per gli ucraini.

Per Kiev, come giusto e ovvio, decide Volodymyr Zelensky. Per noi, invece, non dovrebbe decidere Washington, bensì Roma. Possibilmente tenendo presenti i reali interessi della popolazione.

È un ragionamento molto semplice, non complicato come i discorsi da accademico di Orsini. È talmente semplice che persino i rubrichisti con la baionetta sarebbero in grado di capirlo. Il problema è che non vogliono farlo perché a loro, degli interessi dell’Italia, interessa meno che ai colonelli russi.

10 replies

  1. Ma Aldo Grasso non doveva solo essere un crittico dell intrattenimento? Da quando si è arruolato a fare commenti politici , oltretutto senza alcun senso e costrutto? Perché non torna nel suo solito pollaio invece di scrivere puttanate!

    Piace a 1 persona

  2. Paola Nugnes
    9 h ·
    Ucraina, Nugnes: senza Putin ai tavoli guerra non può finire “Non va bene mettersi al seguito Segretario Difesa Usa” Roma, 19 mag. (askanews) – “Sono una pacifista, una categoria che voi signori della guerra considerate con spregio e sufficienza”. Così la senatrice Paola Nugnes nel suo intervento in aula dopo l’informativa di Draghi. “Putin è stato escluso dagli incontri e dalle istituzioni multilaterali, perché è un criminale di guerra. Ma la guerra non può finire senza il coinvolgimento di Putin. Mettersi al seguito del Segretario alla Difesa americano che ha l’obiettivo di indebolire la Russia, non va bene, non per noi europei, non per i paesi più poveri del pianeta”. “Tra l’altro stiamo armando pericolosissimi eserciti, e la cosa ci si ritorcerà contro, esattamente come è successo con Putin. La cosa devastante è che lo state facendo senza un mandato popolare, senza un vero mandato parlamentare, siete sotto il comando diretto di Londra e degli Stati Uniti d’America, al servizio dei loro interessi commerciali, perché va detto una volta per tutte, qui non si tratta di stabilire chi sono i buoni e chi sono i cattivi, come provate a farci credere. Questa, come tutte le guerre, è una guerra di potere economico, di potere commerciale, una lotta tra super potenze capitalistiche per la supremazia degli imperi, fatta sulla pelle della gente, come sempre, su territori strategici, ricchi di materie prime, su cui tutti vogliono mettere le mani, in un modo o nell’altro”, ha concluso. Pol/Vep 20220519T112058Z

    Piace a 2 people

  3. Bisogna imparare a distinguere un giornalista capace e coraggioso, non Servo, dai soliti pennivendoli squallidi e inaffidabili. Poi che siano “simpatizzanti” di destra, sinistra o centro non ce ne può fregar di meno. Nel senso che non si condivideranno le sue idee ma resterà professionista stimabile. Borgonovo, non da ora, è cento volte più apprezzabile di Giannini, Gramellini, Riotta, Caprarica etc. Lui vota a destra e questi ultimi a sinistra?( il PD è sinistra??). Non mi frega nulla.

    Piace a 2 people

  4. Aldo Grasso si è distinto negli ultimi anni per attaccare ,un giorno sì e l’altro pure, i 5* sempre in maniera pretestuosa e per cose meno gravi di quelle fatte dai politici degli altri schieramenti.
    Livoroso e astioso anche come critico televisivo..

    In ogni caso sul Corriere , ogni tanto compare un articolo ben fatto come questo.di Cristina Dell’Acqua.
    ,……

    “A Susa, capitale dell’antico regno persiano, un messaggero e la regina Atossa, madre del re Serse, sono uno di fronte all’altra. Increduli.
    L’uomo , che ha assistito con i suoi occhi all’atroce disfatta
    dell’armata di Serse nella battaglia di Salamina, ne racconta tutto l’orrore. Nella notte un emissario dei Greci aveva fornito al re la notizia falsa che la flotta greca stava per ritirarsi. Serse non capisce la trappola. Ordina l’attacco ma dopo una notte di preparativi, davanti agli occhi sbigottiti dei Persiani appare la flotta greca pronta a combattere. La battaglia fu una strage per il popolo di Serse, il mare non si vedeva più, era pieno di rottami e di strage umana.

