Il mistero del terzo mandato: vietato sì, ma permesso anche

Bisognerebbe scegliere. Ma se nessuno vince e nessuno perde, tutto resta sospeso. Ed è così che dieci anni sono troppi per alcuni, troppo pochi per altri e insoddisfacenti per tutti

(Marco Demarco – corriere.it) – È il mistero del terzo mandato. Non s’ha da fare dice la legge dello Stato a proposito dei governatori regionali. Ma sta di fatto che nella patria del diritto, nonostante l’esplicito divieto, e sfidando lo spirito se non la lettera della Costituzione, i terzi mandati sono ormai la prassi. Paese legale e Paese reale? Appunto, ci risiamo. E per giunta nel vivo di un conflitto irrisolto tra centralismo e autonomismo che l’emergenza pandemica ha fortemente accentuato.

Tanto che ora si fanno avanti anche i sindaci delle grandi città: anche per loro dieci anni, calcolando quelli della prima elezione e della possibile riconferma, non sono sufficienti a piegare nel verso giusto il destino dei territori. Gaetano Manfredi, neoeletto a Napoli, lo ha detto alla vigilia di un incontro con Draghi: «Serve una riforma che permetta ai Comuni di agire con la flessibilità necessaria e ai sindaci di ricandidarsi». Tuttavia, la voce di Manfredi è volata via leggera, mentre quella tronante di Vincenzo De Luca – che di recente ha però invitato i dissidenti a occuparsi d’altro, «perché ora c’è la guerra»- ha già provocato una slavina, con tanto di appelli, firme e proposte di norme correttive.

Si possono ovviamente fare molti distinguo. Intanto, Manfredi è un sindaco insediatosi da pochi mesi e De Luca è già al secondo mandato regionale con quattro da sindaco di Salerno, due+due con una interruzione nel mezzo. Poi, l’incontenibile De Luca, solista nel centrosinistra, non è il leghista Zaia, che pure è stato eletto nel 2010, nel 2015 e nel 2020. E Zaia non è il democratico Errani, governatore dell’Emilia-Romagna nel 2000, nel 2005 e nel 2010. O Michele Iorio, di Fratelli d’Italia, vincitore in Molise negli stessi anni. O Mario Spacca nelle Marche, insediatosi nel 2005, riconfermato nel 2010 e bocciato, da ex Pd, alle elezioni del 2015. Senza contare che nessuno di loro è paragonabile all’azzurro Formigoni, eletto in Lombardia addirittura quattro volte, a partire dal 1995.

Si parla dunque di personalità, alleanze e contesti diversi: nonché di tempi diversi, visto che è certo clamoroso il caso di chi è stato «trieletto» non a cavallo della legge, ma sempre dopo il divieto. E tuttavia, come non ammettere che c’è della schizofrenia in questo ondeggiare tra un’eccezione e l’altra? Come giustificare i due pesi e le due misure: i sì in Lombardia, in Veneto, in Emilia Romagna, nelle Marche e in Molise e i no in Campania e probabilmente anche nella Puglia di Emiliano?

Dal punto di vista tecno-giuridico la questione del terzo mandato negato ma praticato è un vero busillis. Ne sanno qualcosa i costituzionalisti che da tempo studiano il caso forse più noto, quello del sempreverde presidente peruviano Alberto Fujimori (e della figlia Keiko) esplicitamente citato nelle controversie giudiziarie italiane. Dalle nostre parti, comunque, le cose stanno così. La Costituzione rimanda alla legge ordinaria e questa, che è arrivata nel 2004, da un lato sancisce la «non immediata rieleggibilità allo scadere del secondo mandato consecutivo del Presidente della Giunta regionale», dall’altro rimanda a sua volta a un’altra legge di ambito regionale.

