Mario Draghi, i partiti e il sistema politico che cambia

Le evoluzioni che il presidente del consiglio sta oggettivamente incarnando e introducendo sono il prodotto ineluttabile delle mancate riforme della nostra Costituzione

(Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – Mario Draghi si sta trasformando di fatto in una sorta di De Gaulle italiano. Nell’uomo cioè che giunto al potere per una combinazione imprevedibile di eventi opera — difficile dire con quanta consapevole volontà di farlo — una trasformazione sostanziale del sistema politico. Una trasformazione osmotica — attraverso piccoli passi quotidiani, tutta nella prassi con cui tale sistema funziona — che però evoca inevitabilmente una trasformazione anche delle sue regole. In quale direzione precisa, attraverso quali strumenti e con quali conseguenze sulla vita pubblica del Paese e sui suoi meccanismi di governo, ancora non lo sappiamo. Ma il fenomeno e le sue linee di tendenza sono evidenti a chiunque abbia occhi per vedere.

Draghi sta dando vita ad una sorta di semipresidenzialismo sui generis, che arieggia per l’appunto quello della V Repubblica gollista, nel quale (salvo il caso raro della cosiddetta «coabitazione») il mandato di governo è di fatto staccato dalla effettiva volontà dei partiti che compongono la maggioranza parlamentare. Sia chiaro: egli non governa senza o contro tale maggioranza, ma tale maggioranza è come implicitamente presupposta, in un certo senso data per scontata dagli stessi partiti che la compongono, i quali accettano volontariamente l’ininfluenza del loro eventuale dissenso.

Il governo resta nominalmente un governo parlamentare ma gli attori parlamentari, cioè i partiti, abdicano di fatto alla loro sovranità decretando in tal modo la loro tendenziale irrilevanza. Assistiamo così, in nuce, ad un oggettivo cambiamento di regime. La formula «In Italia il governo si forma in Parlamento» — sempre opposta vittoriosamente da parte dei fautori del parlamentarismo assoluto instaurato dalla lettera della Costituzione contro ogni proposta di rafforzamento/stabilizzazione dell’esecutivo (magari anche attraverso la sua elezione popolare) — tale formula, dicevo, è virtualmente svuotata di ogni valore nel momento in cui ascoltiamo il presidente del Consiglio che a proposito del dissenso manifestato da alcuni partiti nei confronti dell’operato del suo governo dichiara olimpicamente: «I partiti svolgano pure il loro dibattito. Il governo va avanti». Come se una cosa non riguardasse l’altra.

E in effetti è proprio così, dal momento che il mandato vero a governare, il mandato sostanziale, Mario Draghi non lo trae dalla volontà dei partiti — il cui voto di fiducia sembra avere ormai solo un valore di ratifica formale — ma da un’altra fonte, che potremmo indicare come «la volontà del Paese». Una volontà extracostituzionale che una decisione del presidente della Repubblica ha per così dire costituzionalizzato. Nella crisi del governo Conte del febbraio scorso Mattarella, infatti, ha toccato con mano il grado di inconsistenza programmatica, di lacerazione interna, di reciproca incompatibilità, raggiunto dai raggruppamenti politici. È stato costretto insomma a prender atto della virtuale disintegrazione del sistema dei partiti, e dunque non ha potuto fare altro che dare spazio, in virtù dell’ampia discrezionalità attribuita ai poteri della sua carica, alla «voce del Paese» da lui liberamente ma saggiamente interpretata. Qualcosa che alla lontana, e per fortuna con ben minore drammaticità, ricorda la chiamata al potere del generale De Gaulle da parte del presidente Coty nel maggio 1958 in Francia.

Finisce così la lunga storia della partitocrazia italiana: trasformatasi con gli anni da ossatura indispensabile della Repubblica, da cuore della sua costituzione materiale, nella sua mortale pietra al collo. Ma dal momento che è difficile pensare che si possa tornare indietro, che ci possa mai essere una qualche «riforma» dall’interno dei partiti, di questi partiti, si apre adesso un periodo denso di incognite. Specialmente per l’altissimo grado d’informalità, di irritualità, di assenza di regole in cui ci stiamo muovendo. C’è in tutto questo qualcosa di fatale, di inevitabile.

