Peter Gomez: “Travaglio non dimentica mai. Ricorda le scortesie di 20 anni fa. Io no. Se perdoni, vivi meglio”

(Stefano Lorenzetto – L’Arena) – Per capire da chi abbia preso la stoffa del combattente il giornalista Peter Gomez, basta vedere una foto custodita nella casa di famiglia a Parona, che lo ritrae nel 1963 a New York, appena nato, fra le braccia di Aleksandr Kerenskij, il politico russo che sarebbe morto in esilio negli Stati Uniti di lì a sette anni, già ministro della Giustizia, poi della Guerra e infine capo del governo dopo la Rivoluzione d’ottobre, il quale nel 1917 cercò di tenere testa a Lenin e ai bolscevichi.

Già molto tempo prima di approdare nella ridotta del Fatto Quotidiano come azionista («possiedo il 3 e qualcosa per cento») nonché direttore del sito e del mensile FQ Millennium, e in tv su Nove quale conduttore del talk show La confessione, il veronese d’adozione aveva provveduto ad accorciarsi il cognome, tagliando, in anticipo sulle teorie gender, quell’Homen maschilmente connotante: in cima o in fondo ai suoi articoli non è mai comparso.

Allorché sul Giornale apparve «Peter Gomez» in calce a uno scoop sui diari di Aldo Moro prigioniero delle Br, la rassegna stampa di Radio Radicale ebbe buon gioco nel dichiararlo «firmato chiaramente con uno pseudonimo».

Il taglio del cognome avvenne già sui banchi del liceo scientifico Messedaglia. Per compagna di banco aveva la figlia del questore di allora, Luigi Zingales. Siccome erano due chiacchieroni irredimibili, un professore spazientito li richiamò all’ordine con una crasi frutto della concitazione: «Gonzales, basta!».

Che sia Speedy, non si discute. Primo stage all’Arena ad appena 20 anni. Segue Il Giornale, chiamatovi da Indro Montanelli, che lo porterà con sé anche nella sfortunata avventura della Voce. Resta disoccupato pochi mesi: Stampa ed Espresso se lo contendono. Sceglie di accasarsi nel settimanale come inviato. Lo lascia nel 2009 per dar vita al Fatto Quotidiano insieme con Marco Travaglio, che era stato suo sodale al Giornale.

Oggi della famiglia Gomez Homen rimane nel Veronese solo Francesca, sorella minore di Peter, psichiatra, dirigente medico all’ospedale Orlandi di Bussolengo, che abita a San Floriano. Il padre Filippo, detto Lippo, se l’è portato via il coronavirus lo scorso 2 gennaio, nel giro di 48 ore. Meno di due mesi prima, era morta di tumore la madre, Patricia Fossati. Le loro ceneri sono nel cimitero di Marano.

Peter, 58 anni il 23 ottobre, nacque nella Grande Mela perché in quel periodo Filippo Gomez Homen lavorava nella sede newyorchese della Bbdo, colosso mondiale della pubblicità. Lo raggiunse lì la fidanzata Patricia, proletaria milanese, figlia di un operaio socialista, femminista, simpatizzante del Pri. Si sposarono e nove mesi dopo arrivò il primogenito.

Nel 1965 la coppia tornò in Italia con il frugoletto e si stabilì a Milano, poi a Firenze, quindi di nuovo a Milano. Il capofamiglia divenne direttore generale di varie agenzie pubblicitarie, sulle orme del padre Pier Filippo, per gli amici Piffi, che nel dopoguerra aveva fondato la Sirpi, ceduta negli anni Sessanta all’americana Bbdo. «Si deve al mio nonno paterno se siamo arrivati a Verona».

Racconti.

Affittò per le vacanze il casino di caccia della Villa Canossa di Garda, dove la marchesa Alessandra di Rudinì, prima di farsi suora, incontrava l’amante Gabriele D’Annunzio. Si diceva che il Vate comunicasse con lei con segnali dalla sponda opposta del lago. Da bambino verificai con il binocolo: di Salò o Gardone da lì non si vede un tubo. Poi il nonno si costruì una casa sulla Rocca di Garda. Morì nel 1983. È sepolto a Bardolino.

Mi parli di suo padre.

Aveva conosciuto un giornalista veronese, Gino Colombo. Insieme aprirono un’agenzia di pubblicità. Non andò bene. Tornò a Milano a lavorare per il fernet Branca. In seguito andò a Valdagno, a dirigere l’advertising della Marzotto. Dopodiché a Verona lanciò Vecom, sempre nel settore. Intanto mia madre aveva messo su un’agenzia di viaggi, Everywhere, vicino ai Portoni della Bra.