Così il limite c’è, indicato per l’intero Paese, ma accompagnato dal paradosso per cui, quando viene ribadito in sede locale, esso stesso, in ossequio al principio della non retroattività delle leggi, consente di azzerare il conto dei mandati precedenti e di ricominciare daccapo. André Gide ne parlerebbe come di una mise en abyme, le narrazioni che si autoriproducono all’infinito, come chi sogna di sognare o si dipinge mentre dipinge. Solo che il nostro impianto normativo non è stato immaginato né da Van Eyck, né da Velasquez o da Escher. E si vede. Il risultato è che il terzo mandato consecutivo è una deviazione non solo rispetto alla legge statale, ma soprattutto rispetto agli obiettivi che il legislatore ambiva a raggiungere.

Il terzo mandato consecutivo è una deviazione non solo rispetto alla legge statale, ma soprattutto rispetto ai due obiettivi che il legislatore intendeva raggiungere con l’elezione diretta e il limite dei dieci anni: l’instabilità dei governi locali e la sostanziale continuità del ceto politico. Capitava infatti che le giunte cadessero e si ricomponessero troppo di frequente, ma che a decidere dei destini dei territori fossero in sostanza sempre gli stessi leader politici. Il primo problema è stato risolto, ma a danno del secondo, perché chi si ricandida per la terza volta, anche se in un crescendo di consensi come nel caso di Zaia, oggettivamente autocertifica il proprio fallimento almeno su un punto: il mancato rinnovamento della classe dirigente, che è condizione indispensabile per evitare incrostazioni di potere.

Resta ora da appurare se tutto questo sia causa o effetto del conflitto che da anni blocca le sorti del regionalismo italiano. Da una parte ci sono quelli che vorrebbero archiviarlo definitivamente, ritenendolo ormai irredimibile; dall’altra chi ancora spinge per le autonomie differenziate, viste come espressioni di un nuovo pluralismo istituzionale. Bisognerebbe scegliere. Ma se nessuno vince e nessuno perde, tutto resta sospeso. Ed è così che dieci anni sono troppi per alcuni, troppo pochi per altri e insoddisfacenti per tutti.

3 replies

  1. IL TERZO MANDATO- Viviana Vivarelli.

    Nel M5s non si è ancora arrivati a una decisione sul divieto al terzo mandato, difeso da Grillo ma non da Conte e ovviamente non da Di Maio.
    Quello che nessuno dice è che questo divieto esiste anche per altri partiti. C’è per esempio nello statuto del Pd, ma questo non ha impedito a Vasco Errani di essere governatore dell’Emilia Romagna per 3 volte.
    Ugualmente Formigoni è stato per 3 volte governatore della Lombardia.
    Lo Statuto del Pd all’articolo 22 è molto chiaro:
    “Non è ricandidabile da parte del Partito Democratico
    per la carica di componente del Parlamento nazionale ed europeo
    chi ha ricoperto detta carica per la durata di tre mandati”.
    Peccato che poi gli onorevoli e i senatori uscenti con “tre mandati” alle spalle non sarebbero più 90 ma una trentina. L’eccessivo attaccamento alla poltrona se ne frega delle regole e c’è chi in Parlamento ci sta a vita.
    In politica come in ogni settore della società sarebbe auspicabile un ricambio ogni tanto, ma vediamo casi pietosi come Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, 39, mentre Maurizio Gasparri e i leghisti Roberto Calderoli è sono parlamentare da 30 anni, D’Alema 33 anni, Larussa 30.
    Ora sembra che anche i sindaci vogliano il terzo mandato.
    Insomma, raggiunto un posto di potere, chi li schioda più?

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  2. La prova provata che in politica si sta benissimo e che mai nessuno è pronto a lasciarla.
    È non certo per spirito di servizio.

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  3. Oltre ad avere la Costituzione più bella del mondo, da no applicare a proprio piacimento, occorrerebbe che la gente comune si svegliasse, ma purtroppo il sonnifero che è stato somministrato e continua ad essere dato in dosi srmpre più massicce non consente più il risveglio nè delle menti nè delle coscienze.

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