Infatti, i cambiamenti che Mario Draghi sta oggettivamente incarnando e introducendo nel nostro sistema politico (ripeto: al di là probabilmente di ogni sua effettiva intenzione), sono il prodotto ineluttabile delle mancate riforme della nostra Costituzione . Riforme di cui il Paese discute inutilmente ormai da più di un trentennio (un trentennio!), sempre rinviate, sempre mancate, per colpa della mediocrità intellettuale e della mancanza di coraggio di una classe politica figlia di un parlamentarismo esasperato abituato a nascondere le sue miserie dietro l’insopportabile retorica della «difesa della Costituzione» : in nome della quale essa però ha sempre potuto contare sul soccorso di volenterose quanto sconsiderate schiere di intellettuali, attori, comici e accademici vari. Come accadde puntualmente, si ricorderà, nell’unica occasione in cui le cose avrebbero forse potuto cambiare: con quel referendum costituzionale del 2016, voluto da Matteo Renzi, ma da lui stesso avviato alla sconfitta grazie al suo autolesionistico narcisismo. Il Draghi di oggi rappresenta in qualche modo la nemesi della débâcle del Renzi di ieri.

Ed appare alquanto singolare il coro delle lamentele. Il lungo passato di declino dei partiti, la lunga storia di progressiva paralisi del sistema politico, di proposte di porvi rimedio ogni volta andate a vuoto, rendono infatti più che sospette di una certa malafede le denunce e le recriminazioni da parte di quelli che così si candidano a partigiani dell’antico regime. I quali, sparsi un po’ dappertutto lungo l’arco politico — ma più numerosi e arrabbiati nell’area che sta a mezzo tra i 5 Stelle e una certa destra scervellata — appaiono come null’altro che i puntigliosi conservatori di «quello che c’era prima», di «come si faceva prima»: dimentichi però che proprio «quello che c’era prima» ci ha portato alla situazione di oggi

24 replies

  1. Abbiamo scherzato
    (di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Più passano i giorni, più appare chiaro che Draghi non ha alcuna intenzione di imporre i vaccini forzati a 4-5 milioni di No Vax: il suo annuncio “si va verso l’obbligo vaccinale” era una boutade, un ballon d’essai, uno spaventapasseri per indurre il fu Salvini a più miti consigli sul Green Pass.
    Come quando i genitori, per costringere il bimbo riottoso a fare qualcosa, lo minacciano: “Guarda che chiamo il babau e ti faccio mangiare”.
    Il bello è che nel frattempo la sparacchiata draghiana, come ogni sospiro o droplet che esce dalla sua bocca, ha già fatto il pieno di consensi: un festival di lingue, salmi, cantici e gridolini di giubilo (Evviva! Era ora! Lo dicevo, io! Sante parole! È un bel presidente!), seguiti dalla scomunica per chiunque obietti qualcosa (Vergogna! Orrore! No Vax che non siete altro!).
    Figurarsi che faccia faranno i turiferari quando si scoprirà che quel mattacchione di SuperMario scherzava.
    La scena ne ricorda una del 2006, quando B. in forma smagliante dichiarò testualmente: “Nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi”. L’ambasciatore cinese protestò. Ma lui insistette: “Ma è la Storia! Mica li ho bolliti io, i ragazzini. Se poi non si può nemmeno esprimere una certezza…”.
    Intanto i suoi servi sciocchi, anziché sorvolare per carità di patria, si scapicollarono a dargli ragione. Il più lesto, oltre ai camerieri di FI, Lega e An, fu Renato Farina che lanciò la lingua oltre l’ostacolo su Libero: “Ecco le prove: mangiavano i bimbi. Un libro conferma la verità di Berlusconi. E la sinistra, negando, uccide un’altra volta… Su questi bambini ci si scherza su. Come se fosse una barzelletta. Siccome la frase è di Berlusconi, diventa una battuta… Altro che balle. Balle una sega… Ha assolutamente ragione”.
    Un altro noto sinologo di scuola arcoriana, Filippo Facci, scodellò sul Giornale un altro studio molto accurato sul tema, dal titolo: “Li mangiano ancora”: “In Corea del Nord ultimamente si sono perpetuati cannibalismi e assassini a scopo alimentare a causa di carestie, inondazioni e disperazione”, senza peraltro spiegare che diavolo c’entrasse la Corea del Nord con i “bambini bolliti per concimare i campi” nella Cina di Mao.
    Mentre Betulla, Facci e gli altri scudi umani sudavano le sette camicie su Google a caccia di altre minchiate da appiccicare a quella del padrone, quello se ne uscì bello fresco con una ritrattazione in piena regola: “Be’, sì, sulla Cina ho fatto un’ironia discutibile, non mi sono trattenuto…”.
    E li lasciò lì con le lingue a penzoloni, esposti al ludibrio generale: avevano trasformato in dogma una battuta. La cosa comunque non arrecò nocumento alle loro carriere: per non perdere la faccia, il segreto è non averne una.

