Il governo si fa restituire i soldi dati per la pandemia

Il governo si fa restituirei soldi dati per la pandemia. Scatta la tagliola del tetto per gli aiuti, denunciata a suo tempo dalla «Verità» e negata dal ministro: molte aziende devono ridare parte del poco ricevuto. Questo mentre i costi di produzione sono saliti quasi del 40%.

(Giuseppe Liturri – laverita.info) – È passata esattamente una settimana da quando per gli imprenditori si è materializzato fin nei minimi dettagli l’incubo della restituzione degli aiuti ricevuti a partire da maggio 2020, per mitigare l’impatto della crisi economica che ha portato il Pil al più grave calo del dopoguerra. Il provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate del 27 aprile non lascia spazio a dubbi. L’hanno chiamata «restituzione volontaria», solo per indorare la pillola. Si è così rivelata mal riposta la fiducia nelle parole pronunciate il 19 novembre 2020 in audizione parlamentare dal ministro dell’Economia dell’epoca, Roberto Gualtieri, che, affermò perentoriamente: «Tale pericolo non sussiste». Fu la sbrigativa risposta alla domanda del senatore Alberto Bagnai che paventava il rischio di restituzione di aiuti eccedenti la soglia (allora pari a 800.000 euro) fissata dalla Commissione per gestire in un quadro unitario (ma temporaneo) tutte le varie misure di aiuto (contributo a fondo perduto, crediti di imposta, eccetera…) progressivamente varate dagli Stati membri, superando il divieto di aiuti di Stato, lesivi del mercato unico e della concorrenza.

Proprio su queste colonne avevamo manifestato la preoccupazione per l’insufficienza di quella soglia, di fronte ai danni enormi subiti dalle numerose attività chiuse d’imperio o i cui clienti erano rinchiusi in casa.

Successivamente, la Commissione ha emendato quel quadro per ben sei volte (da ultimo il 18 novembre 2021), portando quelle soglie a 2,3 milioni e 12 milioni (solo per le imprese con calo del fatturato superiore al 30% e fino a copertura del 70% o 90% dei costi fissi).

Quegli aiuti furono erogati, a partire dal decreto Rilancio, frazionati in una miriade di interventi settoriali e certamente non brillarono per tempestività e facilità di accesso. Prova ne è che il deficit/Pil consuntivo del 2020 si chiuse al 9,6%, contro il 10,8% programmatico, proprio a causa della scarsa attrattività di alcune misure. Lo stesso dicasi per il 2021, chiuso al 7,2%, contro il 9,4% programmatico, in questo caso anche grazie ad una maggiore
crescita del Pil.

Ora il contribuente sopravvissuto al rischio di portare i libri in tribunale è chiamato a una prova che rischia di portarlo davvero davanti al magistrato, questa volta quello penale.

Dovrà infatti rendere una autodichiarazione entro il 30 giugno – nella forma di dichiarazione sostitutiva di atto notorio, con relative sanzioni penali in caso di errori o omissioni – con riferimento a ben 29 (ventinove!) diverse misure agevolative a partire da marzo 2020. Per ciascuna di esse, dovrà indicare se l’aiuto ricevuto beneficia del plafond da 1,8 o 10 milioni e rilevare l’eventuale eccedenza da restituire entro la data di presentazione della prossima dichiarazione dei redditi. Ma non basta. Poiché il 28 gennaio 2021 quelle soglie furono aumentate, dovrà differenziare gli aiuti ricevuti prima o dopo quella data, con possibilità di riportare in avanti l’eccedenza ante 28 gennaio per beneficiare della soglia più alta. Per infierire su chi si fosse già perso in questo ginepraio, aggiungiamo che quelle soglie sono state aumentate il 18 novembre scorso a 2,3 e 12 milioni, ma il modello messo a punto dal direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, non ne tiene affatto conto, perché tale modello si attiene a quanto disposto dal decreto del ministro Daniele Franco. Tale ultimo decreto, firmato a inizio dicembre 2021, ci ha messo un mese per finire in Gazzetta Ufficiale il 20 gennaio 2022 e, da allora, i tecnici dell’Agenzia hanno avuto bisogno di tre mesi per venire a capo di un vero e proprio labirinto e consegnare così al malcapitato contribuente il rebus da risolvere. A quest’ultimo saranno però concessi solo circa 60 giorni. Poiché i guai non vengono mai da soli, il rispetto delle soglie deve essere verificato a livello di «impresa unica» e non di soggetto giuridico beneficiario. Coinvolgere più società significa aumentare le probabilità di superare le soglie e c’è pure il rischio che qualcuno confonda il concetto di impresa unica con quello di gruppo societario. Infatti l’impresa unica comprende legami funzionali e operativi che allargano il perimetro del gruppo definito dal Codice civile ed è una definizione nata con riferimento agli aiuti de minimis che oggi viene utilizzata – per via interpretativa – anche per questi aiuti. Gli avvocati possono già affilare le
armi.

Non è dato sapere quale sarà l’ammontare degli aiuti effettivamente restituiti. Quest’ultimo aspetto è solo conseguenziale rispetto alla beffa che dovrà subire chi ha rischiato di chiudere la propria azienda, e sarà costretto a passare ore e ore con il proprio commercialista in un percorso a ostacoli per fornire dati in gran parte in possesso del Fisco che però ora lascia al contribuente l’onere dei calcoli, della relativa responsabilità e della restituzione.

Il tutto mentre siamo alle prese con consumi schiacciati da un’inflazione intorno al 7% che non vedevamo da 30 anni e quasi certamente a cavallo di due trimestri in recessione.

Gli imprenditori italiani hanno una buona occasione per respingere tutto al mittente e affidarsi a bravi avvocati, perché questa richiesta della Ue, per procura del ministro Franco, non ha fondamento economico né giuridico.

2 replies

  1. Ma se un’azienda ha chiuso i battenti cosa fanno? Mandano le milizie a sfrattarlo e gli pignorano la casa?
    Ma se uno invece ha resistito e ha dovuto contrarre debiti per restare sul mercato? Gli sequestrano l’attività?
    E se uno sbaglia i conti?

    Chissà che fine ha fatto il movimento dei forconi?……

    "Mi piace"

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