Partiti più deboli, un’inedita perdita di potere

Da almeno un decennio il potere di fatto del presidente della Repubblica si è estremamente e continuamente allargato. Fino al punto che egli è divenuto il virtuale «dominus» della vicenda politica e istituzionale del Paese

(Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – L’altro giorno su queste colonne Paolo Mieli ha notato (e stigmatizzato) il voltafaccia compiuto dai partiti nei confronti di un’eventuale candidatura di Mario Draghi alla presidenza della Repubblica non appena una tale candidatura, che molti degli stessi partiti sembravano in precedenza auspicare, è sembrata divenire possibile in seguito alla disponibilità manifestata in proposito dallo stesso Draghi. Il voltafaccia è stato a tutti evidente e lo stupore e la riprovazione appaiono più che giustificati.

Ma quel voltafaccia non è casuale, non si deve a una qualche bizzosa incoerenza. Esso ha una sua ragione profonda. Affonda le radici infatti nell’aspra realtà dei rapporti di forza e nelle ragioni del potere. Cioè nelle due categorie che a dispetto di tutte le illusioni che possono farsi le anime belle costituiscono il cuore freddo della politica e determinano le decisioni dei suoi attori.

Infatti, spogliata di tutte le chiacchiere di circostanza e ricondotta alla sua realtà, la prossima elezione del presidente della Repubblica agli occhi dei partiti che ne sono i protagonisti si presenta a questo modo: come la scelta di chi nei prossimi sette anni sarà il loro padrone.

So bene che non è certamente questo lo spirito con il quale coloro che a suo tempo scrissero la Costituzione intendevano la figura del capo dello Stato. Ma i Padri costituenti commisero l’errore di attribuire alla carica tali e tanti poteri da rendere comunque possibile la trasformazione di quella figura che ormai è sotto gli occhi di tutti: da notaio del sistema politico a suo padrone di fatto. Giuliano Amato ha sostenuto ripetutamente che si trattò di una scelta tutto sommato felice. Che i poteri attribuiti al presidente sono, per usare le sue parole, dei poteri «a fisarmonica», e cioè saggiamente concepiti in modo che a seconda delle necessità essi possano restringersi o dilatarsi: cosicché del loro eventuale allargamento non bisogna allarmarsi, dal momento che esso finirebbe per essere unicamente funzionale alla rimessa in carreggiata del sistema. Sarà. Ma chi decide quando è il caso che quei poteri vadano ristretti o allargati, e come, e fino a che punto? E chi stabilisce quando ricorre l’una o l’altra circostanza? Ancora e soprattutto: che cosa succede del sistema politico-istituzionale quando per molto tempo si verifica un forte allargamento dei poteri del capo dello Stato?

Perché precisamente questo è quanto è successo in Italia. Da almeno un decennio il potere di fatto del presidente della Repubblica si è estremamente e continuamente allargato. Fino al punto che egli è divenuto il virtuale «dominus» della vicenda politica e istituzionale del Paese. Sia ben chiaro a scanso di equivoci: lungi dall’esser causato dalle maliziose intenzioni di chi ha ricoperto via via la carica, tutto ciò è accaduto in forza delle circostanze, e di una in particolare: della caduta a picco della credibilità pubblica dei partiti, della loro crescente inconsistenza programmatica, della paurosa perdita di qualità del loro personale. Ma non solo. Ha contato non poco pure la farraginosità estrema di un bicameralismo perfetto e l’assurdità di un sistema di governo che come norma si rivela ostile a qualunque decisionalità di vertice, essendosi per giunta trovato a dover fare i conti con un insensato regionalismo federalista. È stato l’insieme di tutti questi elementi che hanno contribuito a sottrarre ai partiti immagine, incisività, potere, e li ha resi sempre meno popolari rispetto a un capo dello Stato il quale, più essi perdevano le cose ora dette, più egli invece ne acquistava di eguali. Più essi perdevano prestigio e influenza sostanziale più egli ne acquistava.