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  2. Come mai , in occidente almeno. , questo fatto avviene solo in Italia ?

    Forse perché i sistemi elettorali che si susseguono , di fatto, rendono impossibile
    la formazione di governi stabili e allo stesso tempo permettono il trasformismo dei partiti e degli eletti.

    Sembra che lo scopo delle varie riforme elettorali sia impedire la governabilità.
    Ed ecco che subentra il PdR che da dieci anni in qua’ nomina premier che non si sono presentati agli elettori.

    Risultato: sempre meno gente va a votare, perché pensa che il proprio voto sia inutile , oppure , nella migliore delle ipotesi, che il politico eletto con i suoi voti tradisca il programma elettorale.
    E c’è gente come EGdL che trova positivo tutto ciò.
    ( Sfortunati i popoli che hanno bisogno di eroi )

    Ho paura che non se ne esca.

    Gianni

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  3. Ieri sera “Di martedì” Nicola Gratteri è stato attaccato da un branco DI IMBECILI perché ha detto che con la riforma Cartabia veniva devastata la giustizia.

    Senaldi, Damilano, Floris, Antonella Boralevi , Alessandro Barbano quest’ultimo giornalista sportivo, ha attaccato duramente il magistrato in modo aggressivo, inviperito, sembrava drogato con odio nel corpo. Una imbarazzante violenza verbale.
    “È venuto ad attaccare me” – Gratteri a quel soggetto.
    Lui, il magistrato Gratteri sotto scorta da una vita.

    A completare questo disgustoso siparietto una delle “grandi” ospiti invitate nei programmi TV a fare le opinioniste, Antonella Borallevi. Si è messa a contraddire Gratteri sulla “improcedibilità” non riuscendo a pronunciare neanche la parola.

    Intanto Travaglio meglio tenerlo parcheggiato in attesa: argomento “narcisismo” dei politici e Montanelli.
    ” Travaglio cosa direbbe oggi Montanelli ?”

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    • Su Travaglio parcheggiato: credo fosse in diretta all’inizio, ma la seconda parte su Montanelli era registrata. Ad ogni modo vorresti fare un confronto Boralevi Travaglio? La ricoverano.
      Quanto al momento Gratteri, che ha in 3 secondi smascherato quel Barbano infelice esperto di sport, ho rischiato l’ictus quando quella cessa gli ha detto “ma non è così” circa l’improcedibilità, perché lei ha letto il comma su internet: ma Floris è serio a invitare questi ospiti impreparati quando c’è Gratteri? Qualunque commentatore di infosannio avrebbe fatto meglio sulla riforma.
      A proposito di cessa: ma non era strana? Aveva qualcosa di diverso in faccia.

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    • Tracia & paolapci
      smettetela di guardare film horror
      poi fate brutti incubi
      il circo mediatico apparecchiato da Floris e suoi omologhi, a quanto posso capire,
      sono per la maggior parte dipendenti divisi tra Cairo, Gedi e Mediaset e qualche raro solitario
      non aggiungono niente se non BUFALE e attacchi pretestuosi al personaggio di turno.
      Invece non vedete l’ora che l’unico vero giornalista (Travaglio) malmeni lo scemo del momento. Sadiche.

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      • Ah ah ah!
        in effetti sì, Travaglio che malmena tutti quei porci sarebbe proprio il mio sogno che si realizza.
        Comunque Gratteri mi ha dato sufficiente soddisfazione. Sadismo appagato per ora.