Dove abitavate?

In via Sant’Antonio, nel palazzo di fianco al cinema Corso, oggi chiuso. Da lì traslocammo in lungadige Re Teodorico. Infine a Parona.

Che cosa pensa di Verona?

Sarà toccato anche a voi qualche ladro, ma nel complesso la città è sempre stata ben amministrata. Te ne accorgi visitandola. Le sono molto, molto affezionato. Da pensionato vorrei tornare a viverci.

Ha un cognome iberico.

La stirpe arrivò dalla Spagna circa 500 anni fa: a Roma c’è un Palazzo Gomez acquistato da Baldassar Gomez Homen nel 1669. Da lì si espanse a Napoli, quindi a Firenze, dove nacque mio padre. Mio nonno ne fu il vicepodestà. Nel 1934 aveva sposato l’inglese Eleonora Haslip, chiamata così in onore di Eleonora Duse. La madre di mia nonna, austriaca, era una fan scatenata dell’attrice: aveva fatto piovere su Vienna petali di rosa in suo onore.

In segno di riconoscenza, l’interprete dannunziana le fece dono di una Divina Commedia autografata, che oggi conservo io. Mio nonno non fece carriera con il fascismo perché sua cognata Joan Haslip, importante scrittrice, lavorava a Radio Londra. Anche lui se la cavava bene con la penna: collaborò con Tempo Illustrato, La Stampa e Il Borghese di Leo Longanesi. Era molto amico di Indro Montanelli, Luigi Barzini e Gaetano Afeltra.

Mi risulta che suo nonno sia stato deputato dal 1939 al 1943.

Esatto. Alessandro Pavolini, cui era legatissimo, progettava di portare in Valtellina il Duce e gli ultimi fascisti della Rsi per la battaglia finale, ma non lo volle con sé. «Noi siamo militari, tu sei un civile, vattene», gli ordinò.

Dei suoi anni al liceo Messedaglia chi ricorda?

L’insegnante d’italiano, Valente Isolan, e quello di religione, don Giovanni Cremon, ossessionato dal sesso. Quante litigate. Per farlo arrabbiare, scrivevo sulla lavagna: «Che gaia la vita gay». Dava di matto.

Com’è diventato giornalista?

Ero al terzo anno di giurisprudenza alla Cattolica di Milano. Mandavo lettere d’amore a Laura. Mi rispose: «Scrivi bene. Perché non fai il giornalista? Hanno appena aperto una scuola vicino a casa mia. Se vuoi, t’iscrivo». Accettai. Si trattava dell’Istituto Carlo De Martino per la formazione al giornalismo. Su 800 candidati, il mio tema si classificò primo, insieme con quello di Goffredo Buccini. L’orale lo sostenni con il veronese Giulio Nascimbeni, capo della Cultura al Corriere della Sera.

E Laura l’ha poi sposata?

No. Ho avuto per compagna un’altra Laura, la stilista Urbinati. Siamo separati. Nostra figlia Olga, 16 anni, vive con lei.

Arrivò all’Arena per uno stage.

Non pagato. La scelta fu mia. Gli altri puntavano ad andare nelle grandi redazioni. Pensai: in un piccolo giornale mi faranno lavorare sodo, quindi apprenderò di più. Al primo colloquio, il direttore Giuseppe Brugnoli mi disse: «Se qui impara bene il mestiere di cronista, poi potrà farlo anche a Beirut», e si riferiva alla guerra che infuriava in Libano. Aveva ragione. È vero, è così.

Ha imparato bene.

Fui affidato alle cure di un redattore eccellente, Giuseppe Anti. Primo servizio: sagra di San Vito al Mantico. Pensavano che tornassi con la classifica del palo della cuccagna. Invece scoprii che c’era un esposto alla Soprintendenza perché il sagrato della vecchia chiesa era stato coperto con una colata di cemento per trasformarlo in pista da ballo.

Prometteva bene già allora.

Il secondo servizio fu legale. I vigili urbani avevano sequestrato la Leica al fotoreporter del giornale, Tiziano Malagutti, che aveva ripreso senza permesso alcuni lavori stradali. Siccome avevo dato sei o sette esami di legge, Anti mi trascinò al comando di via Pallone. Si unì Ermanno Ferriani, delegato sindacale. Uditi gli articoli del codice civile e penale, e persino della Costituzione, che secondo noi erano stati violati, la polizia municipale ci restituì la Leica all’istante.

