Enna, tra Algeri e Andalusia ma il sacro passa dalla sanificazione

(Pietrangelo Buttafuoco – La Repubblica) – Nell’improvviso della sera – Venerdì sera – un brivido.

Uomini vestiti di tuniche e cappucci, sbucano dall’oratorio.

Sono due distinti eserciti: il Santissimo Sacramento e l’Addolorata.

Sono bianchi e blu e sono popolo e signoria al contempo.

Sono le braccia della pietà.

Schierati, scivolano silenziosi verso l’antro carico di dolore: Gesuzzu è in croce. Grappoli di cristiani aspettano sforzando la coda dell’occhio per assistere alla deposizione.

Mezzi cattolici e mezzi musulmani, canta Lello Analfino. E gli anziani di voce lunga, infatti, si mettono a cerchio per levare il lamentu, una sorta di sura coranica dove si sovrappongono versetti di rammemorazione della Passione di Nostro Signore Gesù il Cristo.

A occhi chiusi è difficile distinguere lo stato in luogo: sembra l’eterna Andalusia il sottofondo. Sembra Algeri, sembra Atene questo snocciolare singhiozzi di vecchi capaci di fare lied. Sembra tutto ed è la Processione in quel Sud del Sud dei Santi qual è l’entroterra di Sicilia.

E dunque ecco Enna, Pietraperzia, Assoro, Aidone e Leonforte, la città dove la processione trova strada nella Cuticchiata e la discesa verso la fontana dei Ventiquattro cannoli è un abisso.

Cristo, nudo e bucato da chiodi – povero Figlio seguito dalla Madre – si avventura nella morte.

La musica lo spinge e la gente che sente freddo si muove senza un preciso sentiero.

Ma così nella rappresentazione di un tempo.

La processione fatta di popolo che precipita da ogni angolo e da ogni punto senza altra prospettiva che lo sguardo di Cristo e il petto sanguinante di sua Madre ora – ahinoi – non c’è più.

Adesso è prevista una sfilata.

Niente più quell’arrivare ovunque

Come ad averci preso gusto alla pandemia, all’ama il prossimo tuo si sovrappone il distanzia il prossimo tuo come te stesso.

Non ci si stringe più sotto il peso immane della vara per issare la Croce, i chiodi, il Figlio morto e il Manto della Madre. E il cappuccio deve stare alto – fissato sulla fronte – a testimonianza dell’obbedienza: FfP2 correttamente indossata.

Quel che ha avuto valore in ogni tempo – con qualunque peste, con le guerre, con i terremoti e l’Ira di Dio perfino – adesso, potenza della laicità, si sottopone al vaglio della profilassi.

Quella folla davanti, di dietro, quella folla che arriva e la folla che aspetta – precedendo il tracciato già segnato da cumuli di legna e frasche pronte per essere accese al passaggio delle due statue – si trasfigura nel minuetto di una cautela sanitaria.

La sanificazione in luogo della santificazione.

Quel che non vale nell’affollarsi dei mezzi pubblici, delle discoteche e degli stadi non vale per il Rito giusto a conclamare l’unico dogma ideologicamente corretto, ovvero: la fissazione è peggio della malattia.

Il funerale di popolo, quello del Venerdì Santo, agli occhi dei “cattolici adulti” è solo folclore. Questo è il punto. La viva carne cristiana d’Italia è afona, e orba di parola. E tutto ciò turba quando giammai la chiesa del silenzio, come al tempo della persecuzione sovietica, ebbe a ridursi a così prona obbedienza, come oggi, verso l’andazzo.

Se c’è un’assenza nella vita di tutti – quando forte è l’urgenza – questa è quella del Sacro, espunto dalla sfera sociale. E se c’è un lascito di popolo, in quel che permane – anche a dispetto della congrega “adulta” – è il segreto rumore del cuore nell’approssimarsi della Settimana Santa di Passione.

Lo attesta l’epica delle confraternite nel Sud dei Santi quando nelle donne e negli uomini chiamati alla pietas si sveglia il ricordo del Dio trafitto, squarciato e inghiottito dai suoi stessi fedeli.

Ogni rimando remoto – nel tempo, con Dioniso, e nella distanza che porta a Kerbala, con il sacrificio di Husseyn – conferma la comunanza sacrissima nel patire, in ogni modo ovunque e per sempre “unto”, il pathos, dappertutto consacrato nell’accettazione di sé, disobbediente sempre verso l’andazzo.

La processione di popolo – che mai sarà una sfilata – è viva compassione. Il momento in cui ciascuno con-patisce la Passione nel suo culmine quando la Croce s’inchioda al monte Cranio e la vita di tutti incontra il tramonto.

Ecco la Processione, ecco il Rito ed ecco cosa si racconta il popolo quando si perde per le strade del paese.

Ponzio Pilato ha ancora un forte mal di testa.

Il Cireneo sente ancora sulla spalla la zampata del legno.

I legionari si sono spartiti la tunica e ancora per un po’, il più spiritoso, contempla la corona tutta di spine da cui goccia il sangue.

Gli altri due condannati appesi – sollevati con le corde – ancora non si capacitano di starsene lì, in mezzo alla folla che ancora dice Barabba per festeggiarne la liberazione.

La Luna, tra le nuvole, guata atterrita, Pietro non sa più dove nascondersi mentre Giuda cerca l’albero cui appendersi.

La Terra si apre mentre la Croce chiama il Padre.

Il manto della madre – l’Addolorata – disegna nel buio i ricami dello strazio.

Le donne accanto a lei portano i gigli della purezza, i lumini della speranza e le lacrime della Misericordia.

Nell’improvviso del brivido l’urlo della Misericordia.

Il Venerdì del Martirio è l’ansia del troppo tardi, del tutto da troppo tempo finito.

Il colpo cupo della grancassa della Banda chiama la processione, da oggi la sfilata

È il Venerdì Santo dopo la pandemia, due si sono persi nell’assenza per il lockdown – ed è stato come sentirsi strappare il cuore dalle carni – il terzo invece torna “sanificato”.

Nell’improvviso della sera, nell’andazzo.

Post scriptum

Ogni Venerdì Santo, al paese, a Leonforte, si fa tappa dentro la Chiesa della Madonna del Carmelo. In un angolo, sul muro, accanto all’uscio laterale, c’è un riquadro di grata in ferro, fissata al muro a custodia di un sasso. È, appunto, un minerale: è la pietra della peste. Si racconta che nel 1624 una nave approda a Palermo portando con sé il morbo. Tutta la Sicilia è toccata dalla morte, lo stesso vicerè – Emanuele Filiberto – non si salva.

La popolazione dell’isola è decimata e soltanto in pochissime città, Enna, per esempio – e poi Leonforte – grazie al cordone sanitario imposto dalle autorità, non si registrano morti. Qualcuno però paga un untore che immerge nell’acquasantiera della chiesa una pietra intrisa nei liquami di un appestato affinché il morbo prenda tutta Leonforte.

L’untore consegna Leonforte alla peste ma la Madonna, misericorde, s’impone col miracolo: prosciuga l’acqua nella sacra pila e così salva la città.

La Repubblica, 14 aprile 2022