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  4. IN GERMANIA SI VOTA ALLE POLITICHE. E NOI?- Viviana Vivarelli.

    Mentre i politici italiani sono aggrappati alle poltrone, terrorizzati dal pericolo che nuove elezioni possano far perdere loro la poltrona e le briciole del Recovery Fund, al punto che è svanita l’opposizione e tutti si sforzano di mandar giù i bocconi amari delle scelte di Draghi, Signore indiscusso e incontrastato di qualsivoglia porcheria neoliberista… mentre da noi Conte giura e spergiura che non metterà mai in crisi questo Dispotico Governo di destra malsana che dei bisogni dei più poveri proprio se ne frega….. altri Paesi affrontano le elezioni in modo più maturo e spassionato.
    Per esempio la Germania, dove finirà il regno della Merkel, che dura ormai da 16 anni, sostenuto da accozzaglie sempre più traballanti e contronatura, dove si avanzano altri partiti, aiutati anche da un sistema proporzionale con sbarramenti e correttivi maggioritari che favorisce la stabilità. Mentre noi italiani, al contrario, a forza di pensare ognuno al proprio interesse siamo inchiodati a sistemi incostituzionali di stampo mafioso che non garantiscono né la rappresentanza né la governabilità e il peggio è che del sistema per votare nessuno ne parla più.
    Sempre a differenza dell’Italia, scorazzata da un Cingolani che dell’ambiente se ne frega, i Verdi tedeschi sono un partito di tutto rispetto (23%), ben diverso dall’esangue e suicida partito dei Verdi italiani (1,5%).
    In Germania la pandemia e i nubifragi dovuti al cambio climatico hanno fatto crescere i Verdi e l’SPD, anche grazie a capi energici e di tutto rispetto, mentre da noi i capi partito hanno la mollezza di una mozzarella e si deve assistere anche allo spettacolo di un Enrico Letta che si candida a Lucca senza il simbolo del Pd (da privato cittadino?).
    A differenza dei nostri fasulli pseudo partiti ormai omologati al nulla, in Germania tutti i programmi elettorali dibattono su come combattere i cambiamenti climatici e ridurre le emissioni di CO2.
    E tutti propongono meno tasse e maggiori investimenti per la transizione ecologica. Da noi, a parte il subitaneo aumento delle bollette e dei pedaggi autostradali, Grillo e Draghi hanno ridottola svolta verde a una barzelletta ma nessuno sembra curarsene più di tanto, mentre Conte nemmeno ne parla, del resto non capiamo quali delle 5 ex stelle è rimasta nel suo programma similPd.
    L’altra cosa di cui nessuno parla è come cambiare il Patto di Stabilità. Nessuno vuole il ritorno all’austerità e si parla sempre più di investimenti produttivi e di pratiche keynesiane.
    In Italia è superfluo ricordare che Draghi odia Keynes, che è stato il massimo propugnatore dell’austerità e che i partiti che lo sostengono si limitano ad evitare qualsiasi discorso economico a livello Ue come si evita una patata bollente. Anche qui andiamo contro corrente, in un regresso obsoleto e vergognoso, ben rappresentato da personaggi come Brunetta, Cingolani, Giorgetti, Fornero…
    Insomma dire che la Germania sarà il modello europeo ma l’Italia con l’accozzaglia draghiana e il predominio di una destra obsoleta e reazionaria andrà per il verso opposto, è del tutto tristissimo e inutile. Ma che lo ripeto a fare?

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  5. Quindi per EGDL il mandato a Marione gli e lo ha dato il popolo stanco, Mattarella era solo l’uffuciante. E gli e lo ha dato perché facesse le riforme che però nel 2016 lo stesso popolo ha bocciato.
    Non fa una piega.