Come fu assunto al Giornale?

Mio padre incontrò Montanelli alla presentazione di un libro. Gli parlò dell’esperienza all’Arena. Indro gli disse: «Per un Gomez ci sarà sempre un posto al Giornale. Mandamelo». Andai. Il direttore lesse i miei articoli: «Sei un bravo cronista, ma cerco uno per gli Spettacoli». Mi assunse al posto di Ugo Tramballi, promosso inviato. Trasferito in Cronaca, ci fu un epic fail (insuccesso clamoroso, ndr) che ancora mi fa svegliare di soprassalto la notte.

Che accadde?

A 22 anni fui lasciato da solo a coprire il turno di notte. Alle 0.30, quando mancava un quarto d’ora all’ultima ribattuta, feci il giro di nera: incendio allo Skorpion center, una sauna appena dietro il Duomo. Evacuato il cinema sottostante. Telefonai a casa al vicecapocronista: «Corri sul posto». Andai. Né morti né feriti, solo danni. Quindi niente ribattuta. L’indomani tutti i giornali milanesi avevano la notizia in prima pagina. Il capocronista Ettore Botti per punizione mi tolse la firma.

Quando la riebbe?

Dopo molti mesi. Mandato alla Pinacoteca di Brera per un appuntamento di routine, una guardia mi confidò che era stato rubato un quadro ma la notizia veniva nascosta. Però lo scoop in prima pagina lo firmò un altro. Il mio pezzo fu relegato all’interno.

Erano tempi severi, quelli.

Riebbi la piena titolarità di nome e cognome solo quando a Firenze incontrai Giorgio Conciani, radiato dall’Ordine dei medici per aver procurato molti aborti clandestini. Aveva fondato il Club della dolce morte. Durante il nostro colloquio, ricevette una telefonata. Lo sentii dire: «Signora, gliel’avevo spiegato che 10 pastiglie di Roipnol non bastano…». Un’aspirante suicida. Me la passò e la intervistai. Ne nacque un casino infernale.

Sentiva il peso dell’editore Silvio Berlusconi al Giornale?

All’inizio no. Finché non incontrai il suo amico Marcello Dell’Utri, presentatomi da un tipo che te lo raccomando, Filippo Alberto Rapisarda. Il manager di Publitalia fu allusivo: «Dottor Gomez, lei scrive molto bene. Però non è importante come si scrive, ma cosa si scrive». Arrivò Natale e Rapisarda mi mise in mano un pacchetto. Gli dissi che per tradizione aprivo i regali solo sotto l’albero. Il giorno fatidico lo scartai: era un Rolex d’oro che valeva quanto il mio stipendio di un anno. Informai Montanelli. Mi dirottò dal suo braccio destro Gian Galeazzo Biazzi Vergani. Che sentenziò: «Restituiscilo con una lettera garbata, spiegando che non puoi accettare un dono così importante». Rapisarda s’incazzò come una biscia.

Perciò seguì Montanelli quando si dimise per aprire La Voce.

Io, Travaglio e altri otto eravamo già nella lista di quelli che Indro avrebbe voluto con sé in un settimanale. Intendeva chiamarlo Il Caffè. Ero accanto a Berlusconi quando il Cavaliere venne in redazione al Giornale a promettere che ci avrebbe aumentato gli stipendi se lo avessimo difeso con la spada, anziché con il fioretto, nella sua lotta politica. Ugo Finetti  chiese a Montanelli di licenziarmi per gli articoli che avevo scritto sul Psi ben prima di Mani pulite. Il direttore lo accompagnò fino al pianerottolo e gli sibilò: «La prossima volta, queste scale gliele faccio fare a calci nel culo». Bobo Craxi spifferò in Consiglio comunale che al Giornale sarebbero saltate molte teste. Indro commentò: «L’unica testa che potrebbe rotolare è la sua, a patto che qualcuno sia in grado di trovarla».

Non crede che La Voce abbia firmato la propria condanna a morte quando l’art director Vittorio Corona, padre del noto Fabrizio, in un fotomontaggio raffigurò Enrico Cuccia come Dracula?

Lo credo sì! Ci ritrovammo contro non solo Mediobanca, ma l’intero sistema. Aggiunga la gestione economica folle. Incassavamo stipendi che manco al Corriere.