    C’è qualcosa di tristemente eterno in questa scena dei Persiani di Eschilo, la tragedia greca più antica che sia giunta sino a noi. Eschilo la mette in scena nel 472 a.C. pochi anni dopo la battaglia di Salamina (del 480 a.C.). Lui stesso vi partecipò così come il poeta combatté a Maratona dieci anni prima.

    Insomma la prima tragedia greca che ci sia giunta parla agli spettatori del teatro di Atene di un evento pressoché di storia contemporanea (non accadrà mai più, l’oggetto delle tragedie sarà poi sempre il mito); una tragedia pensata da un uomo che in quella guerra ha combattuto una battaglia che costituiva e costituirà per secoli una pagina indelebile dell’orgoglio greco di aver bloccato i Persiani che tanto avevano attentato alla loro libertà. È naturale che i Greci celebrassero il loro trionfo sul barbaro, sull’altro.

    Ma quello che non smette di stupire studentesse e studenti di ogni tempo (e chiunque di noi abbia la curiosità di leggere i Persiani) è che Eschilo racconta la vittoria del suo popolo attraverso gli occhi dei Persiani. Gli occhi dell’altro. Come se il poeta non volesse piegarsi all’idea di fare del suo testo un semplice manifesto della grandezza di Atene.

    Come se scegliendo di raccontarci il dolore di un popolo dal punto di vista dello sconfitto ci volesse suggerire l’idea che l’altro, il nemico, va protetto dalla tentazione di deriderlo e umiliarlo. Dalla cultura greca ci possono separare secoli e abitudini. Ma quello messo in scena da Eschilo è un esercizio di umanità da fare nostro.

    Su quella scena piangono Atossa e tutti gli anziani restati nella capitale. I giovani sono partiti e moltissimi di loro sono morti in guerra. Piangono come piangerà Scipione l’Emiliano, nel racconto dello storico Polibio, davanti a quel che restava di Cartagine, l’antica e acerrima rivale di Roma, rasa al suolo (era il 146 a.C.). Scipione pianse per i nemici, un tempo grandissimi.

    Ovunque la si guardi, la tragedia di Eschilo continua a parlarci. C’è Temistocle, l’eroe sottinteso, il vincitore di Salamina, l’uomo che con la sua intelligenza strategica salvò nell’immaginario greco collettivo la libertà dell’Occidente.

    Eppure Temistocle negli anni seguenti fu ostracizzato dai suoi stessi concittadini: su di lui era caduto il sospetto che stesse accumulando troppo potere. E fu così che l’eroe greco finì i suoi giorni in Persia, divenne governatore, ebbe figli da diverse mogli e una di loro la chiamò Asia. Temistocle, il baluardo della libertà greca, ebbe tempo e modo di far parte della prospettiva del barbaro che aveva sconfitto. Una bella lezione sulla complessità della vita.

    Poi c’è il racconto della sconfitta. Gli Ateniesi ascoltano il dolore del racconto della battaglia di Salamina dalle parole di un messaggero, non lo vedono rappresentato sulla scena attraverso immagini cruente di facile presa. Interessante convenzione del teatro greco che mette in moto l’immaginazione e l’immedesimazione. Le scene di sangue, a cui oggi i nostri ragazzi sono tanto abituati, tendono ad renderli anestetizzati davanti al dolore altrui, come incapaci di differenziare tra la sofferenza reale e quella costruita nei social. Il teatro, come i libri e i bei film visti al cinema, aiutano invece a farli immedesimare nell’altro, a vivificarlo, a dargli un volto. Un volto da vivere come una parte di noi.”………..

    "Mi piace"

  5. Per l’ Ucraina decide Zelensky?
    In Occidente non si muove foglia che Washington non voglia, figurarsi ora in Ucraina.
    Occupati militarmente come siamo nell’ intera Europa… (Francia a parte, ma anche lì non si può alzare la cresta più di tanto, neppure da parte del “nominato” US Macron).

    "Mi piace"

  6. Grazie kayakmare
    Davvero illuminante questa tragedia di Eschilo.
    Uomini di 2000 anni fa sapevano parlare un linguaggio universale. Uomini di oggi sono retrocessi al linguaggio dei rettili.

    "Mi piace"

  7. Di solito mi trovo in disaccordo con le idee di Borgonovo ma questa volta gli faccio i complimenti per il coraggio che sta dimostrando di sostenere intelligenza critica e saggezza di fronte a qualcosa che sconvolge il presente degli ucraini e rischia di sconvolgere il futuro di noi tutti. Alla faccia del mainstream

    "Mi piace"