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  6. Analisi interessante e anche condivisibile nelle premesse ma che scade in una pochezza sconcertante.
    Mario Draghi non e’ stato messo al governo dalla volonta’ popolare. Conte aveva il 60-65% di popolarita’. Draghi e’ stato scelto dalle elite (di cui i giornalisti come Galli dell Loggia sono parte integrante) che volevano tornare al comando per poter controllare i soldi del recovery. I partiti non fanno schifo di per se’ ma sono infarciti di pavidi o disonesti. Pessimi individui fanno pessimi partiti. Quando i 5s stelle hanno proposto un modello diverso di selezione, gestione, etc., sono stati massacrati a reti unificate da chi ora si lamenta per il cattivo funzionamento dei partiti… Poi che senso ha parlare di generiche riforme della costituzione. Quella di Renzi faceva schifo e, grazie a dio, e’ stata bocciata. Quella di Berlusconi era anche peggio. Con questo atteggiamento acritico nei confronti delle riforme si criticano i partigiani della “costituzione piu’ bella del mondo”… Se questa e’ una delle penne di punta del corriere, aiuto!

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  7. GOVERNO DEGLI OTTIMATI sempre lì torniamo
    i cittadini non sono in grado di esprimere un parere con il voto
    non che si sono susseguite leggi elettorali per far perdere l’avversario
    eppoi lo FANNO PER IL NOSTRO BENE

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    • Visto che gli elettori scelgono i governi dei peggiori, per fortuna che c’è il presidente della Repubblica che rimedia mettendo al suo posto qualcuno che sa creare dalla melma il governo dei migliori. E per fortuna che c’è anche qualcuno che al momento giusto fa capitombolare i governi dei peggiori°

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  8. Versione nr.1

    Metà Pd e metà Lega, Renzi e B: il “Centrone” per Mario forever

    Formula per il 2023. Carroccio diviso, brunetta aspirante premier e la carica dei giornaloni
    di Salvatore Cannavò | 8 SETTEMBRE 2021

    Circola una battuta tra persone informate dei fatti circa le ambizioni di Renato Brunetta . Il re della lotta ai “fannulloni”, oggi convertitosi alla demolizione dello smart working, è il ministro più anziano dopo Mario Draghi e in caso di impedimenti del presidente del Consiglio toccherebbe a lui prenderne il posto. Ma Brunetta pensa davvero che quell’incarico potrebbe finire a lui in forma stabile.
    Sogni di un professore che ha quasi vinto il Nobel e si è dovuto accontentare della Pubblica amministrazione? Oppure solo voci malevole (messe in giro però anche da amici suoi)? Non è questo il punto. La questione è che esiste uno schieramento largo, il “Centrone” di Draghi secondo cui la formula politica che attualmente governa l’Italia debba durare più a lungo. Almeno fino al 2023, forse anche dopo.
    Questo è il nodo del contendere dietro la partita del Quirinale. L’ipotesi di un Mattarella bis (sciagura costituzionale) servirebbe a consolidare il “Centrone”, ma anche una salita di Draghi al Colle potrebbe attivare vari dispositivi di prolungamento della legislatura.
    Intanto perché un Draghi presidente della Repubblica avrebbe le carte in regola per gestire una fase 2 della sua esperienza al governo. E poi perché le elezioni non le vuole nessuno se non la destra e una parte della Lega.
    A questo schema lavorano ormai in tanti ed è questo che, ad esempio, aiuta a capire il senso sia della paginata consegnata al Foglio dall’ex segretario Pd Nicola Zingaretti, con cui ha messo in guardia il suo successore, Enrico Letta, dalle pastoie di una formula modello “larghe intese”, sia l’allarme di Goffredo Bettini alla festa del Fatto Quotidiano, con cui ha invitato il Pd a ritornare alla prospettiva dell’alleanza con Giuseppe Conte e il M5S.
    Questi allarmi rendono evidente che una parte del “Centrone” abita proprio dentro il Partito democratico. Facile, infatti, collocare nel partito di Draghi, le frattaglie centriste che sono rimaste in circolazione, a partire da Italia Viva di Matteo Renzi. Il quale definisce Draghi il suo “capolavoro politico” e sa bene che in una formula come quella attuale i partiti inesistenti, ma presenti in Parlamento, hanno più spazi. Stessa cosa per Azione di Carlo Calenda – il quale a Roma punta ad assestare un colpo diretto al Pd per favorirne la vocazione centrista – e in realtà anche per Forza Italia per quanto quel partito sia in balia degli eventi e incapace di darsi una prospettiva propria. Certo, in caso di voto anticipato gli azzurri non si farebbero mettere ai margini e quindi il patto con Salvini è bell’e pronto, ma nell’attuale palude draghiana ministri come Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, oltre al già citato Brunetta, si trovano in una comfort zone.
    Messa così, però, il centro infinito che ruota attorno a Draghi non avrebbe sostanza. A sorreggerne le speranze sono le due ali di Pd e Lega.
    Nel partito di Letta i “renziani in sonno” hanno come occupazione costante quella di sparare contro ogni possibile riavvicinamento strategico al M5S. Da Lorenzo Guerini ad Andrea Marcucci al presidente della Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, il punto dirimente resta questo. E, come in una sala degli specchi, a sorreggerne la prospettiva c’è la componente della Lega capeggiata da Giancarlo Giorgetti, che sembra avere poco appeal di massa, ma che si fa forte del sostegno di leader locali come Luca Zaia. Salvini viene marcato a vista anche se non bisogna sottovalutare l’attrazione che anche per il leader leghista il grande calderone potrebbe avere soprattutto in asse federativa con Forza Italia.
    Il “Centrone” lo si capisce meglio se lo si guarda dai giornali più importanti. L’alfiere di questo schieramento è Repubblica diretta da Maurizio Molinari, basta leggere gli editoriali di Stefano Folli. Lo stesso vale per il Corriere della Sera dove prevale un po’ di più l’attrazione fatale per ogni cosa che sappia di tecnico autonomo dal Parlamento (si vedano gli ultimi editoriali di Massimo Franco e Sabino Cassese). Confindustria, ovviamente, con Carlo Bonomi che uno schieramento così filo-industria se lo sogna, oltre ad altre forze collaterali (in particolare la Chiesa). Il Centrone in fondo è una grande Democrazia cristiana, placida e tranquilla, che governa l’esistente e garantisce gli interessi consolidati. E deve tener fuori le parti che non conformano all’obiettivo. In primis il M5S e Giuseppe Conte in particolare. Ovviamente la sinistra di Pier Luigi Bersani e i dem renitenti come Bettini o quella parte del partito che si riconosce nel vicesegretario, Peppe Provenzano.
    Mario Draghi che nell’era Dc è nato e cresciuto, per poi costruire il curriculum all’estero, rappresenta un punto di riferimento eccellente. Ecco, il vero limite del Centrone è che senza Draghi le grandi ambizioni qui descritte vanno a farsi benedire. Ecco perché si spera in san Sergio (Mattarella). Bis.