Progressivamente e sia pure nel rispetto delle forme esteriori della cortesia istituzionale, a causa di questa oggettiva contraddizione il sistema è sottoposto da anni ad una tensione crescente. Una tensione che finora non è esplosa, io credo, proprio a causa della sempre più forte disparità di forze tra i due elementi in contrasto. Una tensione che però non riesce più ad essere contenuta nel momento in cui essa tocca il suo vertice paradossale. Nel momento cioè in cui sono i proprio i partiti, i rappresentanti della parte debole, ad avere tuttavia il potere di eleggere il presidente della Repubblica, vale a dire il rappresentante della parte forte che con ogni verosimiglianza continuerà ad essere sempre più forte e sempre a loro svantaggio. Immaginare infatti che con Draghi presidente della Repubblica ai partiti sia ancora concesso lo spazio di manovra, la possibilità di fare e disfare, di designare i loro amici e clienti a questa e a quella carica, significa immaginare davvero qualcosa d’inverosimile. Come stupirsi allora se, fin dalle avvisaglie della sua candidatura di Draghi, essi manifestano, più o meno tutti, il loro disappunto, mettendo fine alla commedia delle scorse settimane in cui fingevano di non aspettare altro che il momento della sua discesa in campo per avere il piacere di votarlo?

10 replies

  1. Con tutta la propaganda che hanno fatto in questi anni, dalla Casta in poi, e con noi che come al solito abbiamo abboccato sfogando la nostra aggressività, hanno preparato il terreno ai Migliori. Se tutti gli eletti sono inetti, imbecilli e ladri, ci vorrà pure qualcuno che ripristini l’ordine!
    Così nascono i totalitarismi.

    "Mi piace"

  2. Al redattore di questo più che condivisibile articolo voglio fare una domanda estremamente semplice: non ritiene che la confusione e la precarietà dei partiti non rispecchi esattamente la condizione dell’elettore e cittadino? Prima ancora di analizzare i rapporti interni e tra i partiti e il caos e l’inconsistenza che vi regna forse è meglio analizzare la conoscenza e quindi la padronanza della situazione politica italiana da parte dei cittadini. Una opinione sana e consapevole il cittadino se la fa consultando quotidianamente ciò che trova scritto sui quotidiani sulle tv e sui social media. Coloro i quali si informano sui social sono la minoranza per ovvi motivi di tempo e di confidenza con essi, perciò la maggior parte dell’informazione, che poi andrà a creare un sua opinione, la prende dai giornali e tv. E qui arrivano le dolenti note. Lei sa perfettamente che la nostra informazione nel campo politico è, pur non essendoci quasi più i giornali di partito, una pletora propagandista politica che crea nel cittadino quel caos che lei o Mieli lamentate attraversare il sistema politico nostrano. Allora dove sta il bubbone all’origine del totale disorientamento civile di questo povero paese? secondo me quasi esclusivamente nell’informazione cloaca del mainstream (confindustria, banche ,partiti, ecc.ecc.) preoccupato esclusivamente di curare propri interessi politico-affaristici: Ma se loro sono ritenuti la classe dirigente di questo paese che esempio danno, insieme ai giornalisti più noti, al cittadino italiano? Siate più onesti e perseguite i vostri ideali con gran trasparenza e integrità e trasmettetelo al popolo senza fare propaganda e vedrete che questa inconsistenza della cosa pubblica si attenuerà di molto. In sintesi: in un sana democrazia una sana informazione.

    "Mi piace"

    • “Al redattore di questo più che condivisibile articolo voglio fare una domanda estremamente semplice:”

      Condividi che i partiti non vogliano Draghi perché non potrebbero più designare amici e clienti?
      E in che modo Draghi si sarebbe opposto al malcostume? Non dico che lo interpreti lui, ma azioni scoraggianti quali sono state?

      "Mi piace"

    • @ Brown : un plauso a uno che, una volta tanto, rinfaccia a Galli della Loggia e alla sua consorteria l’ essere proni e servili a padroni, in pieno conflitto di interessi, per una informazione faziosa degna della più retriva propaganda nazifascista di un tempo !