Perché dal Fatto Quotidiano cartaceo si è spostato sul Web?

Sono andato lì con l’idea di costruire la piattaforma digitale. Dirigo 22 giornalisti, siamo al terzo posto fra i siti dei giornali, abbiamo 10.000 abbonati, fatturiamo 5 milioni di euro l’anno, guadagniamo.

Italia Oggi nel 2013 la dava favorito per la direzione del giornale.

Il direttore Antonio Padellaro offrì la condirezione a Travaglio e a me, ma questo avrebbe significato trasferirmi da Milano a Roma. Rinunciai.

Il miglior pregio di Travaglio?

Ha una capacità di lavoro mai vista in vita mia. Alle 4 del mattino è ancora lì che scrive.

Il peggior difetto?

Non dimentica mai. Ricorda le scortesie di 20 anni fa. Io no. Se perdoni, vivi meglio.

Siete appiattiti sulle Procure.

Non direi. Abbiamo condotto battaglie durissime contro le correnti nella magistratura e la Procura di Roma, allora guidata da Giuseppe Pignatone.

E appiattiti sul M5s e sull’ex premier Giuseppe Conte.

Nell’edizione su carta è vero. Però Marco e io siamo nati molto prima dei 5 stelle. La riforma della prescrizione del ministro Alfonso Bonafede la lanciammo noi. Idem l’idea del reddito di cittadinanza.

Chi vorrebbe a Palazzo Chigi?

Finché dura la pandemia mi sta bene Mario Draghi.

E al Quirinale?

Lo sa che non lo so?

Espatrierà, se ci va Berlusconi?

Ma no! Siamo stati governati da lui, da Craxi, da Andreotti, da Prodi… I politici passano, i giornalisti restano.

Come sceglie gli ospiti televisivi per La confessione?

Devono avere una storia e un lato oscuro nel loro successo.

Per questo ha intervistato la pornostar Valentina Nappi?

Il canale Nove è poco conosciuto. Ho bisogno di volti che attirino chi fa zapping.

O l’ha scelta perché scrive su MicroMega, pensosa rivista alla quale anche lei collaborava?

Anche per quello.

Si è bevuto senza battere ciglio che Nappi guadagna 3.000 euro al mese. Lordi. Ma dài!

Ha ragione, chiedo venia. Avrei dovuto sfruculiarla.

Vittorio Sgarbi dice di lei: «Un inquisitore intelligente e affettuoso che da ognuno estrae emozioni e riflessioni insolite e acute».

L’intervista con lui fu tra le più belle. Mi aveva dato del mafioso. Avrei potuto querelarlo e spillargli molti soldi, ma sono contro i reati d’opinione.

Dopo la tragedia di suo padre, come giudica i no vax?

Il vaccino è l’unica coperta che abbiamo. Magari avrà qualche buco, ma quando fa freddo devi usarla, se non vuoi morire di gelo.

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4 replies

  1. Grandissimo Gomez, da me sempre molto stimato, non sapevo che avesse un passato COSÌ importante, sebbene qualcosina avessi sentito dire… Unico fatto per me incredibile: ha cinque anni più di me, ma ne dimostra quindici! Boh?
    Sarebbe interessante, come si legge sopra, che venisse fatta un’intervista così anche a Travaglio.
    Assieme a Padellaro, sono a mio avviso i tre migliori giornalisti d’Italia al momento.

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  2. Ecco da dove mi arriva quel senso di fastidio ogni volta che vedo quella sua trasmissione, che è solo la copia di mille riassunti (cit.).
    Gomez ha più o meno gli stessi natali di Draghi, ragion per cui il governo dei migliori gli sembra il migliore possibile al momento. E anche il suo ingresso al Giornale appare ben diverso da quello di Travaglio, per sua stessa ammissione.

    Sì per carità, c’è di peggio. Ma anche parecchio di meglio.

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  3. La piega editoriale che ha preso il Fatto on line è assolutamente discutibile, rientrato nel mainstream, sui vaccini ha perso ogni obiettività, ha cavalcato la più becera propaganda governativa, ha condotto una vera caccia alle streghe con la semplificazione sui no-vax su cui ha riversato una vera azione denigratoria e di discriminazione, per questo è stato investito da una marea di critiche e disapprovazione con il ritiro del sostegno economico di moltissimi. A tutt’oggi omette e sminuisce la portata delle manifestazioni omettendo notizie e informazioni complete. Da questa storia non ne esce affatto bene perdendo credibilità, al contrario di Travaglio

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