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  9. COSA FA LA POLITICA

    versione nr.2

    DRAGHI AL QUIRINALE E FRANCO A PALAZZO CHIGI? UN’IDEA CHE PIACE (QUASI) A TUTTI

    7 Settembre 2021

    “In un pigro giorno di fine estate, tra una discussione sul green pass e l’altro, nei palazzi romani si delinea un nuovo schema di gioco per il futuro della politica italiana. Al centro della scena, naturalmente, la ormai prossima elezione del futuro presidente della Repubblica. Tra uno schema e l’altro, starebbe prendendo piede l’ipotesi di mandare davvero Mario Draghi al Quirinale. Se il diretto interessato fosse d’accordo, l’attuale inquilino del Colle Sergio Mattarella potrebbe esaudire il desiderio più volte lasciato filtrare, e dedicarsi a una serena pensione senza rinforzare l’anomalia di un secondo mandato, come capitato col suo predecessore.

    Da quietare, a questo punto, ci sarebbero le ansie di molti membri del parlamento che – per il combinato disposto di nuovi equilibri elettorali e di un robusto taglio dei posti a seguito della mini riforma costituzionale – si vedrebbero anche loro pensionati. Ma, tuttavia, senza alcuna pensione. La questione riguarda diversi gruppi parlamentari ma, in modo particolare, colpirebbe il Movimento 5 Stelle, il Partito Democratico che Letta finirebbe di derenzizzare già in sede di costruzione delle liste, Forza Italia e diversi cespugli tra cui il più nutrito, oggi, è sicuramente Italia Viva, oltreché le piccole truppe di Leu. In sostanza, ma è storia nota, il principale ostacolo sulla strada che porta Draghi al Quirinale è costituito dal rischio concreto che la legislatura finisca un anno prima del dovuto, rimandando a casa qualche centinaio di parlamentari.