      "Mi piace"

  3. Quindi Galli della Loggia si dimostra critico verso l’allargamento di potere della presidenza della Repubblica.
    Troppo facile però denunciare il peccato ma non nominare il peccatore.
    Vorrà forse implicitamente riferirsi all’inedita nomina diretta dei “10 saggi” composta da tecnici e politici di ogni partito (tranne uno), tra i quali ricordiamo gli attuali Giorgetti, Giovannini, Quagliariello, Violante? O l’unico caso nella storia d’Italia di secondo mandato per un PdR; contro il quale lui si batté strenuamente?
    “L’Italia comincia ad avere paura, sì paura – scrive Galli della Loggia -. Nel marasma generale la Presidenza della Repubblica è rimasta ormai la sola sede possibile di identificazione della compagine nazionale, la sola fonte autorevole di decisioni libere e disinteressate per quanto possono esserlo decisioni umane. Tutto ciò si deve a Giorgio Napolitano. Possiamo allora chiedere sottovoce: perché rinunciare a un simile presidente?”

    "Mi piace"

  4. EGL non dice che è stata la schiforma della legge elettorale per fermare i 5S che ha scaturito la M3RD@ attuale, e che per ben DUE volte, adducendo scuse risibili, il PDR ha impedito il voto.

    “Sia ben chiaro a scanso di equivoci: lungi dall’esser causato dalle maliziose intenzioni di chi ha ricoperto via via la carica”
    maliziose intenzioni?
    no no proprio volute! chi ha dichiarato “o la fiducia a questo governo o elezioni?”

    "Mi piace"