    Proprio per sedare queste ansie, si starebbe già escogitando una soluzione. Il ministro dell’economia e fedelissimo di Draghi Daniele Franco sarebbe il candidato perfetto per ricevere il timone al posto del premier, raccogliendone gli oneri più delicati, tra cui ovviamente il compimento del Recovery Fund. Questo consentirebbe a chi ha paura del voto anticipato – grosso modo i gruppi elencati sopra – di intestarsi una scelta di responsabilità per il bene del paese, votando la fiducia a un governo Franco. Dall’altra parte, chi dall’opposizione già oggi di tanto in tanto lamenta la sospensione della democrazia – Fratelli d’Italia – potrebbe gridare con più forza al complotto. Meno lineare la posizione della Lega, ma a oggi sarebbe facile scommettere sulla voglia di Salvini di rifarsi una verginità, ripartendo dall’opposizione e sperando che la mossa frutti un rilancio del suo consenso personale, in un partito pronto a chiedere conto di un eventuale fallimento alle politiche del 2023.

    Tutto facile? Assolutamente no. Ma il fatto che nei palazzi si cominci a parlare di nomi e schemi, benché in una pigra giornata di fine estate, dice molte cose. Anzitutto, che l’inverno si avvicina a larghi passi. E nessuno vuole farsi trovare senza aver accumulato la legna per i giorni più freddi.”

    COSA FA LA POLITICA – la versione nr.3 per il momento non pervenuta

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  10. ITALIA, PAESE DIVERSAMENTE DEMOCRATICO- Viviana Vivarelli.

    Probabilmente in Italia una democrazia reale non è mai nata e,se per qualche tempo qualcuno ha sperato che il M5S, per la sua unicità, il suo carattere populista e la democrazia diretta, rovesciasse la piramide del potere, oggi, con Conte e l’ultimo Grillo si può rimangiare ogni anelito di libertà, vedendo che Conte non è mai stato un 5 stelle e non lo è nemmeno adesso e ha ripristinato quella piramide di comando che Gianroberto voleva distruggere, e Grillo ha svenduto il Movimento a Draghi in modo inaccettabile arivando persino a ordinare che si votasse l’indecente legge Cartabia, con gli ultimi Ministri a 5 stelle che si sono aggreppiati agli ordini di scuderia.
    Nei 75 anni della repubblica italiana gli attentati alla democrazia sono stati costanti e continui, praticamente la norma.
    Craxi le impose il suo tacco di capo forte e spregiudicato (non per niente Forattini lo disegnava sempre con stivali mussoliniani). Berlusconi mirava al sultanato proprietario sul genere emirato arabo. Renzi tentò, con una riforma costituzionale, di espropriare gli elettori dei loro diritti fondamentali, accentrando tutti i poteri sul capo di Governo. Draghi ha usufruito di una situazione di pandemia e di sbando politico, utilizzando il regalo insano di Mattarella, per instaurare di fatto un potere che di democratico non ha nemmeno l’ombra.
    Senza che ci sia stata una reale svolta nella scrittura costituzionale, Draghi, di fatto, governa come un despota assoluto.
    E’ innegabile che ormai il Parlamento non conta più niente, trasformato in un pollaio indescrivibile di fratelli coltelli, cugini nemici, parenti serpenti, che trovano poi la loro sintesi nel voto unanime a Draghi, contraddicendo qualunque cosa detta sulle piazze o dichiarata in passato.
    Insomma senza svolte scritte costituzionali siamo passati di colpo a un semipresidenzialismo, il regno dell’uomo solo al comando, nell’acclamazione quasi unanime dei media asserviti.
    Il primo fondamento della democrazia è il pluralismo. Troppo pluralismo polverizza la democrazia e la rende disfunzionante, troppa omologazione senza opposizione la annienta totalmente.
    Per coloro che si beffano di quel po’ di democrazia diretta che è discesa in passato dalla Piattaforma Rousseau, ripetiamo che meglio il voto di 119.671 elettori di quello di 4 o 5 capipartito, e tanto più quando questi se ne fregano proprio del loro elettorato, e agiscono come banderuole cambiando scelte a seconda del momento o del loro interesse personale.
    Con Draghi i partiti hanno rinnegato se stessi scadendo al ruolo di cortigiani. Draghi non governa per scelta degli elettori o dei partiti ma per scelta di Mattarella e disfatta unanime di tutti i partiti, nella morte di ogni ideologia.
    Difficile dimenticare la faccia rigida, cerea, di Mattarella quando, esausto dal tirammolla parlamentare, decise improvvisamente di nominare Draghi.
    In quel momento, se il M5S si fosse opposto forte del suo 33%, Draghi non sarebbe andato mai al potere. Purtroppo, come la monaca di Monza, lo sciagurato “non rispose”.

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    • Condivido appieno, ma i principali responsabili siamo noi che a quel 33% abbiamo contribuito, e ci siamo lasciati abbindolare come polli.
      Ben venga a questo punto Giorgetta, almeno sarebbe una dittatura politica e non finanziaria e sovranazionale.
      E d’altra parte per ricostruire bisogna prima distruggere (quel poco che rimane).

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      • 《In quel momento, se il M5S si fosse opposto forte del suo 33%, Draghi non sarebbe andato mai al potere. Purtroppo, come la monaca di Monza, lo sciagurato “non rispose”.》
        Sante parole

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  11. Nicola Fratoianni

    “Il #GovernoDraghi ha stanziato di nascosto – facendolo passare come un semplice aggiornamento – 168 milioni per armare i droni da ricognizione dell’esercito.
    Gli stessi armamenti responsabili di centinaia di morti civili innocenti.
    Nell’ultimo “attacco mirato” degli #Usa all’Isis ne sono morti 10, di cui 6 bambini.
    Una pratica di guerra ancora più barbara e disumana.
    È curioso. Non mi sembra che il nostro Paese sia entrato in guerra o abbia intenzione di aumentare il proprio impegno militare. Quindi perché questa spesa?
    Non si potevano spendere in altro modo?
    In attesa di una risposta una cosa è certa: l’industria delle armi ringrazia.
    Avere i propri uomini di fiducia tra le fila del governo sta dando i suoi frutti.”

    Un altro frutto : lavoro di cittadinanza, diamo soldi alle imprese ( da trent’anni che lo facciamo senza frutti )e loro daranno lavoro di cittadinanza pari pari al reddito di cittadinanza con tanti frutti.
    elementare Giorgetti

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  12. Oggi sono in vena e condivido con voi le risate che mi sono fatta

    “Durante un tributo a Fabrizio De André, a cui parteciparono i big della canzone, Dori Ghezzi riservò 250 posti per me, e io mi presentai a teatro coi miei derelitti.
    Qualcuno dell’organizzazione intendeva mandarli nel loggione, confinarli lassù, con la scusa che non c’era più spazio a disposizione. “Non vi preoccupate” dissi “ci penso io.”
    Fermai il traffico della sala e come un vigile li feci sedere in platea, tre qui, due là, tossici, barboni, prostitute accanto a notai, dame e politici. “No, lì no” mi intimarono. “Lì ci va il ministro della Cultura Giovanna Melandri.” “Allora le mettiamo accanto una puttana delle vecchie case, vedrai come esce arricchita dall’incontro!”
    Erano tutti molto preoccupati, mi chiedevano garanzie su ciò che sarebbe successo e io li tenevo sulle spine rispondendo che non potevo saperlo, essendo io un prete; non un indovino. Invece sapevo benissimo ciò che poi accadde: i miei emarginati erano quelli che durante le canzoni piangevano veramente.”
    Don Andrea Gallo⁣

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  13. Sicché quello che non è riuscito a Renzi con la sua schiforma, l’avrebbe finalizzato Mattarella “costituzionalizzando l’extracostituzionale” – frase dalla logica oscura, a meno che non si voglia attribuire al PdR una efficacia legittimante “ex opere operato” (da far invidia alla transustanziazone) e non si voglia evocare una supposta “volontà della nazione” ( dopo aver rimpianto altrimenti la mancanza di un “esercito nazionale”!) che appaia come la fata turchina al burattino mal ridotto del sistema dei partiti… E bravo EGdL; chissà che a forza di evocare fantasmi non si produca il miracolo di risolvere la crisi politica!!!

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