  5. L’INTERVISTA
    Luciano Canfora: “Altro che miracoli, il premier si sbriciola alla prova dei fatti”
    SENZA APPELLO – Il professore: “Ogni volta che si trova di fronte a una decisione impegnativa, il governo finisce col rinviarla”
    DI TOMMASO RODANO (Fatto Quotidiano)
    31 DICEMBRE 2021
    *** Professor Canfora, è tra i pochi “laici” che non riescono ad apprezzare il miracolo di Draghi.
    Il miracolo draghiano è una costruzione retorica che alla prova dei fatti si sbriciola. Mi sembra che oltre a mettere in ginocchio i partiti, soprattutto il Pd che è ai suoi ordini, abbia ottenuto poco. Ogni volta che si trova di fronte a una decisione impegnativa, il governo finisce col rinviarla.
    *** Per esempio?
    Penso alle politiche sul lavoro. Il ministro Orlando si era impegnato a intervenire contro le delocalizzazioni aziendali selvagge, indiscriminate, fatte nell’esclusivo interesse capitalistico. Serviva una legge severa, non si è fatto praticamente nulla. Oppure le politiche per la scuola: andrà a finire che faremo un monumento all’ex ministra Azzolina. Ci si è riempiti di retorica per poi lasciare tutto com’è.
    *** È andata meglio la gestione della pandemia?
    Non ho capito perché si sia scelta la via dei piccoli passi, decisioni parziali che hanno esasperato chi era già ostile, per pregiudizio, nei confronti del vaccino. Un pregiudizio antiscientifico, certo, ma esacerbato con le misure che hanno progressivamente istituito una forma indiretta di obbligo. L’articolo 32 della Costituzione dice che nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario, se non per disposizione di legge. Serviva dunque una legge. Invece questo governo, che si è presentato come decisionista, non è stato capace di stabilire una norma chiara.
    *** Lei è spietato con i Migliori.
    Draghi ha dimostrato di non essere un politico abile. Diranno: certo, non è un politico, ha una formazione accademica. Eppure nella vita universitaria, in miniatura, la politica si sviluppa con le stesse regole. È stato un errore colossale far capire che a breve al suo posto ci potrà essere anche un altro, senza informare preventivamente le forze politiche. Un quarto d’ora dopo le sue dichiarazioni, invece, sono uscite le reazioni ostili e perplesse dei partiti. Questo vuol dire non avere mestiere.
    *** Sta venendo meno anche la deferenza, o autentica adulazione, di stampa e opinione pubblica?
    In verità l’opinione pubblica non ha mai potuto esprimersi. Gli indici di popolarità rilevati dai sondaggisti lasciano il tempo che trovano. I media invece furono protesi in favore del premier dall’inizio. Ricordo il buffo passaggio di un articolo di Repubblica che è stato citato dal direttore del suo giornale, Marco Travaglio: c’era scritto, mi pare, che i busti di Cavour e di De Gasperi si inchinavano nei corridoi di Montecitorio al passaggio di Draghi. Non una bella pagina per l’informazione. Adesso i giornali insistono su un elemento contraddittorio: si dice che il virus è indebolito – hanno inventato il neologismo “raffreddorizzato” – ma allo stesso tempo ci viene detto che la Patria è in pericolo e Draghi e Mattarella devono restare al loro posto.
    *** Enrico Letta ha detto che Draghi va “tenuto stretto”, al Colle o a Chigi. E ha ripetuto un’idea del premier: per il Quirinale serve una maggioranza ampia almeno quanto quella che sostiene il governo.
    Dire come debba essere la maggioranza per il Quirinale è una gaffe istituzionale. Si costituisce un collegio elettorale, i cosiddetti grandi elettori, proprio per significare che il corpo che sceglie il presidente è altra cosa rispetto agli schieramenti partitici. Per il resto, se il Pd è convinto di non avere altri uomini di valore fuorché Draghi, con tutto il rispetto, dimostra di essere a corto di personale politico. Sarebbe allarmante.
    *** Berlusconi può farcela davvero?
    Mi viene in mente una battuta di Vittorio Feltri. In pieno Rubygate, disse ridendo: “Vi immaginate cosa porterebbe uno come Berlusconi al Quirinale?”. Alludeva alla disinibita disinvoltura del personaggio, ne parlava come di un paradosso comico. Oggi viene presentata come un’ipotesi seria. Al di là dell’assurdità di un tale scenario, purtroppo questo Parlamento è guidato da uomini avventurosi, che potrebbero anche determinare un esito sconvolgente. Come Renzi e i molti al suo seguito

    Piace a 1 persona

    • Ricordo quando andavo al liceo e studiavo sui libri di Canfora, sembrava di viaggiare su un altro pianeta culturale, rispetto alla media dell’epoca, in quello degli Eco e dei Pasolini.. rispetto alla media attuale, addirittura in un’altra galassia..
      Ed anche oggi che ha ottant’anni, indipendentemente dalla fede e dalle ideologie politiche che ha, riesce a mostrare quella lucidità che a quasi tutti manca nel teatrino attuale, specie a sinistra..
      Oggi sarebbe nella ristretta cerchia dei migliori presidenti possibili, e sicuramente un Presidente che strozzerebbe in gola a tutto il mondo le risate che già si apprestano a fare sull’Italia..

      “se il Pd è convinto di non avere altri uomini di valore fuorché Draghi, con tutto il rispetto, dimostra di essere a corto di personale politico. Sarebbe allarmante”
      Acuto e fulminante

      "Mi piace"

  6. Un partito ha un potere politico nel senso di indirizzare una certa azione di governo e di votare o no certe leggi. Ed ha un potere economico nel senso di attrarre finanziamenti, fondi pubblici, donazioni, mazzette ecc.
    Col potere dittatoriale di Draghi entrambi questi poteri rischiano di essere annullati. Dove comanda solo uno, alla fine non conta più nessuno.
    Alla fine anche i partiti si renderanno conto che, trasformati in cortigiani, o yes man, accelerano la propria fine. Così come la classe media e medio alta di un paese arriveranno a comprendere che là dove comandano solo gli squali più alti della finanza, è decretata la loro fine.

    "Mi piace"